Editoriale del Direttore 27 Jun 2020 07:28 CEST

Il patchwork di un Paese senza bussola

Mondragone, la scuola, la bocciatura al taglio dei vitalizi e la crisi di credibilità del Csm metafora della maionese impazzita che è l’Italia

Prendiamo Mondragone, coi bulgari “untori” e gli italiani “salutisti”. Mischiamoci la scuola, con la ministra Azzolina e «tante scelte che non sono colpa mia». Aggiungiamoci la bocciatura al taglio dei vitalizi degli ex parlamentari. Sono tre istantanee solo superficialmente scollegate ma che al contrario rappresentano la più calzante metafora della maionese impazzita che è l’Italia. Un Paese che sembra procedere privo di una bussola che indichi una precisa direzione strategica, che è preda di malmostosità, rabbia e scatti “di pancia” ai quali la classe dirigente, politica e no, non solo non è capace di rispondere me spesso neppure di comprendere. Aggiungiamoci lo strapiombo di credibilità in cui è precipitata la magistratura dopo lo scandalo Csm e il quadro si precisa: dire a tinte fosche, è il minimo.

In questa cornice il premier Conte – per la scuola e gli altri dossier su cui ciclicamente Zingaretti chiede di accelerare – reclama invece «dateci tempo». Il fisico Carlo Rovelli replicherebbe che il tempo è una astrazione. Gli italiani, più concretamente, che il tempo, chi ce l’ha, non lo deve aspettare. Vale anche per il centrodestra che sta sulla riva del fiume ad attendere – chissà quanto realisticamente – il suicidio della maggioranza. Così riprende corpo lo sport preferito dal Palazzo: la campagna elettorale permanente. Si farà sotto gli ombrelloni, al Papetee o simili per votare a settembre su regionali, comunali e referendum sul taglio dei parlamentari: altro patchwork utilissimo a vieppiù confondere le idee agli elettori.

Il leader Pd lamenta che nel fronte opposto trovare l’unità sulle candidature è facile, mentre dalla sua parte è complicatissimo. Non è così, anche a destra è stato un rompicapo mica male. Tuttavia è vero che nella coalizione M5S-Pd- Iv e Leu il mastice unitario è inesistente. La ragione è nota: è stata messa su una maggioranza raccoglieticcia in virtù di un coup de theatre di Matteo Renzi. Ma governare i territori e a maggior ragione lo Stato è improbo se ognuno marcia in direzione propria, ostinata e contraria a quella dei partner. Il paradosso è che prigionieri come siamo della dittatura del presente, i partiti non trovano di meglio che interrogarsi sul 2022, quando bisognerà eleggere il nuovo capo dello Stato. Concentrarsi sull’autunno alle porte, sarebbe più utile.

Commenti & Analisi 17 Jun 2020 17:00 CEST

Se il trambusto pentastellato infittisce il buio strategico dei Democratici

In fondo è quello che il Pd sa fare meglio: far finta di nulla. Ma al Nazareno serpeggia la grande paura di uno smottamento della maggioranza

Quello che è poco ma sicuro è che Dario Franceschini sia stato troppo sicuro di sé nel teorizzare una «alleanza strategica», addirittura «permanente», con il Movimento 5 stelle. A ripeterla oggi, visto lo sconquasso in casa grillina, viene da sorridere: «strategica» un’intesa con un partito che non si sa bene cosa sia e che domani potrebbe spaccarsi in due e dopodomani addirittura non esistere più? Sarebbe legittima una messa a punto della “linea” franceschiniana.

Invece niente, non vola una mosca e in fondo è quello che il Pd sa fare meglio: far finta di nulla e aspettare che passi la nottata. D’altra parte, affari loro, di Di Maio e degli altri compañeros. È chiaro però che le rivelazioni sulla presunta dazione di denaro venezuelano al Movimento e il contemporaneo cortocircuito innescato dall’ennesimo ritorno di Alessandro Di Battista alimentano al Nazareno la grande paura di uno smottamento della maggioranza. Il Pd la esorcizza evocando le urne se Conte dovesse cadere ma è come una pistola ad acqua perché in queste condizioni le elezioni per Zingaretti sarebbero una tragedia che non sarebbe certo alleviata da un prevedibile crollo del pentastellati: in politica ilmal comune mezzo gaudio non esiste.

Però c’è da chiedersi dove sia finita la sapienza tattica della Ditta che fu. Perché oggettivamente il partito di Zingaretti e Franceschini si trova oggi impigliato in una selva di rovi che quotidianamente producono ferite su un corpo già prostrato, una situazione tutt’altro che smagliante che si riflette anche sui sondaggi ( per la terza settimana di fila Swg dà il Pd in flessione, ora al 19 per cento).

Il gran trambusto pentastellato rischia perciò di infittire il buio strategico del Pd, ridotto a fare affidamento per un ritorno di un minimo di razionalità su Vito Crimi e Paola Taverna: c’è poco da stare allegri.

Mentre Goffredo Bettini continua a puntare tutto sulla “autorevolezza” di un comico, Beppe Grillo, e dunque starebbe al demiurgo del populismo il potere di stabilizzare il quadro politico. Pare di sognare, ma la linea non cambia di un millimetro. Pragmatico, Andrea Romano: «Il Pd esercita una sorta di funzione maieutica sul Movimento Cinque Stelle, spingendolo ad assumere posizioni sempre più mature. E pur nella differenza che ci separa e ci separerà, confidiamo che la collaborazione di governo con il Pd spinga quel movimento a diventare sempre più un partito radicato nella realtà italiana e capace di contribuire alle riforme che servono al Paese».

Addirittura, i più ottimisti escludono ripercussioni negative sulla tenuta del governo e immaginano anzi che la crisi del M5S possa essere “un’opportunità” in quanto potrebbe liberare forze ( e voti) proprio in favore del Pd.

Sarebbe un bel paradosso, l’esatto contrario della franceschiniana “alleanza strategica”, una traiettoria imprevista che potrebbe resuscitare, e non per scelta consapevole, l’idea di una specie di “vocazione maggioritaria” di un Pd che mangia tutti e si presenta come l’unica alternativa alla destra.

Ma il vero problema è che oggi il partito di Zingaretti e Franceschini non sembra proprio avere il fisico per reggere una sfida del genere. Avanti così, dunque. Fino al prossimo scossone.