Cultura 24 Nov 2019 08:52 CET

Come cambia il mondo? Basta seguire il denaro

Il commento

di Giorgio Cavagnaro

Quello di seguire la pista del denaro è un consiglio brutale, poco romantico ma molto saggio, reso popolare da una famosa frase del film Tutti gli uomini del Presidente. Lo ricordate? Parlava dello scandalo Watergate e di come due giornalisti ( allora c’erano), Bob Woodward e Carl Bernstein, misero spalle al muro Richard Nixon seguendo il flusso monetario della sua corruzione. Teniamolo presente, mentre riflettiamo su come sia stato possibile che l’Italia cadesse, in un tempo spaventosamente breve, in mano a movimenti politici di livello davvero infimo. Le condizioni ideali perché ciò avvenisse esistevano, questo va detto. Un pauroso deficit culturale soprattutto, indotto da anni di controllo quasi totale dei media da parte di Silvio Berlusconi e non adeguatamente fronteggiato da chi avrebbe dovuto e potuto varare quella legge sul conflitto d’interessi che ancora oggi latita. La deleteria disattenzione nei confronti di tutto ciò che, scuola in primis, costituisce la base di una crescita intellettuale a livello nazionale. Infine, l’innegabile scadimento progressivo della qualità individuale in campo politico. Ma in questo scenario, che cosa ha davvero svolto un ruolo decisivo per sgominare il campo da sinistra a destra, piantando sull’Italia una bandiera ben difficile da sradicare?

La risposta è sempre la stessa: il denaro. Come ai tempi di Berlusconi, ma anche ai tempi del piano Marshall, che ricostruì l’Italia, e dell’eterna opposizione che ne fu contraltare puntuale, in un equilibrio che durò fino alla caduta del muro di Berlino. La Dc e il Pci, Don Camillo e Peppone che recitano il loro ruolo con diligenza, in un gioco delle parti durato più di quarant’anni. Un gioco che poteva contare su un doppio flusso di denaro impressionante, ma necessario al mantenimento di un ordine mondiale indiscutibile, deciso a Yalta nel 1945, sulle macerie ancora fumanti della tragedia europea. Un grande del passato disse «Io so, ma non ho le prove». Citando indegnamente Pier Paolo Pasolini credo che, osservando col dovuto distacco l’odierno caos italiano, i fatti del passato siano leggibili oggi con una certa chiarezza, e che soprattutto forniscano gli strumenti per inquadrare con una certa precisione il presente. Presente che vede ancora Russia e Stati Uniti nazioni leader del mondo, guidate oggi da due falchi come Vladimir Putin e Donald Trump, per nulla interessati a volere un’Europa forte. Al contrario, è evidente il costante lavoro di demolizione, svolto quasi alla luce del sole tramite emissari come Alexander Dugin e Steve Bannon, del progetto europeo. Progetto già arduo da realizzare per conto suo, tra i mille contrasti ideologici ed economici che lo attraversano, ma unica via concreta per la sopravvivenza del bene supremo, la libertà.

Pensate che per raggiungere questo scopo bastino quattro elmi con le corna e un gruppo di fanatici sventatelli?

Io no. Penso che servano tanti, tanti soldi. Una montagna di soldi. Ed è facile individuare chi ne può disporre, a livello mondiale, e abbia contemporaneamente il movente valido per investirli.

 

Politica 2 Nov 2019 13:10 CET

Le manette, demagogia dell’evasore

LA LETTERA

Caro direttore, mi autocandido a partecipare al dibattito che il nostro giornale ha aperto sul tema “manette agli evasori”. Nel secolo di carta che abbiamo ( spero non solo) alle spalle i giornali furono strumenti di ricerca del senso, e nell’odierno dominio della comunicazione a rete, che intrappola il lettore nell’ubiquo e nell’indistinto azzerando per l’appunto proprio il senso, quando non anche l’intelligenza, merita grande attenzione il confronto delle argomentazioni.

Dico subito, che io, donna di sinistra, sto con Gennaro Malgeri, che è notorio uomo di destra: non è con le manette che si risolvono evasione, elusione e frode fiscale. Io, donna di sinistra, rifiuto le manette: sono il fumo della lotta all’evasione, senza arrosto

Caro direttore, Mi autocandido a partecipare al dibattito che il nostro giornale ha aperto sul tema “manette agli evasori”. Nel secolo di carta che abbiamo ( spero non solo) alle spalle i giornali furono strumenti di ricerca del senso, e nell’odierno dominio della comunicazione a rete, che intrappola il lettore nell’ubiquo e nell’indistinto azzerando per l’appunto proprio il senso, quando non anche l’intelligenza, merita grande attenzione il confronto delle argomentazioni.

