Commenti 2 Jul 2020 19:05 CEST

Concorsi truccati per diventare magistrati: il Csm resta muto?

Il trucco degli elaborati non anonimi e degli esaminatori truffaldini: un gravissimo danno d’immagine cui va posto rimedio

Su La Stampa di lunedì 29 giugno, Domenico Quirico ha delineato un quadro agghiacciante dei concorsi per l’ingresso in magistratura, una sorta di premessa a quanto abbiamo recentemente scoperto con la sciagurata vicenda Palamara. A seguito di innumerevoli ricorsi un concorrente bocciato nei concorsi del 1992 e del 2000 è riuscito ad acquisire la completa documentazione relativa del concorso del 1992, ed è appunto a quella documentazione che si riferisce l’articolo di Quirico. Che scandalo silenzio di tutti, Csm compreso, sui concorsi truccati per diventare magistrati

Su La Stampa di lunedì 29 giugno, Domenico Quirico ha delineato un quadro agghiacciante dei concorsi per l’ingresso in magistratura, una sorta di premessa a quanto abbiamo recentemente scoperto con la sciagurata vicenda Palamara. A seguito di innumerevoli ricorsi, un concorrente bocciato nei concorsi del 1992 e del 2000 è riuscito ad acquisire la completa documentazione relativa al 1992, ed è appunto a quella documentazione che si riferisce l’articolo di Quirico. Veniamo così a conoscenza del sofisticato e truffaldino sistema grazie al quale gli elaborati di alcuni candidati, che dovrebbero essere tutti rigorosamente anonimi, erano invece agevolmente individuabili; erano appunto quelli dei candidati che dovevano essere comunque dichiarati idonei, quelli per cui si era mossa la macchina della corruzione che attraverso vari passaggi arrivava ai componenti – magistrati e professori universitari – della commissione giudicatrice del concorso.

I segni di riconoscimento lasciati sugli elaborati consistevano ad esempio nel saltare la prima riga dei fogli formato protocollo ovvero scrivere una facciata sì e una no. Ed ancora, dai verbali dei lavori della commissione giudicatrice risulta che la valutazione media su ciascun candidato è durata tre ( 3) minuti, durante i quali si sarebbe dovuto leggere e valutare collegialmente i tre temi di diritto civile, penale e amministrativo. Certo, la commissione era in grado di lavorare speditamente, posto che si sapeva in anticipo quali erano i candidati che dovevano comunque essere promossi. Pare anche che i temi di alcuni degli idonei contenessero errori clamorosi e grossolani, impensabili per qualsiasi laureato in legge.

Siamo così venuti a conoscenza che un certo numero di magistrati per definizione truffatori, corrotti e corruttori da decenni esercitavano impunemente funzioni giudiziarie in cui vengono necessariamente in gioco fondamentali diritti personali e patrimoniali dei cittadini.

Ho atteso qualche giorno a scrivere su questa vicenda perché mi auguravo che l’articolo suscitasse qualche reazione, qualche presa di posizione degli organi posti al vertice della magistratura o deputati al suo governo, dal presidente al Procuratore generale della Cassazione, dal Consiglio superiore della magistratura al ministro della giustizia.

Purtroppo l’unica risposta è stata un silenzio assordante. Il che vuol dire che quelle rivelazioni non potevano essere smentite e che il Csm e i vertici della magistratura ne erano al corrente. Ma queste implicite ammissioni non bastano, i cittadini e la stragrande maggioranza dei magistrati onesti, quelli che hanno vinto il concorso senza ricorrere a loschi traffici e svolgono degnamente il loro mestiere, vogliono sapere di più. Vogliono sapere se i concorsi truccati del 1992 e del 2000 sono stati deviazioni isolate o costituiscono una prassi costante e tuttora attuale; se a suo tempo erano stati iniziati procedimenti penali e disciplinari nei confronti dei magistrati corrotti che facevano parte delle commissioni di concorso; se i magistrati truffaldini entrati abusivamente in carriera, di cui sono noti i nomi, sono stati destituiti e denunciati in sede penale; se e quali misure i vertici della magistratura e il Csm intendono assumere per evitare che la vergogna dei concorsi truccati possa ripetersi.

