M5S, di lotta e di governo senza meta

Di lotta e di governo è una espressione di grande fortuna lessicale che però ha il difetto di consegnare minimo o nullo dividendo politico. Esprime …

Di lotta e di governo è una espressione di grande fortuna lessicale che però ha il difetto di consegnare minimo o nullo dividendo politico. Esprime la voglia ermafrodita di tenere insieme gli opposti. Ma contemporaneamente squaderna la contraddizione di non saper scegliere: per incapacità o eccessiva strumentalità. Il MoVimento racchiude in sè l’ambiguità di entrambe le spinte. Chiama a raccolta nelle piazze il suo popolo mentre lo amministra dal Palazzo; lo invita alla protesta mentre lo governa nelle istituzioni. Di lotta e di governo, perciò, lungi dal dipingere un’immagine di forza, fa scaturire un anelito che diventa singulto di difficoltà. Lo stesso di chi dimostra di non aver digerito la pietanza che ha di fronte dopo averla lungamente, e a suon di stentorei “vaffa”, reclamata.

Con un ulteriore, doppio, esiziale paradosso. Il primo. Sia che la piazza si dimostri un successo di partecipazione, sia che confermi l’emorragia di consensi già in atto, l’effetto si abbatterà come un colpo di maglio su palazzo Chigi e sull’inquilino che lo abita. Se l’anima movimentista dei Cinquestelle si rinforzerà, tutti i dossier sul tavolo del presidente del Consiglio si complicheranno e inalbereranno il vessillo dell’intransigenza che tanto eccita gli ultrà grillini. Se al contrario i “governisti” avranno la meglio, l’onda tellurica delle contrapposizioni che agitano l’M5S potrebbe provocare una crepa interna dagli esiti imprevedibili. Il secondo. Se il vertice sulla prescrizione finalmente convocato dovesse portare ad un accordo, verrebbe meno una delle architravi della convocazione in piazza. E in tanti si ritroverebbero ad abbaiare alla luna. Di lotta e di governo non si può fare. Come è impossibile recitare la litania né di destra né di sinistra. Chi fa politica ha il dovere di assumersi le proprie responsabilità. Vale quando sei all’opposizione e ancor di più quando rappresenti il perno della maggioranza. La filastrocca sillabata da amici ed avversari per cui al 33 per cento in Parlamento corrisponde il 10 ( o meno) nel Paese non può diventare un alibi, magari in negativo. Chi governa deve svolgere fino il fondo il proprio ruolo. Oppure abbandona.

Commenti & Analisi 6 Feb 2020 17:04 CET

Quei pifferai magici che hanno incantato gli elettori e ora sono smentiti dalla realtà

In tanti hanno creduto che la voce del M5s e di Di Maio fosse vox populi, visto anche il forte successo elettorale. E l’hanno scambiata per la vox d…

“Onestà, onestà”. Ricordate? Ma che cos’è l’onestà politica? Nel suo saggio su Etica e politica, Benedetto Croce così risponde: «Non è altro che la capacità politica, come l’onestà del medico e del chirurgo è la sua capacità di medico e di chirurgo, che non rovina e assassina la gente con la propria insipienza condita di buone intenzioni e di svariate e teoriche conoscenze». Ne consegue che «la disonestà coincide con la cattiva politica, con l’incapacità politica». Ecco che l’onestà, come nella neolingua della quale parla George Orwell, si tramuta nel suo esatto contrario. Chissà se Luigi Di Maio ha mai meditato su queste parole del filosofo abruzzese. E’ probabile che, in tutt’altre faccende affaccendato, non abbia avuto tempo e voglia di rifletterci sopra.

Un peccato. Perché l’ex capo politico dei 5 Stelle si sarebbe risparmiato parecchi errori. Ecco che è passato dalle stelle – è proprio il caso di dirlo – alle stalle. O, se più vi piace, dagli altari nella polvere. D’altra parte è arcinota la massima di Abramo Lincoln. Diceva, il presidente degli Stati Uniti: «Si può ingannare un uomo per l’intera vita, tutti per una volta, ma non si possono ingannare tutti per sempre». Per cominciare Di Maio ha ingannato sé stesso: ha creduto alle favole che raccontava urbi et orbi. Ma la cosa stupefacente è un’altra. Un po’ tutti i suoi interlocutori, alleati o avversari che fossero, hanno finito per credere a queste favole. E sono corsi appresso al pifferaio pentastellato.

Come nella commedia di Eduardo, gli hanno detto di sì. Hanno creduto che quella di Giggino fosse vox populi, anche in considerazione del successo elettorale che gli ha arriso nel 2018. E l’hanno scambiata nientemeno che per la vox dei. Il bello è che tutto questo in parte accade anche adesso che Di Maio – politicamente parlando, beninteso, anche se a dar retta ad Amintore Fanfani alle Quaresime seguono le Resurrezioni – ad alcuni appare un morto che cammina.

