Commenti 1 Jul 2020 17:00 CEST

La mela proibita di Conte-Adamo e il Pd serpente

Il Pd non può sbagliare visto il radicamento che ha nei territori, cosa che invece non hanno I grillini. Ma I 36 miliardi per la sanità servono

Emilio Giannelli, il vignettista del Corriere della Sera, ci ha scherzato sopra – beato lui- immaginando il presidente del Consiglio Giuseppe Conte impensierito, anziché esultante, per tutta quella quantità di denaro che come un MESSIA – ma con la MES separata da SIA- il segretario del Pd Nicola Zingaretti gli cala giù dal Meccanismo di Stabilità Europea, o “fondo salva- Stati”. Dove sono disponibili dai 36 ai 37 miliardi di euro per le necessità italiane di potenziare il sistema sanitario, con ammessi e connessi, messo a dura prova dalla pandemia virale.

Tutti quei soldi, per quanto a buon mercato, con un risparmio d’interessi che il Ministro dell’Economia ha calcolato attorno ai 5 miliardi di euro in una decina d’anni, sono per Conte come la mela di Adamo ed Eva prima della cacciata dal Paradiso terrestre.

Lasciarsene tentare significherebbe per il presidente del Consiglio rompere con i grillini. Che, al pari dell’ex alleato leghista Matteo Salvini e della mancata alleata di destra Giorgia Meloni, considerano quel denaro come lo sterco del diavolo. E caccerebbero Conte da Palazzo Chigi, anche se a proteggerlo sul portone si mettesse il loro “garante”, “elevato” e quant’altro in persona.

Sembra incredibile, dopo tutta la riscrittura della storia di Conte fatta nell’ultimo anno: chi invitandolo alle feste dei veterani della Dc, chi paragonandolo, con la barba e l’autorità di Eugenio Scalfari, un po’ ad Aldo Moro, un po’ al liberalsocialista Carlo Rosselli e un pò persino al conte, al minuscolo, Camillo Benso di Cavour. Ma questa è la situazione in cui si trova in questa torrida estate il presidente del Consiglio.

Qualche retroscenista si è avventurato, non so francamente se a torto o a ragione, a descrivere la sorpresa e persino l’incredulità di Conte di fronte alla impazienza crescente di Zingaretti. Che pure lo aveva promosso a campione, o quasi, dell’area dei “progressisti” italiani, pur dopo averlo subito nella conferma a Palazzo Chigi, passando da una maggioranza all’altra, per il rifiuto energicamente opposto dai grillini alla richiesta di «discontinuità». Lungi da me l’idea, e tanto meno l’ambizione,di sostituirmi a qualche consigliere o informatore. Ma qualcuno dovrebbe pur decidersi a spiegare al presidente del Consiglio che il Pd è un partito complesso, nato dalla fusione o dall’amalgama  pur mal riuscito di dalemiana memoria dei due maggiori partiti della cosiddetta prima Repubblica, uno più complesso dell’altro: la Dc e il Pci. Che erano considerate un po’ delle Chiese, alternative e al tempo stesso complementari, grazie ai cui scontri, confronti, convergenze studiate o occasionali, è nata e cresciuta a lungo la nostra Repubblica.

Della complessità del Pd fu affascinato ad un certo punto persino Beppe Grillo, che nell’estate del 2009, in ferie in Sardegna, pensò addirittura di iscriversi e di scalarne il vertice per troppo poco tempo rimasto nelle mani di Walter Veltroni e del suo vice Dario Franceschini.

Fu proprio dopo il rifiuto di Franceschini di farlo salire a bordo del Pd, agitandone troppo la crociera, che Grillo si mise in proprio esordendo in una piazza di Bologna con invettive e parolacce come fondamenta del suo movimento Zingaretti sarà pure – come dicono ingiustamente i suoi detrattori, fuori e dentro il partito lasciatogli in eredità indiretta da Matteo Renzi- il fratello meno fortunato del commissario Montalbano, ma non è per niente un politico sprovveduto.

Egli ha avuto una sua storia, scalando la politica da funzionario di quello che era il Pci, e dimostrando anche un certo coraggio, volendocene ad assumere la guida di un partito uscito con le ossa rotte dalle elezioni del 2008. Come ce ne volle l’anno scorso, a crisi ormai aperta da un Salvini convinto di uscire coi “pieni poteri” del vincitore da elezioni anticipate sull’onda di quella europee di fine maggio, a seguire quella primissima “mossa da cavallo” di Renzi – prima di cambiare scacchiera – di allearsi con gli odiati grillini.