Vi è da domandarsi quale fiducia possono riporre i cittadini in una magistratura di cui continuano a fare parte giudici e pubblici ministeri che erano già corrotti e corruttori prima ancora di entrare in servizio. Il gravissimo danno di immagine e di credibilità arrecato alla magistratura italiana potrà essere almeno parzialmente riparato solo da immediate risposte che dimostrino la volontà di contrastare lo scandalo dei concorsi truccati. Il silenzio del Consiglio e dei vertici della magistratura significherebbe che bisogna accettare di convivere con una fetta minoritaria ma potente – il caso Palamara insegna – di magistrati corrotti e corruttori.

Ma questo atteggiamento non sarà mai avallato – ne sono certo – dalla stragrande maggioranza dei magistrati onesti e dalle forze politiche che si richiamano ai principi costituzionali dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura e della soggezione dei giudici soltanto alla legge.

 

Editoriale del Direttore 27 Jun 2020 07:28 CEST

Il patchwork di un Paese senza bussola

Mondragone, la scuola, la bocciatura al taglio dei vitalizi e la crisi di credibilità del Csm metafora della maionese impazzita che è l’Italia

Prendiamo Mondragone, coi bulgari “untori” e gli italiani “salutisti”. Mischiamoci la scuola, con la ministra Azzolina e «tante scelte che non sono colpa mia». Aggiungiamoci la bocciatura al taglio dei vitalizi degli ex parlamentari. Sono tre istantanee solo superficialmente scollegate ma che al contrario rappresentano la più calzante metafora della maionese impazzita che è l’Italia. Un Paese che sembra procedere privo di una bussola che indichi una precisa direzione strategica, che è preda di malmostosità, rabbia e scatti “di pancia” ai quali la classe dirigente, politica e no, non solo non è capace di rispondere me spesso neppure di comprendere. Aggiungiamoci lo strapiombo di credibilità in cui è precipitata la magistratura dopo lo scandalo Csm e il quadro si precisa: dire a tinte fosche, è il minimo.

In questa cornice il premier Conte – per la scuola e gli altri dossier su cui ciclicamente Zingaretti chiede di accelerare – reclama invece «dateci tempo». Il fisico Carlo Rovelli replicherebbe che il tempo è una astrazione. Gli italiani, più concretamente, che il tempo, chi ce l’ha, non lo deve aspettare. Vale anche per il centrodestra che sta sulla riva del fiume ad attendere – chissà quanto realisticamente – il suicidio della maggioranza. Così riprende corpo lo sport preferito dal Palazzo: la campagna elettorale permanente. Si farà sotto gli ombrelloni, al Papetee o simili per votare a settembre su regionali, comunali e referendum sul taglio dei parlamentari: altro patchwork utilissimo a vieppiù confondere le idee agli elettori.

Il leader Pd lamenta che nel fronte opposto trovare l’unità sulle candidature è facile, mentre dalla sua parte è complicatissimo. Non è così, anche a destra è stato un rompicapo mica male. Tuttavia è vero che nella coalizione M5S-Pd- Iv e Leu il mastice unitario è inesistente. La ragione è nota: è stata messa su una maggioranza raccoglieticcia in virtù di un coup de theatre di Matteo Renzi. Ma governare i territori e a maggior ragione lo Stato è improbo se ognuno marcia in direzione propria, ostinata e contraria a quella dei partner. Il paradosso è che prigionieri come siamo della dittatura del presente, i partiti non trovano di meglio che interrogarsi sul 2022, quando bisognerà eleggere il nuovo capo dello Stato. Concentrarsi sull’autunno alle porte, sarebbe più utile.

Commenti & Analisi 24 Jun 2020 17:00 CEST

Se via Arenula è nelle mani delle toghe resiste la tesi dell’autoriforma del Csm

A palazzo dei Marescialli pensano di aver risolto il problema espellendo Palamara. Ma la politica non riesce a rialzare la testa

La “guerra per bande togate” – che è un’espressione forte usata non dal Dubbio di Carlo Fusi di fronte ai clamorosi sviluppi della vicenda di Luca Palamara ma dal Fatto Quotidiano di Marco Travaglio, non certamente sospettabile di pregiudizio o animosità verso la magistratura- rimanda un po’ al vecchio proverbio sul lupo che perde il pelo ma non il vizio.