Ad aprirci gli occhi su questo scenario è stato un esponente grillino vicino al presidente della Camera Roberto Fico, perché di questi tempi burrascosi se non si è vicini a qualcuno non si è nessuno. Si tratta di Luigi Gallo: un tipo sveglio. A Napoli, per convincere peraltro senza successo la base pentastellata a dire di sì ad alleanze con il Pd alle regionali e magari in prospettiva alle politiche, ha fatto un ragionamento che non fa una grinza: «Qualcuno immaginava che la Lega avesse potuto mai votare il reddito di cittadinanza e la legge anticorruzione? Qualcuno poteva immaginare che il Pd accettasse di rendere operativa la legge sulla prescrizione? E il taglio dei parlamentari? Dei vitalizi? Lo abbiamo sempre fatto con i voti di altre forze politiche».

Proprio così. Praticando lo zoppo, un po’ tutti si sono adattati a zoppicare. Pur nutrendo non pochi dubbi sulle tante belle pensate dimaiane. Su la Repubblica, Annalisa Cuzzocrea riporta le parole di un big pentastellato: «Noi abbiamo un popolo cui in questi anni abbiamo insegnato a odiare». Cose da far accapponare la pelle. Per nostra fortuna, c’è ancora chi non la beve. E parla chiaro. L’abolizione della prescrizione oggi è una follia, dice in sostanza Matteo Renzi, ed è in buona compagnia. Un costituzionalista provetto come Massimo Villone su il manifesto

non si fa incantare. E dice, senza peli sulla lingua, che «il taglio dei parlamentari – come realizzato – è una riforma inaccettabile, nel merito e nel metodo». Mentre nessuno ha da ridire sul fatto che la proporzionale che ci attende dietro l’angolo, manco a dirlo propiziata da Di Maio e compagnia cantante al fine di permettere al partito di correre da solo, ci priverà del potere di sceglierci i parlamentari e il governo. Una vergogna. E il reddito di cittadinanza è stato concepito male e realizzato ( si fa per dire) peggio. Dulcis in fundo, i vitalizi. La Corte di cassazione ha detto che sono la proiezione delle indennità parlamentari. Perciò, se sono privilegi gli uni, sono privilegi anche le altre. Che facciamo, le togliamo di mezzo e torniamo allo Statuto albertino per la gioia dei soli beati possidentes?

E a sua volta la Corte costituzionale ha affermato che i cittadini devono poter contare sulla parola, sul legittimo affidamento, dello Stato. Macché, parole al vento. Perché ci si culla nelle favole. Ecco la vendetta dello sconfitto pifferaio magico.

 

Editoriale del Direttore 30 Jan 2020 07:30 CET

La verifica per dire chi comanda

Il vertice di oggi tra il presiedente del Consiglio e i capigruppo di maggioranza, se confermato, sarà forse la più singolare – per alcuni addirittu…

Il vertice di oggi tra il presiedente del Consiglio e i capigruppo di maggioranza, se confermato, sarà forse la più singolare – per alcuni addirittura surreale – verifica degli ultimi tempi. Intanto per il termine stesso usato: prima sbandierato, poi rinnegato (troppo lessico Prima repubblica…) e infine accolto con un misto di rassegnazione e noncuranza. E poi per i contenuti dell’incontro. I quali sono tanti e corposi ma – ecco il punto – trascurati fino a diventare impalpabili come incorporei ed inafferrabili ectoplasmi. Questo perché il vero oggetto del confronto è tutto e squisitamente politico. Si tratta infatti di stabilire chi tra il Pd, ringalluzzito vincitore dell’ultima tornata amministrativa ma numerico junior partner; e l’M5S, perdente per antonomasia ma detentore del 33 per cento dei seggi parlamentari, debba – come si diceva un volta – dettare la linea. Più brutalmente: chi deve comandare e fino a che punto.

La questione, di per sè esplosiva, è resa ancora più urticante da un singolare elemento di paradossalità. Se infatti fino a poche settimane fa il Nazareno (e la sua leadership) era accusato di essere eccessivamente “grillinizzato”, pedissequo esecutore di direttive pentastellate; ora l’immagine si è rovesciata ed è il MoVimento che si spacca perché troppo “pidinizzato” e a rimorchio del partner di governo. Ricomprendendo nell’intemerata anche Giuseppe Conte. Il quale, a rigore dovrebbe essere l’elemento di equilibrio e invece finisce nel mischione delle polemiche. Che tipo di “Fase 2” possa emergere, che profilo di cronoprogramma, sorretto da quali provvedimenti, possa scaturire da una tale reciproca sospettosità, è difficile comprendere. Eppure non c’è alternativa: la minestra governativa è questa e gli ingredienti non sono destinati a mutare.