E’ proprio la crisi interna del movimento di Grillo, che vede la realtà italiana, europea e mondiale con i suoi particolarissimi occhiali, ad obbligare Zingaretti a puntare mani e piedi per evitare che a pagarne gli effetti peggiori siano proprio lui e il suo partito. Che, non potendo contare sui grillini neppure per salvare le regioni che ancora guida, e nelle quali si voterà il 20 settembre, non può più permettersi un attimo di distrazione o di debolezza.

Il Pd non è materialmente in grado, per la sua natura e per la storia che ha alle spalle, di rimanere senza i cosiddetti territori, che costituiscono una entità praticamente sconosciuta ai grillini. Ed è proprio ai territori, guarda caso, per le competenze regionali della sanità scritte nella Costituzione e consolidate nell’esperienza, che quei miliardi del Mes servono.

Servono – mi direte – anche ai territori – e che territori – amministrati dalla Lega guidata dal Salvini contrario al Mes. Ma anche per questo, guarda caso, Salvini non ha più la forza di prima, fuori e persino dentro il suo partito. E volete che Zingaretti sia tanto sprovveduto da non essersene accorto, come uno zingaretto qualsiasi della politica? E, per favore, non datemi adesso del razzista. Qui gli unici o i più sprovveduti, credete a me, ripiegati su stessi, come il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha detto recentemente dei magistrati dopo la vicenda Palamara, sono proprio i grillini. E quanti ne temono persino gli starnuti dando per scontato quello che in politica non è mai stato tale: l’impossibilità dello scioglimento anticipato delle Camere.

Non parliamo poi delle complicazioni che potrebbero derivare al Pd e all’Italia nei rapporti con l’Unione Europea da una evoluzione contraria a quella che nella scorsa estate consentì proprio ai grillini di restare al governo e a Palazzo Chigi, accettando a scatola chiusa la designazione di Paolo Gentiloni al posto di commissario economico a Bruxelles.

 

Commenti 1 Jul 2020 07:58 CEST

Gli altolà del Pd e quei segnali di resipiscenza dei Cinquestelle

Gli sviluppi possibili

C’è persino qualcosa che ispira tenerezza nelle ultime posizioni del Partito democratico sul Mes, palesemente insoddisfatto di come vanno le cose e altrettanto palesemente incapace di influire sulla situazione. Non si tratta di mosceria individuale di Nicola Zingaretti o di un gruppo dirigente ancora fragile, peraltro ora messo in discussione da personaggi influenti come Giorgio Gori, Dario Nardella e più sottilmente Stefano Bonaccini. Il problema è in se stesso. Ed è dato dalla illusione di potere “far crescere” un partito costituzionalmente acerbo e istintivamente antieuroepo come il Movimento 5 Stelle, come se se si avesse in tasca la “maieutica” di Socrate in grado di tirar fuori dall’altro il meglio di sé. Non sta andando così, e si vede.

Zingaretti ci prova tutti i giorni a implorare il partito di Vito Crimi a venire a consigli più miti, illustrando per filo e per segno le virtù del Mes, i cui 37 miliardi sono lì a disposizione per rafforzare alla grande, con ‘ risorse mai viste’, un sistema sanitario che ha assolutamente necessità di essere riformato, oltre ad essere ( il Zingaretti presidente della Regione Lazio lo sa benissimo) un possibile fattore di sviluppo e occupazione.

Ebbene, Crimi lo ha mandato garbatamente a quel paese. Una riunione del vertice pentastellato a Palazzo Chigi finita dopo oltre tre ore nella serata di martedì ha ribadito il concetto. E ormai una partita a poker, nella quale chi ha tutto da perdere è il M5s: se insiste sul no al Mes rischia persino di far cadere il “suo” governo; se dice sì, si gioca una parte di parlamentari, già in viaggio con destinazione Lega o pronti a seguire un Di Battista enigmatico ma non fermo.

Qualcosa però si muove, almeno a stare al senatore Primo Di Nicola che a Repubblica ha detto chiaro e tondo: «Basta con i no ideologici al Mes». E lo stesso Luigi Di Maio non sta alzando le barricate “nascondendosi” dietro l’antica attitudine andreottiana di rinviare ormai fatta propria da Giuseppe Conte, che punta a spostare ogni decisione a settembre. Intanto i fondi del Mes giacciono da qualche parte e nessun rilancio della sanità è in vista. Al posto di Roberto Speranza, un altro ministro della Salute avrebbe minacciato le dimissioni.