I peli nel nostro caso sono quelli dello stesso Palamara – appena espulso per violazione del codice etico dall’associazione nazionale dei magistrati, di cui fu anche presidente prima di approdare al Consiglio Superiore nel Palazzo dei Marescialli- e degli altri uomini in toga che hanno partecipato con lui alla gestione correntizia delle carriere. Alcuni dei quali – una ventina- sono già sotto osservazione al Consiglio Superiore e potrebbero incorrere in guai disciplinari e persino giudiziari.

Il vizio, sempre nel nostro caso, è quello dell’associazione, o sindacato, dei magistrati di reclamare praticamente autoriforme della magistratura, quando ne esplodono i problemi, considerando quelle elaborate nella sola sede legittima, che è il Parlamento, una prevaricazione, una punizione, o una “resa dei conti”, come ha scritto Giancarlo Caselli, fra la politica che vuole riprendersi il primato perduto e le toghe che glielo hanno in qualche modo sottratto.

Della permanenza di questo vizio, o tentazione, deve essersi accorto il vice presidente del Consiglio Superiore Davide Ermini, vice di Sergio Mattarella nel Palazzo dei Marescialli, se ha tenuto a ricordare nei giorni scorsi, in una intervista al Corriere della Sera, che “come azzerare il peso delle correnti all’interno del Csm è decisione che spetta al governo e al Parlamento”, non quindi all’associazione composta dalle correnti e convinta – par di capire- di avere fatto tutto il necessario e possibile espellendo Palamara: cosa che il già citato Caselli ha definito “colpo di reni”.

Temo che a far maturare nel vice presidente del Consiglio Superiore della Magistratura il sospetto che ancora una volta le toghe pensino non a una riforma ma a un’autoriforma sia stata la fretta con la quale, mentre l’associazione espelleva Palamara, il presidente Luca Poniz le rivendicava il merito di essersi guadagnato il consenso del ministro della Giustizia a buona parte delle proposte da essa formulate. E ciò a cominciare, naturalmente, dal veto ad ogni forma di sorteggio per la designazione dei consiglieri togati, neppure per una preselezione di candidati da sottoporre poi all’elezione di cui parla esplicitamente, e vincolativamente, l’articolo 104 della Costituzione, tanto decantato e difeso dagli organismi rappresentativi dei magistrati.

Purtroppo la forza delle resistenze ad una riforma vera della magistratura e, più in generale, del sistema giudiziario, capace di sradicare brutte abitudini e quant’altro, non sta solo nell’associazionismo correntizio e parapolitico quale è maturato negli almeno ultimi trent’anni, ma nel fatto che il Ministero della Giustizia, a dispetto della natura tutta o prevalentemente politica di chi lo guida di volta in volta, nella successione dei governi e delle relative maggioranze, è di fatto nelle mani dei magistrati. La burocrazia, o l’alta burocrazia di quel dicastero è tutta giudiziaria. E non vi è ministro che possa resisterle più di tanto. Immagino già una smorfia di dissenso del guardasigilli in carica Alfonso Bonafede.

Nei cui riguardi non mi fa veloglielo assicuro- uno scambio, diciamo così, forte di opinioni avuto nella scorsa legislatura, nel Transatlantico di Montecitorio ancora aperto alla stampa parlamentare, per avere egli sostenuto la sera prima in un salotto televisivo che noi giornalisti, specie quelli pensionati, fossimo dei “lobbisti”, in grado meglio di altri di rappresentare gli interessi di aziende, settori e quant’altri, fra le anticamere delle commissioni e dell’aula, nel traffico di emendamenti, sub- emendamenti e varie a leggi finanziarie e provvedimenti specifici. Non ci lasciammo nel migliore dei modi, in quell’occasione, perché l’allora semplice deputato Bonafede mi disse che avrebbe ribadito le sue convinzioni alla prima occasione che gli fosse capitata. Lui è fatto così: combattivo, diciamo. Ebbene, con la mia purtroppo vecchia esperienza professionale e di rapporti personali, vorrei assicurare Bonafede di avere visto condizionati inconsapevolmente dalla burocrazia giudiziaria del suo dicastero fior di ministri con esperienze universitarie e forensi alle spalle maggiori delle sue per ragioni quanto meno anagrafiche.