Con una postilla. L’esecutivo che ha fatto del rinvio una delle modalità d’azione più gettonate, forse può allungare la lista con uno particolarmente significativo: posticipare di un paio di anni, come richiesto dal presidente del Cnf, la cancellazione della prescrizione. Per riparlarne una volta eletto il successore di Mattarella.

Editoriale del Direttore 23 Jan 2020 07:02 CET

Fallimento della protesta di governo

Non è un caso se l’addio di Luigi Di Maio da capo politico dei Cinquestelle ha coinciso con la débâcle di Virginia Raggi sconfessata dalla sua…

Non è un caso se l’addio di Luigi Di Maio da capo politico dei Cinquestelle ha coinciso con la débâcle di Virginia Raggi sconfessata dalla sua maggioranza al Campidoglio. Infatti assieme a Chiara Appendino, rapidamente scolorita nell’anonimato, il ministro degli Esteri e il sindaco di Roma hanno rappresentato l’apogeo del MoVimento: vincente e di governo. Oggi ne raffigurano le briciole. Il ciclone politico capace di abbattere i vecchi partiti ed espugnare la cittadella del potere; il pilastro della governabilità della legislatura senza il quale nessuna maggioranza è possibile, in appena due anni si è sgretolato contribuendo a rendere ancora più sbilenco e pencolante il sistema politico- istituzionale italiano. La parabola di Di Maio, “doroteo 4.0” nella lucida definizione di Massimiliano Panarari sulla Stampa, è al tempo stesso emblematica e raggelante. L’alfiere del Cambiamento si fa da parte (per poi riconquistare la scena?) pagando il prezzo di errori ed inesperienza.

Ma è l’intera narrazione grillina ad andare in tilt. Quella che parte dalla raccolta della protesta, in questo caso in modi particolarmente ruvidi, e che si infrange sulla incapacità di trasformare la rabbia e il risentimento in adeguati strumenti per aggredire i mali endemici del Paese che quella protesta, più o meno giustificatamente, alimentano. E’ una parabola che ha contraddistinto parecchi partiti e movimenti nel dopoguerra, dall’Uomo Qualunque fino ai girotondi, al popolo viola eccetera. Con un differenza decisiva: il MoVimento ha vinto la scommessa del potere arrivando ad occupare il Palazzo. Ma è stata la sua condanna. Perché la lezione dei regimi di impianto liberaldemocratico che il Cielo li preservi – è inesorabile: per governare, alzare la voce non è la ricetta giusta. Servono soluzioni, non anatemi. La lezione è valsa per i Cinquestelle: potrebbe essere utile alle Sardine.

Ma è proprio qui il crocevia del dramma del sistema Italia. Come ha acutamente rilevato Michele Salvati sul Foglio, da Mani Pulite sono passati trent’anni «e ben nove elezioni politiche senza che la democrazia italiana sia riuscita a produrre un governo che interrompa il declino». Infatti. La rabbia ed il disincanto degli elettori non trova sbocchi: al massimo fomenta nostalgie della Prima repubblica che fu e dei suoi leader. Ma non è quella la strada per recuperare il tempo perduto. Serve uno sforzo di responsabilità e lungimiranza, che escluda il tirare a campare e la demonizzazione dell’avversario nell’eterna campagna elettorale che ci avvolge come un sudario.

Editoriale del Direttore 11 Jan 2020 07:45 CET

L’inciucio che serve a governare

Prendiamola da un diverso angolo visuale. Il “salvo intesa” sulla prescrizione siglato nel vertice di maggioranza è fragilissimo sotto il profilo…

Prendiamola da un diverso angolo visuale. Il “salvo intesa” sulla prescrizione siglato nel vertice di maggioranza è fragilissimo sotto il profilo normativo ed egualmente a rischio di incostituzionalità del testo entrato in vigore il primo gennaio. Succede quando si parte col piede sbagliato e si cerca poi di rimediare: il risultato sono pasticci via via più intricati e perniciosi. La toppa peggiore del buco è un classico dei governanti.

Tuttavia alla labilità di merito fa riscontro un irrobustimento politico da non sottovalutare. Di fatto la crepa che, sotto costrizione dei partner di maggioranza, si è aperta nel monolite ideologico a Cinque Stelle ha un risvolto che coinvolge un pilastro ancor più basilare – nonché ormai fortemente disgregato – dell’identità grillina: l’abbandono del totem “mai alleati con nessuno” e la necessità di intrecciare compromessi per governare.