Ma la domanda resta la stessa da giorni: di quali armi dispone, il Pd, per imporre ai grillini il sì al Mes? Il Nazareno si culla nella speranza che alla fine Crimi e Di Maio cederanno magari per paura che il governo possa fibrillare al punto di non reggere. Ma allora perché non metterla subito giù dura: o Mes o crisi? L’unica cosa che infatti terrorizza il formicaio impazzito dei parlamentari grillini – nonché dei ministri – è lo spauracchio di una crisi dagli esiti imprevedibili. Ed ecco perché almeno una bella porzione del M5s potrebbe disubbidire al poco carismatico Crimi e costruire anche grazie a Forza Italia una nuova maggioranza che dica sì ai 37 miliardi per la sanità a interessi vicini allo zero.

Si tratta di alchimie parlamentari, certo. In attesa che nel Pd si torni a parlare di politica, di prospettiva, di ‘ linea’, come si diceva una volta: giacché quella della alleanza strategica con i grillini, teorizzata da Franceschini e Bettini e un pochino subita dal segretario, sta facendo una brutta fine.

 

Editoriale del Direttore 27 Jun 2020 07:28 CEST

Il patchwork di un Paese senza bussola

Mondragone, la scuola, la bocciatura al taglio dei vitalizi e la crisi di credibilità del Csm metafora della maionese impazzita che è l’Italia

Prendiamo Mondragone, coi bulgari “untori” e gli italiani “salutisti”. Mischiamoci la scuola, con la ministra Azzolina e «tante scelte che non sono colpa mia». Aggiungiamoci la bocciatura al taglio dei vitalizi degli ex parlamentari. Sono tre istantanee solo superficialmente scollegate ma che al contrario rappresentano la più calzante metafora della maionese impazzita che è l’Italia. Un Paese che sembra procedere privo di una bussola che indichi una precisa direzione strategica, che è preda di malmostosità, rabbia e scatti “di pancia” ai quali la classe dirigente, politica e no, non solo non è capace di rispondere me spesso neppure di comprendere. Aggiungiamoci lo strapiombo di credibilità in cui è precipitata la magistratura dopo lo scandalo Csm e il quadro si precisa: dire a tinte fosche, è il minimo.

In questa cornice il premier Conte – per la scuola e gli altri dossier su cui ciclicamente Zingaretti chiede di accelerare – reclama invece «dateci tempo». Il fisico Carlo Rovelli replicherebbe che il tempo è una astrazione. Gli italiani, più concretamente, che il tempo, chi ce l’ha, non lo deve aspettare. Vale anche per il centrodestra che sta sulla riva del fiume ad attendere – chissà quanto realisticamente – il suicidio della maggioranza. Così riprende corpo lo sport preferito dal Palazzo: la campagna elettorale permanente. Si farà sotto gli ombrelloni, al Papetee o simili per votare a settembre su regionali, comunali e referendum sul taglio dei parlamentari: altro patchwork utilissimo a vieppiù confondere le idee agli elettori.

Il leader Pd lamenta che nel fronte opposto trovare l’unità sulle candidature è facile, mentre dalla sua parte è complicatissimo. Non è così, anche a destra è stato un rompicapo mica male. Tuttavia è vero che nella coalizione M5S-Pd- Iv e Leu il mastice unitario è inesistente. La ragione è nota: è stata messa su una maggioranza raccoglieticcia in virtù di un coup de theatre di Matteo Renzi. Ma governare i territori e a maggior ragione lo Stato è improbo se ognuno marcia in direzione propria, ostinata e contraria a quella dei partner. Il paradosso è che prigionieri come siamo della dittatura del presente, i partiti non trovano di meglio che interrogarsi sul 2022, quando bisognerà eleggere il nuovo capo dello Stato. Concentrarsi sull’autunno alle porte, sarebbe più utile.

Commenti & Analisi 17 Jun 2020 17:00 CEST

Se il trambusto pentastellato infittisce il buio strategico dei Democratici

In fondo è quello che il Pd sa fare meglio: far finta di nulla. Ma al Nazareno serpeggia la grande paura di uno smottamento della maggioranza

Quello che è poco ma sicuro è che Dario Franceschini sia stato troppo sicuro di sé nel teorizzare una «alleanza strategica», addirittura «permanente», con il Movimento 5 stelle. A ripeterla oggi, visto lo sconquasso in casa grillina, viene da sorridere: «strategica» un’intesa con un partito che non si sa bene cosa sia e che domani potrebbe spaccarsi in due e dopodomani addirittura non esistere più? Sarebbe legittima una messa a punto della “linea” franceschiniana.