Penso, per esempio, al compianto Giuliano Vassalli. Che da ministro della Giustizia, tra l’autunno del 1987 e i primi mesi del 1988, propose e fece approvare rapidamente dalle Camere una legge di disciplina della responsabilità civile dei magistrati che vanificava di fatto la via libera a quella responsabilità data a larghissima maggioranza dagli elettori in un referendum promosso dai radicali e sostenuto con particolare vigore dal Psi – il partito dello stesso Vassallisull’onda della vicenda di Enzo Tortora.

Che era stato sbattuto in galera, in una retata di centinaia di camorristi poi risultati più presunti che veri, ed aveva dovuto subire il supplizio di un processo destinato a restituirgli dopo anni l’onore ma non la salute. Egli morì di tumore proprio nel 1988, pochi mesi dopo l’approvazione della legge Vassalli, all’ombra della quale molti altri errori giudiziari sarebbero stati compiuti senza danni, o quasi, per i loro responsabili.

 

Commenti 23 Jun 2020 21:00 CEST

Palamara, espulsione inevitabile. Riformare il Csm contro il “carrierismo”

L’obiettivo è rendere l’organo di autogoverno dei magistrati in grado di svolgere un effettivo controllo sugli eventuali comportamenti scorretti

Nei giorni successivi all’espulsione dall’Associazione Nazionale Magistrati il dottor Luca Palamara ha rilasciato interviste a vari quotidiani nazionali: per quanto mi risulta a La Repubblica, Il Fatto Quotidiano e La Verità, accompagnate dalla divulgazione di una sorta di memoriale difensivo. Questa intensa attività si è posta l’evidente obiettivo di coinvolgere il maggior numero possibile di magistrati nel suo ruolo di manovratore occulto degli incarichi direttivi e dell’assegnazione delle varie sedi e funzioni giudiziarie, all’insegna del motto “così fan tutti”. Il che per fortuna non corrisponde assolutamente al vero. Al riguardo mi piace menzionare la bella lettera aperta indirizzata al dottor Palamara dal giudice civile di appello Silvana Ferriero, che ha avuto, senza che questa fosse l’intenzione dell’autrice, ampia diffusione su quotidiani on line e in rete. In quella lettera si spiega molto bene cosa significa fare il giudice, in radicale e totale antitesi con la “spregiudicatezza”, l’” insensibilità”, l’“insaziabile e incomprensibile sete di potere” che hanno caratterizzato i comportamenti del dottor Palamara. A fronte del ruolo veramente sciagurato svolto e del gravissimo danno per l’immagine e la credibilità della giustizia e per i valori costituzionali di indipendenza, imparzialità e terzietà del giudice, mi ha stupito che alcuni organi di stampa abbiano riservato ampio spazio a sue interviste. Offrire una palestra allo stesso Palamara per illustrare l’illecito mercato svolto dal suo occulto centro di potere potrebbe quasi apparire come una sorta di legittimazione: dopo avere dato la più ampia informazione sul suo operato la risposta più valida sarebbe stata quella di stendere per carità di patria un pietoso velo di silenzio su questo magistrato che ha così gravemente offeso la dignità della funzione giudiziaria. Preso atto che è stato immediatamente sospeso dall’incarico di pubblico ministero e dallo stipendio, ora non si deve fare altro che rimanere in vigile attesa degli esiti dei procedimenti penale e disciplinare già iniziati rispettivamente dalla Procura della Repubblica di Perugia e dal Procuratore generale della Cassazione. Rispetto alla gravità della vicenda mi sono parse inadeguate anche alcune considerazioni, diciamo così difensive, relative all’immediata espulsione del dottor Palamara dall’Associazione Nazionale Magistrati. In una nota pubblicata domenica scorsa su La Stampa Marcello Sorgi ha censurato severamente l’Anm per avere proceduto all’espulsione di Palamara mediante un processo sommario, senza avergli dato alcuna possibilità di difesa. Ebbene, l’espulsione di un socio da una libera associazione è un atto che non può esser assimilato né ad una sanzione disciplinare, né ad una misura cautelare in un procedimento penale, e pertanto non presuppone alcun previo intervento difensivo del destinatario dell’espulsione. Si tratta di un discrezionale e insindacabile provvedimento nei confronti di un socio la cui presenza era divenuta incompatibile con i codici etico e deontologico che stanno alla base di quell’associazione. Non vi è dunque nulla di scandaloso nell’espulsione del dottor Palamara dall’Anm mediante un “processo sommario”, anzi sarebbe stato censurabile mantenerlo nella qualità di associato dopo che erano divenuti di pubblico dominio i contenuti dell’intercettazione del suo cellulare depositati dal pubblico ministero di Perugia. L’immediata espulsione è stato un atto necessario per tagliare i ponti con un passato poco felice, tanto più ove si tenga presente che quel socio era stato a suo tempo presidente dell’Anm e componente del Csm. L’incresciosa vicenda del dottor. Palamara non si chiude comunque con l’espulsione dall’Anm e la prevedibile futura destituzione dall’ordine giudiziario, ma dimostra – come ha vigorosamente sostenuto nei giorni scorsi il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella – l’urgenza di una robusta riforma del Consiglio, con l’obiettivo di rendere l’organo di autogoverno della magistratura in grado di svolgere un effettivo controllo sugli eventuali comportamenti eticamente e deontologicamente scorretti, in sede preventiva e, se del caso, repressiva. Il che vuol dire in primo luogo intervenire sul sistema elettorale, per impedire che l’elezione dei componenti togati continui a essere monopolizzata dalla nefasta influenza delle correnti, e far prevalere scelte basate sul prestigio e sulla credibilità acquisita sul terreno della correttezza personale e professionale dei candidati nell’ambito di collegi uninominali istituiti a livello di Corte di appello. Ma sul tema vi sarà modo di intervenire più a fondo quando il Governo presenterà in Parlamento il preannunciato disegno di legge di riforma del CSM.

