Il centro sono io, Matteo Renzi se vuole faccia una scelta di campo, ovvero nel centrodestra. Dato ancora una volta troppo presto sul viale del tramonto con la sua Forza Italia, Silvio Berlusconi anche ora reduce dalla prova più difficile, dopo un mese e mezzo di ospedale, di ritorno a Arcore, in un’intervista lunedì scorso a Paola Di Caro per il Corriere della Sera torna a sfidare colui che negli anni a più riprese fu inappropriatamente definito suo “erede”.

Torna la storia infinita dei “duellanti” o forse meglio del “duellante” Renzi. Su alcune cose possono anche piacersi e andare d’accordo, ma Berlusconi non ha mai abbassato la guardia sull’eterno, recondito sogno dell’ex leader del Pd e poi di Iv di svuotare di consensi Forza Italia. Il tentativo è andato sempre a vuoto. E di fronte alle non esaltanti performance del Terzo Polo prima alle Politiche, poi in Lazio e Lombardia, e ancora alle Amministrative del 14 e 15 maggio appuntamenti nei quali FI, seppur non più con le percentuali di un tempo, ha doppiato se non triplicato i terzisti - Berlusconi redivivo dopo 45 giorni di ospedale si rilancia al centro come unico riferimento «liberale, garantista, cristiano, europeista, atlantista» del centrodestra, ma anche come fonte di attrazione dei “moderati” di sinistra in fuga dal Pd radicalizzato di Elly Schlein, come l’ingresso nelle file azzurre dell’eurodeputata Caterina Chinnici dimostra. E rivendicando che il Ppe in Italia è FI, il Cav può tornare a stuzzicare con toni amichevoli ma netti l’eterno “duellante”. E di rimando Calenda, il leader di Azione, che ha portato nelle sue file due ex ministre azzurre, Mara Carfagna e Maria Stella Gelmini, ora alle prese con un estremo tentativo di ricucitura con Renzi, in vista delle Europee.

Alla domanda del Corriere se sia possibile ora un rapporto più stretto con Renzi, Berlusconi replica: «Renzi dice spesso cose giuste, ma fino a quando non ne trarrà le conseguenze politiche, scegliendo la nostra metà campo, non si potrà andare al di là di occasionali convergenze in Parlamento». Evidente che Berlusconi non intende lasciare sulle riforme istituzionali, lanciate dal governo di destracentro di Giorgia Meloni, di cui continua a definirsi appunto il centro, «la spina dorsale» ( ma la competition interna alla maggioranza, nella «massima lealtà», è altra storia), campo libero alle scorribande di Renzi. Il leader di Iv si è detto d’accordo sul premierato declinandolo con la sua proposta dell’elezione del premier come “sindaco

d’Italia”.

Ma è ancora più evidente di fronte allo snodo cruciale delle Europee del 2024, la difficoltà per Renzi, che sarà pure molto abile nei giochi di Palazzo, ma dovrà misurarsi stavolta davvero con la sua reale forza, essendo elezioni con sistema proporzionale puro. E aderendo a Renew di Emmanuel Macron rischia di essere oscurato con il gruppo del presidente francese da una nuova maggioranza di centrodestra di Popolari, Liberali e Conservatori che potrebbe ribaltare gli equilibri a Bruxelles. Alessandro Battilocchio, ex giovane socialista craxiano, uno dei quarantenni di punta vicini a Antonio Tajani, coordinatore azzurro, vicepremier e ministro degli Esteri, che occupa il ruolo per FI di responsabile dell’ufficio elettorale e immigrazione, al telefono da Tunisi, per visite istituzionali, è netto: «Renzi se vuole faccia una scelta di campo.

Noi siamo il centro del centrodestra, i veri eredi della cultura liberale, garantista, riformista. Hic manebimus optime. Il problema è suo». Renzi, dal canto suo, con una battuta ha risposto: «Ma se è Berlusconi che mi ha mandato a casa, facendo saltare il Patto del Nazareno…».

Il Cav, al di là delle descrizioni mediatiche edulcorate dei rapporti tra i due, in realtà ha solo sempre obbedito a una ferrea e brutale logica che governa la politica: «Rompi tu, prima che ti fagociti l’altro». Con la stessa logica, reagì alla liaison che si stava di fatto formando nella Bicamerale ai suoi danni tra Massimo D’Alema e Gianfranco Fini. Se i “dalemoni” tramontarono, stessa sorte per i “renzoni”.

Come accadde al referendum sulla riforma costituzionale di Renzi quando il Cav ai suoi sibilò: «Tanto lui i miei voti non li prende». E rimase solo un elettore di FI su tre o quattro a votare si. Sembra di essere sempre lì a quel «Renzi i miei voti non li prende». Tanto più ora che l’aspirazione del Cav, nella nuova e più difficile discesa in campo, è tornare a doppia cifra, già raggiunta in alcune realtà.