Commenti 3 Mar 2020 20:00 CET

Le sardine hanno deluso sia i Cinquestelle che il Pd: chi le vuole sott’olio e chi senz’acqua

Per un sondaggio italiani divisi a metà: devono restare fuori dalla contesa o sono in disaccordo con le loro piazze

Ilvo Diamanti ci ha appena informati, con i dati di un sondaggio Demos effettuato per Repubblica, che in due mesi di tempo le Sardine, con la maiuscola, seimila o no che siano, hanno perduto terreno, o acqua, come preferite. Il “sicuramente no” opposto alla richiesta di un interessamento ad un loro eventuale impegno elettorale è salito dal 39 al 47 per cento delle risposte, il “probabilmente sì” è sceso dal 23 al 21, il “sicuramente sì” è rimasto fermo ad un modestissimo 4 per cento e la “non partecipazione o disaccordo” dalle loro iniziative è aumentata dal 43 al 53 per cento. Le “opinioni” sul movimento dal nome ittico esploso nelle piazze a ridosso delle elezioni regionali in Emilia- Romagna, e poi estesosi altrove, sono diventate “più tiepide” secondo il sociologo e politologo. Che tuttavia non è arrivato a considerarlo o immaginarlo sott’olio, come invece è apparso ad altri. Ma non è detto che non arrivi anche lui, prima o poi, a questa sensazione. Ciò sta accadendo non tanto per le frequentazioni fotografiche e televisive – da Oliviero Toscani e Benetton a Maria De Filippi, definita “l’istitutrice” da Aldo Grasso sul Corriere della Sera- in cui sono incorsi leader e leaderini delle Sardine così entusiasticamente salutate a suo tempo da quel furbacchione del segretario del Pd Nicola Zingaretti, e viste con un certo interesse anche dall’allora capo delle 5 Stelle Luigi Di Maio, quanto per certi altri appuntamenti cui sono mancate nel loro complesso.

A grillini e piddini, per ragioni diverse ma infine concorrenti, non è piaciuta l’indifferenza mostrata dalle Sardine con quel rifiuto di leader e leaderini di rispondere a chi ne sollecitava un giudizio sotto sotto di apprezzamento di fronte a temi come la prescrizione praticamente zero del guardasigilli Alfonso Bonafede, che è riuscito a sopprimerla nel codice all’epilogo del primo dei tre gradi di giudizio, o la riduzione tanto sostanziosa quanto monca dei seggi parlamentari. Su cui gli elettori prima o dopo, viste le complicazioni da coronavirus, dovranno pronunciarsi nel cosiddetto referendum confermativo senza avere la minima idea di sé e come saranno aggiornate leggi e regolamenti per rendere compatibili quattrocento deputati e duecento senatori, contro i quasi mille ereditati dalla Costituzione approvata alla fine del 1947, con un grado serio o decente di rappresentatività.

I grillini volevano rendere più saporiti col gusto delle Sardine appena pescate sia la prescrizione zero, o quasi, sia le Camere smilze partorite dalle loro campagna anti- casta, quasi come il taglio dei vitalizi ancora a rischio di sorprese per i ricorsi pendenti. Quelli del Pd, specie dopo la petulante resistenza, secondo loro, dell’ex segretario Matteo Renzi e del suo nuovo movimento, volevano usare l’odore e il sapore delle Sardine per nascondere meglio l’obiettivo disagio in cui si trovano dopo avere ceduto al Movimento 5 Stelle nel momento non della sua maggiore forza, com’era quella iniziale di questa legislatura, ma della sua maggiore debolezza di natura non solo identitaria, dopo tutti i voti perduti governando prima con i leghisti e poi con la sinistra. A Roma, nelle elezioni suppletive per la sostituzione di Gentiloni con Gualtieri alla Camera, i grillini sono precipitati addirittura al 4,4 per cento, pur con l’attenuante di un’affluenza alle urne inferiore al 20 per cento.

La delusione procurata fra i grillini dalle Sardine si è avvertita con la solita chiarezza sul giornale che ne riflette maggiormente gli umori – il Fatto Quotidiano- fra gli insulti, o quasi, di Marco Travaglio e i più educati e sottili ragionamenti di Antonio Padellaro, che le ha avvertite “senz’acqua” dopo l’annuncio di Mattia Santori che “la stagione delle piazze come l’abbiamo conosciuta a novembre forse passerà, e forse è già finita”. “Senza l’acqua delle piazze le sardine moriranno”, ha previsto il fondatore del giornale diretto adesso da Travaglio.