Commenti & Analisi 23 Jun 2020 18:00 CEST

Fuorviante invocare la “questione morale”. Per cambiare la giustizia servono riforme

Si scontrano garantisti e giustizialisti ma alla fine si scopre che ognuno è alternativamente garantista e giustizialista a seconda della convenienza

Le deviazioni correntizie della magistratura che vedono Luca Palamara come protagonista con l’intero ordine giudiziario e lo scontro tra Di Matteo e il ministro della giustizia hanno messo finalmente in evidenza la differenza che c’è tra la questione morale e la questione giudiziaria che da molto tempo viene negata o trascurata ed è fonte di tanti pericolosi equivoci.

Assistiamo da anni allo scontro tra garantisti e giustizialisti con polemiche vivaci tra di loro, ma alla fine si scopre che ognuno è alternativamente garantista e giustizialista a seconda della convenienza: così avviene a tutti livelli e la questione morale viene appannata.

Enrico Berlinguer negli anni 90 pose in maniera forte e drammatica la “questione morale“come problema sociale e istituzionale: lo fece in presenza della crisi del comunismo sovietico e della sua liquidazione per dare una linea politica al suo partito e per riscattarlo dai soprusi e dai finanziamenti sovietici. Operò questa scelta senza denunziare i “peccati“del Pci, per contestare il potere dei partiti della maggioranza che in quel periodo governavano.

La questione morale divenne prontamente questione penale perché Tangentopoli affidò il “controllo“ alla magistratura con le modalità ormai note anche nei dettagli. La magistratura o meglio le Procure si impegnarono a processare il ‘ sistema’ più che a indagare sui singoli reati e sui diretti responsabili; e il giudice, nonostante le innumerevoli sentenze di assoluzione, acquistó le caratteristiche del valutatore etico che condanna il male per fare vincere il bene! Il confondere la ‘ morale’ con il ‘ penale’ ha quindi determinato tanti lutti e forse oggi vi può essere un chiarimento nell’interesse della vita sociale e dell’efficacia delle istituzioni.

Il tribunale di Perugia stabilirà se Palamara è responsabile di reati penali, riferiti alla sua persona che debbono avere una fattispecie precisa e specifica, ma le deviazioni drammatiche del correntismo che si afferma sopra ogni altro principio, non hanno valore penale ma appartengono al comportamento scorretto dei singoli e dell’organo di autogoverno ( Csm), al funzionamento scorretto delle situazioni, al non rispetto dell’indipendenza della magistratura, in una parola alla questione morale che interessa tutti e passa per ognuno di noi.