Invece niente, non vola una mosca e in fondo è quello che il Pd sa fare meglio: far finta di nulla e aspettare che passi la nottata. D’altra parte, affari loro, di Di Maio e degli altri compañeros. È chiaro però che le rivelazioni sulla presunta dazione di denaro venezuelano al Movimento e il contemporaneo cortocircuito innescato dall’ennesimo ritorno di Alessandro Di Battista alimentano al Nazareno la grande paura di uno smottamento della maggioranza. Il Pd la esorcizza evocando le urne se Conte dovesse cadere ma è come una pistola ad acqua perché in queste condizioni le elezioni per Zingaretti sarebbero una tragedia che non sarebbe certo alleviata da un prevedibile crollo del pentastellati: in politica ilmal comune mezzo gaudio non esiste.

Però c’è da chiedersi dove sia finita la sapienza tattica della Ditta che fu. Perché oggettivamente il partito di Zingaretti e Franceschini si trova oggi impigliato in una selva di rovi che quotidianamente producono ferite su un corpo già prostrato, una situazione tutt’altro che smagliante che si riflette anche sui sondaggi ( per la terza settimana di fila Swg dà il Pd in flessione, ora al 19 per cento).

Il gran trambusto pentastellato rischia perciò di infittire il buio strategico del Pd, ridotto a fare affidamento per un ritorno di un minimo di razionalità su Vito Crimi e Paola Taverna: c’è poco da stare allegri.

Mentre Goffredo Bettini continua a puntare tutto sulla “autorevolezza” di un comico, Beppe Grillo, e dunque starebbe al demiurgo del populismo il potere di stabilizzare il quadro politico. Pare di sognare, ma la linea non cambia di un millimetro. Pragmatico, Andrea Romano: «Il Pd esercita una sorta di funzione maieutica sul Movimento Cinque Stelle, spingendolo ad assumere posizioni sempre più mature. E pur nella differenza che ci separa e ci separerà, confidiamo che la collaborazione di governo con il Pd spinga quel movimento a diventare sempre più un partito radicato nella realtà italiana e capace di contribuire alle riforme che servono al Paese».

Addirittura, i più ottimisti escludono ripercussioni negative sulla tenuta del governo e immaginano anzi che la crisi del M5S possa essere “un’opportunità” in quanto potrebbe liberare forze ( e voti) proprio in favore del Pd.

Sarebbe un bel paradosso, l’esatto contrario della franceschiniana “alleanza strategica”, una traiettoria imprevista che potrebbe resuscitare, e non per scelta consapevole, l’idea di una specie di “vocazione maggioritaria” di un Pd che mangia tutti e si presenta come l’unica alternativa alla destra.

Ma il vero problema è che oggi il partito di Zingaretti e Franceschini non sembra proprio avere il fisico per reggere una sfida del genere. Avanti così, dunque. Fino al prossimo scossone.

 

L’oplà di Franceschini e i rischi politici ed identitari per il Pd nell’alleanza organica con i Cinquestelle

Sarebbe utile capire che ne pensano di questa proposta, non decisa dalla direzione del partito ( che non si riunisce da mesi), personaggi di un’altr…

Non c’è più ragione di chiedersi dove sia finito il Pd, che cosa faccia Zingaretti e quale futuro attenda la sinistra italiana. Inutile lambiccarsi il cervello e cercare quel che non c’è. La risposta l’ha data il più democristiano ( l’aggettivo non suoni ingiurioso) degli imprenditori politici del Pd, Dario Franceschini.

Il ministro della Cultura, al pari della ministra della Scuola ( la pentastellata ombra della sua penombra Lucia Azzolina) porta la responsabilità di un’azione devastatrice contro biblioteche, archivi e scuole. Amaramente bisogna dire che mai la destra che ha governato questo Paese si era spinta a tanto in questi tre mesi di pandemia.

Con la recente proposta ( estendere a Comuni e Regioni la collaborazione con Cinquestelle), Franceschini rischia di replicare una vecchia ambizione del suo corregionale Italo Balbo: ferrarizzare l’Italia. Al pari di Francesco Boccia, il capo della delegazione diessina al governo è un politico che lascia qualche dubbio sull’esatta conoscenza di come funzionano, cioè che cosa siano, i luoghi dove si fa ricerca e insegnamento. Mi chiedo se sia il caso di ricordare quanto ha scritto anni fa uno storico dell’arte come Tomaso Montanari, cioè gli esiti ministeriali disastrosi di chi ha dietro di sè il deserto e celebra la politica come mero potere.