In sostanza, al di là del merito, comunque improponibile, il via libera a rivedere il no totale alla prescrizione significa accettare la logica di coalizione che impone la disponibilità a confrontarsi e il via libera a mediazioni. Diciamolo meglio: è un sì a quelli che una volta erano definiti con disprezzo “inciuci”. Non era così nel binomio gialloverde: il Contratto stipulato allora era nient’altro che l’affastellamento delle priorità dei due vicepremier: e si è visto com’è finita.

Se è così, si tratta dunque di una svolta che gronda conseguenze. Soprattutto se viene appaiata alla riforma elettorale in gestione. Il meccanismo proporzionale infatti – impropriamente etichettato Germanicum: manca il Cancellierato e scusate se è poco – salvo il caso mai accaduto di un partito (a proposito: dove sono?) che prende da solo il 51 per cento dei voti, obbliga coattivamente ad allacciare rapporti con le altre forze politiche. E a cedere su alcuni punti se si vuole costruire una piattaforma programmatica di governo. Che diventa percorribile solo e in quanto condivisa.Questo spiega i toni assai plaudenti del Pd: sarà il tema centrale del conclave di fine settimana nel reatino. E, all’opposto, spiega gli irrigidimenti di esponenti dell’ala oltranzista in orbita pentastellata. Ma non ci sono alternative. Per essere l’ago della bilancia bisogna accettare la bilancia con i suoi due piatti. E poi scegliere quale far pesare di più.

Editoriale del Direttore 27 Dec 2019 07:55 CET

Paradosso Italia: il bipolarismo c’è, i Poli invece no

Basterebbe leggere la lettera di dimissioni del ministro Fioramonti e riandare con la mente alle accuse di «snaturamento» del M5S, per ricavarne ele…

Che poi basterebbe leggere la lettera di dimissioni del ministro Fioramonti e riandare con la mente alle accuse di «snaturamento» del M5S, per ricavarne elementi sufficienti per chiudere subito la discussione. E invece il tema sollevato da Paolo Mieli sul Corriere riguardo al ritorno e consolidamento di uno schema bipolare, con annessa competizione tra un centrodestra a trazione salviniana e un centrosinistra imperniato sull’asse Pd-grillini, merita un approfondimento. Per l’autorevolezza dell’autore, e perché vellica il compiacimento dei tanti – tra cui chi scrive – che hanno sempre considerato gli aedi del “destra e sinistra non esistono più” espressione di superficialità d’analisi o malafede per scantonare le responsabilità. Dunque l’epoca del “cambiamento” si chiude con un ritorno al bipolarismo dei primi anni ’90? Osserviamo da vicino i due attuali aggregati per capirne meglio la consistenza. A destra non c’è dubbio che la leadership è saldamente in mano a Salvini. Ma non c’è altrettanto dubbio che l’avanzata della Meloni pone problemi non facili di assestamento e identità: meglio il liberismo dei piccoli imprenditori padani o l’interventismo statale degli eredi della tradizione Msi-An? Senza contare che se Berlusconi è in ripiegamento (sicuri?), altre formazioni nascono e fanno inflorescenza in quell’ambito: vedi “Voce libera” di Mara Carfagna, gli affondi di Toti, eccetera. Se poi qualcuno avesse dubbi sulla scarsa coesione del destra-centro può dare un’occhiata al puzzle delle candidature per le regionali: una marmellata di individualità. Non che le cose migliorino sul fronte opposto. Mieli sostiene che il Pd ha prevalso sui Cinquestelle. Ma concessioni autostradali (che significa politica industriale); prescrizione (che vuol dire concezione dello Stato di diritto) e scelte istituzionali (dal taglio dei parlamentari agli attacchi a Bankitalia) lasciano intendere che l’obiettivo, se davvero esiste ed è perseguibile, è di là da venire. Insomma il paradosso è che se il bipolarismo (forse) esiste, sono i Poli che (sicuramente) mancano. Per una ragione semplice: i contenitori politici non si costruiscono (o non solo) sulle convenienze: al contrario, serve un progetto, un’idea di Paese condivisa. Cemento che latita. Senza contare che il bipolarismo è perseguibile se c’è un meccanismo elettorale che lo consente. E qui altro che nebbia: al di là dei tentativi in atto, infatti, la distanza tra i protagonisti: tra chi cioè vuole il proporzionale puro per fare da ago della bilancia (Di Maio); chi sogna l’uninominale all’inglese (Calderoli); chi qualunque sistema purché arrivi a palazzo Chigi (Salvini); chi qualunque sistema purché possa sopravvivere (Italia Viva e Leu), è siderale. Ne consegue che il bipolarismo attuale è fatto di cartapesta. Quello futuro è come l’intendenza di De Gaulle: seguirà.