Palamara ha ragione nel dire che non può essere solo lui il responsabile di un metodo che è un andazzo da sempre, noto a tutti e con la partecipazione di tutti.

Nessuno può dichiararsi estraneo neanche quelli che magari timidamente o per salvarsi la coscienza hanno denunziato il sistema ma è risultato egualmente agevolato e resta convinto di avere ricevuto le agevolazioni ( cioè la promozione) perché più bravo!

E per questa ragione che desta ilarità il ripetuto esempio fatto da Davigo che sostiene di non volere più rapporti con chi invitato a cena ha rubato l’argento che è pur sempre un furto e quindi un reato. Il dottor Davigo non è consapevole che in questo caso non è stato rubato l’argento ma l’oro dell’indipendenza della magistratura come valore istituzionale per tutti cittadini, e quindi siamo di fronte ad una questione morale e istituzionale per la quale ognuno deve sentirsi responsabile.

Non siamo in presenza di reati ma di una distorsione istituzionale che coinvolge tutti. Con molta acutezza è stato detto che non bisogna osservare la “mela marcia” ma l’albero da cui quella mela proviene. E l’albero, diciamolo con chiarezza, è stato piantato negli anni 70 quando il Parlamento ha approvato la “progressione automatica e per anzianità’ per cui tutti i magistrati sono bravi, anzi ognuno è più bravo dell’altro! E se tutti sono bravi come si fa ad assegnarli o promuoverli se non con un requisito in più: l’appartenenza alle correnti.

Agli atti della Camera sono registrati gli interventi di chi avvertì il pericolo per l’indipendenza della magistratura che con quella legge si voleva tutelare burocraticamente!

Contesto per questa ragione che la magistratura adoperi un metodo mafioso secondo una dichiarazione di stupefacente superficialità fatta da Di Matteo che è spiegabile soltanto per la sua deformazione professionale occupandosi ossessivamente di antimafia. D’altra parte è stato proprio Giancarlo Caselli a dire che Di Matteo essendo reattivo al solo ascolto della parola ‘ trattativa’ in una trasmissione televisiva ha reagito! Si tratta come vediamo in queste ore di un metodo anche più grave sul piano istituzionale ma non mafioso perché manca la “costrizione’, l” assoggettamento’, la ‘ intimidazione’ come condizione, essendo tutti, ma proprio tutti d’accordo…

Rispetto a questi eventi il giustizialista chiede le dimissioni di chi appare il responsabile e il garantista invece invoca un cambiamento di regole e pretende riforme adeguate che non sono il ridicolo sorteggio dei membri togati per il Csm o il cambio del sistema per le elezioni dell’orhano che non servono assolutamente. Basta ricordare a questi ‘ riformatori’ che all’inizio degli anni ‘ 90 i partiti già da allora in crisi, per evitare le correnti o l’aumento fittizio di altri partiti, cambiarono il sistema elettorale da proporzionale a uninominale e i partiti da 11 che erano diventarono 111, senza riuscire a contarli tutti.

Abbiamo detto tante volte che una riforma vera deve tenere conto del ruolo del magistrato che è profondamente diverso da quello disciplinato dai Costituenti e non è più un potere “diffuso“ma individuale: perciò il vestito vecchio non va più bene, è stretto e si strappa continuamente: con sofferenza per le istituzioni.

Le soluzioni le abbiamo elencate dagli anni ‘ 70 e i magistrati illuminati le conoscono, ma non le vogliono perché la cappa del corporativismo e del potere irresponsabile è troppo forte, e invece solo quelle riforme possono far rigenerare una istituzione come la magistratura e potenziare il suo ruolo destinato altrimenti a non essere più ‘ espressione’ del popolo italiano. Per onorare la questione morale dunque non bisogna dimettersi come punizione auspicata ossessivamente da Davigo, ma accettare fino in fondo le riforme che eliminano davvero l’andazzo perverso finora adottato.