Dopo tre mesi di sequestro- ad opera del governo, dagli strumenti elementari della ricerca dobbiamo chiederci come possa essere considerato assembramento o vettore di contaminazione virale selezionare un libro o un documento su uno schedario cartaceo o su un computer, e consultarlo su un tavolo spazioso e comunque tenuto ben distanziato a Roma presso l’Archivio Centrale dello Stato o presso la Sala Borsa di Bologna. Sbarrare l’accesso alle carte di archivio, alle biblioteche, e ai musei è stata un’azione impensabile. A noi studiosi è suonata come oltraggiosa per la stessa dignità della cultura. Analogamente si potevano trovare alternative alla privazione dell’insegnamento di milioni di ragazzi. A cominciare dal sopperire alla docenza personale, cioè fisica, dedicando alla formazione dei più giovani un qualche canale televisivo e radiofonico. Anche il ministro degli affari regionali, Francesco Boccia, soffre della stessa sindrome statocentrica e repressiva ( in nome della prevenzione, ovviamente). Da mesi cerca di omologare le ( diversissime) condizioni sanitarie delle Regioni per imporre comportamenti uniformi. Fino alla recentissima, acrobatica, trovata di reclutare sessantamila apostoli per esercitare non si sa bene quale moral suasion.

Ma è il governo nella sua interezza ad avere cercato di celebrare la superiorità della società politica sulla società civile. Come spiegare diversamente la pretesa che chi spende un milione al giorno per mantenere in vita un’azienda decotta come l’Alitalia possa insegnare il loro mestiere ai professionisti della balneazione, delle pasticcerie, della ristorazione, della cura dei capelli, del trasporto ferroviario ed aereo, eccetera? Per trovare qualcosa di ( quasi) simile bisogna tornare alla cultura pedagogica della grande Destra storica dopo l’unificazione nazionale.

Purtroppo anche la sinistra ( da Zingaretti a Renzi e Speranza) è figlia del suo passato che si riassume nell’anti- riformismo socialista. La loro cultura è quella dell’avversione per il mercato, anzi per la libera iniziativa privata, in nome dello statalismo e della centralizzazione delle decisioni, dei più minuti controlli burocratici. Nessuno si meravigli se la passione indefessa per l’uniformità, l’ossessione di creare un popolo assuefatto alla disciplina, cominci ad essere scambiata come la premessa per creare un prassi da regime. Del conformismo e della mancata differenziazione di comportamenti e norme ( territorio per territorio) hanno bisogno i dispotismi, grandi e piccoli. Credo che mai la sinistra italiana, mettendosi ad eguagliare i Cinquestelle, abbia espresso un tale livello di insussistenza.

Oggi il ministro Franceschini proclama le virtù di un’alleanza organica tra il suo partito ( il Pd) e quel che resta del naufragio del grillismo. Zingaretti tace, abbozza, lascia fare. E’ sempre immerso nel pronunciare minestroni lessicali infarciti di vaghe e noiose promesse. Ma è lui ad avere promosso Conte come «il punto di riferimento fortissimo di tutti i progressisti». Potrebbe dirci quando e quali delle leggi approvate- insieme a Di Maio e a Salvini -_ che il Pd ha bollato come “vergognose”; “liberticide” – sono state modificate? Quando mai si è tentato di cambiare i decreti sicurezza, la legge spazzacorrotti, la quota 100, il reddito di cittadinanza, troncare gli ammiccamenti ai cinesi, schierarsi a favore del Mes, eccetera? E che pensare del miracolo per cui Zingaretti dopo circa duecento giorni ha finito per fare propri gli aborritissimi decreti Salvini sui migranti? Almeno avesse il coraggio, oltrechè lo stile, di dare una spiegazione di questi salti della quaglia.

Ora Franceschini si spinge fino al punto di fare di necessità ( il governo con i grillini) una virtù straordinaria: cioè che «l’intesa di governo tra il Partito Democratico e il Movimento 5 Stelle debba sfociare in un’alleanza permanente». Che ne pensano di questa linea politica non decisa dalla Direzione del partito ( che non si riunisce da mesi) personaggi di un’altra sinistra come Amendola, Gualtieri, Gentiloni e Orfini?

* ordinario di Storia contemporanea