Dico subito, perché questo è l’uso introdotto dai precedenti discussant, che io, donna di sinistra, sto con Gennaro Malgeri, che è notorio uomo di destra: non è con le manette che si risolvono evasione, elusione e frode fiscale. Non è con la possanza delle pene, e il loro incremento, che si fronteggia la debolezza dello Stato nel contrastare chi sottrae illecitamente risorse a una comunità di destino. Perché questo è una nazione, al di là delle fòle sovraniste ( come chiamiamo oggi il nazionalismo): una comunità legata da un destino. E proprio questo era il senso ultimo di una famosa frase del compianto Tommaso Padoa Schioppa, “pagare le tasse è bellissimo”: nel Paese che ha mitizzato qualunque mascalzone come eroe eponimo, TPS fu sbeffeggiato. Ma aveva ragione lui.

“Manette agli evasori” è pura demagogia. Non si tratta di scomodare Cesare Beccaria, perché versare parte dei propri proventi da lavoro o da patrimonio al fisco è un obbligo, sottrarsi è perseguibile per legge, e il carcere per gli evasori in Italia c’è già, così come c’è con differente applicabilità in tutti i principali Paesi europei. Solo che in Italia difficilmente si finisce dietro le sbarre perché le pene sono basse, e c’è la condizionale. Le sbarre sono inderogabili solo se l’evasione supera il 30 per cento del volume d’affari, o va oltre i 3 milioni di euro: sicuri che abbassare la soglia a 100mila euro funzioni? Sicuri che basti un deterrente?

E dunque l’unico, vero, grande Paese occidentale in cui la severità verso questo tipo di reato è massima sono gli Stati Uniti, dove – lasciando perdere Trump, portatore di svariati eccezionalismi- ad accentuarla è stato proprio Barack Obama, nel 2012. Per combattere un’evasione da 450miliardi di dollari l’anno, all’epoca, più altri 100 di elusione, Obama istituí una speciale intelligence con oltre 2mila agenti. E in carcere negli Usa, dove il Tesoro può recuperare il sottratto direttamente dal conto corrente in banca, ci si va davvero: son poche migliaia i casi, ma la detenzione media si aggira sui 3 anni. E però gli Stati Uniti non solo hanno un sistema giudiziario molto diverso dal nostro: soprattutto non hanno la prescrizione costituzionale di pene che “devono tendere alla rieducazione del condannato” come recita l’articolo 27 della nostra Carta, condensando una intera civiltà giuridica, quella del diritto positivo, che discende dal riconoscimento della dignità umana comune a molte carte costituzionali europee. Da noi, la Corte costituzionale ha iniziato sin da una famosa sentenza del 1990, la 313, a considerare il principio rieducativo non come un’astrazione ma come un preciso dovere di chi amministra la pena.

Da dove nasce dunque l’anelito “manettaro” e l’entusiasmo risarcitorio all’idea di vedere in ceppi chi evade il fisco? Come tutte le illusionpoiana radici nella frustrazione: quella di chi si vive come tartassato, e dubita ( anche giustamente) dell’efficacia delle leggi. E il tutto, in un Paese nel quale sin dagli esordi di Silvio Berlusconi sulla scena politica si è fatta grancassa dell’idea che lo Stato “metta le mani nelle tasche degli italiani”: la nostra versione del liberismo, comica. E alle vongole: perché chi ha vinto più volte le elezioni grazie proprio a quel genere di propaganda, ha poi varato condoni su condoni. Depenalizzando di fatto, oltre che simbolicamente, l’evasione e anche la frode fiscale ( si ricorderà che proprio il governo Berlusconi cancellò il reato di falso in bilancio per le aziende, tanto che i magistrati per affrontare il caso Parmalat dovettero applicare la bancarotta fraudolenta).

Non siamo arrivati per caso a una stagione politica in cui regna incontrastata la demagogia. Non meraviglia che il grido “manette agli evasori” susciti entusiasmi, o che attraverso di esso si tenti di scalare il consenso. Meraviglia che non ci si renda conto che quell’invocazione è solo l’ultimo granello di polvere di una eterna stagione italiana. Quella successiva a Tangentopoli, quando la politica non seppe ritrovare se stessa, non seppe prendere coscienza e avviare un riscatto, lasciando spazi vuoti – anzi, praterie- a soluzioni giudiziarie. E il vuoto, in politica come in natura, non esiste: viene subito colmato. È da allora, da quando la politica ha abdicato a se stessa, che si vedono occhi sbrilluccicanti al tintinnar di inutili manette, non diverse dai cappi agitati in Aula ( dal leghista Luca Leoni Orsenigo) un quarto di secolo fa, o dagli apriscatolette per tonno cari a Beppe Grillo. Populismi e demagogia attecchiscono dove la politica cede il passo. Gli strumenti per combattere l’evasione fiscale ci sono, e in Italia son stati usati eccome: l’ultimo avanzo primario lo abbiamo avuto con Prodi, e veniva dalle misure anti- evasione adottate da un viceministro delle Finanze che si chiamava Vincenzo Visco. Si faccia una seria lotta all’evasione e all’elusione fiscale, invece di sventolare manette e accontentarsi di alzare la soglia delle pene. Ci diano l’arrosto e non il fumo. Anzi, come direbbero loro: a lavurà!