La stessa questione morale riguarda lo scontro tra il ministro di giustizia e Di Matteo il quale ha dato notizia, seppure in maniera incerta ed equivoca, di un reato che vede coinvolto il ministro come vittima e come autore del reato per il quale si attendono le decisioni della procura della Repubblica.

Ma inaspettatamente Di Matteo nell’audizione resa alla Commissione Parlamentare antimafia ha dichiarato che teneva ad assumere il ruolo di capo del Dap perché quelle competenze potevano essere utili per accertare le responsabilità della trattativa tra lo Stato e la mafia. Ho sempre sostenuto che il ministro non è tenuto a dare risposte trattandosi di una sua personale scelta, ma Di Matteo si è dato da solo la risposta: non può dirigere il Dap chi vuole ricercare in tutti modi, anche fuori dall’esclusiva attività giudiziaria, elementi a favore di una tesi, per ora smentita dalle sentenze.

Ecco, questo appartiene alla sfera morale, alla “questione morale“ che questa sì deve essere invocata e attuata ad ogni pié sospinto e distinta da quella penale.

In ogni caso la cultura morale viene prima di quella giurisdizionale.

 

Editoriale del Direttore 20 Jun 2020 07:33 CEST

Il Quirinale e i doveri di tutti

Per capire fino in fondo la portata del monito dell’altro ieri di Sergio Mattarella basterebbe rileggersi tre righe…

Per capire fino in fondo la portata del monito dell’altro ieri di Sergio Mattarella basterebbe rileggersi tre righe. Quelle del discorso di insediamento rivolto al Parlamento il 3 febbraio 2015. “All’arbitro scandiva il neo capo dello Stato – compete la puntuale applicazione delle regole. L’arbitro deve essere, e sarà, imparziale. I giocatori lo aiutino con la loro correttezza”. Il significato è chiaro. L’Italia non è una Repubblica presidenziale. I poteri del Presidente sono scritti nella Costituzione: argini invalicabili. Chi spinge per superarli si comporta in modo scorretto. E la scorrettezza costituzionale mette a rischio l’ordinato svolgimento del sistema democratico.

Ma forse, almeno in filigrana, si può intuire anche qualcos’altro. Giusto o sbagliato che fosse, i padri costituenti immaginarono un equilibrio costruito su istituzioni deboli – a partire dal governo e dal presidente del Consiglio – e partiti forti. All’inizio degli anni ‘ 90 questo schema è precipitato. I partiti hanno via via perso potere, prestigio e addirittura consistenza. Altre formazioni politiche si sono affacciate sul proscenio, sempre più allontanandosi dal solco costruito nel 1948. Contemporaneamente in quel periodo pezzi della magistratura hanno puntato a supplire le forze politiche in via di estinzione. In tale modo squilibrando il bilanciamento dei poteri che è l’anima stessa della democrazia. Il Paese è andato avanti così, sbilenco e incerto, con gli italiani che hanno assistito al progressivo svilimento della propria classe dirigente, collassata alla fine sotto il peso dei propri errori ed omissioni. Due anni fa, M5S e Lega hanno vinto nei rispettivi schieramenti, innaffiando di populismo le loro parole d’ordine e i loro intendimenti. Hanno fatto un governo assieme, che non ha funzionato. In corso d’opera, e con lo stesso premier, ne è nato un altro di opposto colore, che ha dovuto affrontare la più grave crisi sanitaria ed economica dal 1945 ad oggi. Nel frattempo, la magistratura ha messo in luce quella “modestia etica” denunciata da Mattarella, che ha provocato sbigottimento lacerando prestigio e autorevolezza di chi amministra la giustizia. In molti, in un modo o nell’altro, hanno alzato gli occhi verso il Colle, solleticando velleitariamente interventi del Quirinale per supplire alle deficienze, alle incapacità, alla bramosia di potere. Non funziona così. Il presidente della Repubblica è arbitro, non può parteggiare per questa o quella squadra. Tantomeno può esprimersi a favore di questo o quel leader. Ognuno si deve prendere le proprie responsabilità. Chi governa, chi si oppone, chi fa parte della giurisdizione, chi vuole ottenere consenso sfruttando i social. Troppo comodo pensare al proprio orticello confidando nel fatto che poi i guai li aggiusta il Presidente. Troppo comodo. È costituzionalmente scorretto. Scorrettissimo.