Altrettanto comprensibile, e condivisibile, è in questo quadro l’acqua che il mio amico Valter Vecellio dalle sponde irriducibilmente radicali dei suoi sentimenti, e proprio qui, sul Dubbio, ha cercato di dare o restituire alle Sardine immaginando con simpatica e vivace fantasia il compianto Marco Pannella fra di loro, ed esortando a sentirne le domande, più che ad attenderne le risposte. Ma Pannella era Pannella, carissimo Valter, non solo per le domande che sapeva porre incalzando, imbarazzando e incuriosendo tutti, persino il Papa di turno, ma anche e forse ancor più con le risposte che sapeva dare all’occorrenza, con le proposte che formulava, e persino con il bavaglio che sarcasticamente si applicava per protesta, per non parlare dei referendum che sapeva proporre, sino ad abusarne qualche volta. E non si faceva certamente ed encomiabilmente trattenere lungo la sua strada dal rischio, dalla paura e quant’altro di trovarsi in compagnia, o quasi, del diavolo di turno. Che poteva essere il Cavaliere ancora rampante di Arcore o il Gianfranco Fini non ancora perduto nella sua smania di liberarsi di chi, come appunto Silvio Berlusconi, lo aveva “sdoganato”, come si disse all’epoca delle elezioni amministrative del 1993, incoraggiando il leader dell’ancora Movimento Sociale nel pur fallito tentativo di scalare il Campidoglio conquistato infine da Francesco Rutelli.

 

Commenti 30 Jan 2020 21:00 CET

Zingaretti style. Tenersi stretti il M5S e le sardine, poi fisco e “fase due”

La strategia Pd non rincorrere Salvini in barricata. Non c’è bisogno di sfidare I grillini, tanto gli elettori stanno tornando a casa. Ora è Conte…

Nicola Zingaretti non scopre le carte, non entra nel dettaglio di cosa abbia in mente per il futuro del suo partito e per quello della coalizione, ancora non nata, che dovrebbe sfidare la destra alle prossime elezioni politiche. Ma dal poco che dice e da come tiene la barra sembra possibile intuire, almeno a grandi linee, come intenda giocare la partita.

Di certo il segretario del Pd non ha alcuna intenzione di andare allo sbaraglio e di mandare il suo partito al massacro affrontando Salvini nel campo aperto della propaganda strillata.

E’ inoltre chiaramente consapevole dei problemi d’immagine che ancora gravano sul Pd agli occhi di molti potenziali elettori. Pare quindi deciso a tenersi un passo indietro rispetto alla prima linea, tanto discreto, quasi invisibile, quanto Salvini è rumoroso, invadente, onnipresente. E’ evidente inoltre che il ruolo del Pd, secondo lui, non deve essere, quello speculare alla Lega, di calamitare consensi imponendo se stesso come Dominus. Al contrario, il Pd deve esercitare un ruolo cauto e poco vistoso di motore, la centrale che tiene insieme una rete interna ed esterna al partito ma che, anche quando punta sul partito stesso, mette da parte i leader per esaltare il ruolo dei sindaci, dei governato, degli amministratori locali. Di queste rete, in tutta evidenza, devono far parte le sardine che hanno svolto un ruolo prezioso, forse essenziale, in termini di mobilitazione e campagna elettorale proprio perché esterni ma non ostili al Pd.

Non si tratta dunque di attrarle nel partito, col che verrebbe meno il loro ruolo e la loro stessa utilità, ma di aprire una interlocuzione permanente con l’obiettivo sia di svecchiare il partito che di sfruttare la straordinaria capacità di mobilitazione anche elettorale che i pesciolini hanno messo in campo nelle elezioni in Emilia. Un rapporto molto simile Zingaretti spera di costruire con le forze “antisalviniste” che dovrebbero comporre l’alleanza. Non solo il M5S ma De Magistris a Napoli, anche sacrificando, se il segretario ci riuscirà, De Luca e in generale tutte le realtà sociali e politiche che dovrebbero dar vita a questa “area vasta”.

L’alleanza con i 5S, però, è da questo punto di vista essenziale e la spina principale, per il Nazareno, è proprio lo stato di caos in cui sta affondando il Movimento. Ma per Zingaretti a occuparsi di quel fronte deve essere il presidente del consiglio che dalle file dei 5S in qualche misura proviene e che dai 5S è stato indicato due volte come presidente del conisglio.

Conte, rapido nel capire e nel cogliere le opportunità, il giorno dopo la vittoria di Bonaccini ha chiesto di partecipare al programma di Lilli Gruber sulla 7, con l’obiettivo di porre se stesso come punto di riferimento ed espressione unitaria dell’alleanza antisalviniana.

E’ una parte che gli garantirebbe un protagonismo politico di lunga durata e il Pd è ben contento di usarlo come sponda. A patto però che il premier si decida a sfoderare le unghie. Conte ha rivelato doti diplomatiche e accortezza politica insospettate quando si ritrovò quasi per caso insediato a palazzo Chigi.

Ma diplomazia e astuzia non bastano a fare un leader politico. Per il Pd è essenziale che ora il premier faccia in pieno la propria parte in commedia. Significa, in concreto, tre cose: fronteggiare le offensive del guastatore Renzi, che però sono uscite fortemente depotenziate dal successo del Pd in Emilia- Romagna; mettere subito in cantiere una serie di misure che autorizzino a parlare di “Fase 2”, a partire dalla riforma complessiva della fiscalità; rimettere ordine nel formicaio impazzito del M5S, guidandolo verso l’intesa con il Pd.

E’ una missione, quest’ultima, dall’esito tutt’altro che certo. Il Pd ha rinunciato all’obiettivo, considerato possibile fino alla sera della vittoria, di un rimpasto.

E’ impegnato a evitare screzi e frizioni con il Movimento. Ma il grosso del lavoro, e si tratta di un lavoro difficile, deve farlo Conte. Su questo fronte si gioca in buona parte il suo futuro politico.