Editoriale del Direttore 31 Jul 2020 07:45 CEST

5S-Pd: che fare senza il collante del “nemico”

Più o meno un anno fa di questi tempi, Matteo Salvini era considerato il padrone dell’Italia.

Più o meno un anno fa di questi tempi, Matteo Salvini era considerato il padrone dell’Italia. Il fantasmagorico 34 per cento delle Europee, soprattutto se paragonato al misero 17 degli allora alleati pentastellati, ne facevano il dominus del quadro politico. Una leadership cementata anche dal vento anti-immigrazione che sembrava essere un incontrastato mainstream.
Dodici mesi dopo il quadro è rovesciato. Non solo il capo leghista ha visto prosciugarsi alla grande il suo consenso, ma proprio per le scelte sui migranti il Senato lo spedisce sotto processo: altro che allori! Lasciamo stare le accuse e controaccuse di voltagabbana e il risentimento del Capitano verso Matteo Renzi. Casomai di Renzi andrebbe colto il ragionamento sull’uso della giustizia a fini politici. Ci torneremo.
Quel che importa rilevare è che il punto di svolta della legislatura, ciò che ha consentito di passare disinvoltamente da una maggioranza gialloverde ad una Pd-M5S con lo stesso premier, è stato l’aver individuato in Salvini il “nemico” da abbattere, la ragione per la quale stringere l’intesa di governo tra due forze che fino al giorno prima se le erano date di santa ragione. E Conte, nell’intervento sempre al Senato contro il suo ministro dell’Interno, quel patto aveva suggellato. Ebbene ora il “nemico” è quanto meno azzoppato e sull’immigrazione, nonostante la situazione non sia migliorata e anzi tensioni e polemiche sugli sbarchi che continuano siano anche sopra al livello dell’estate 2019, molti preferiscono tenere gli occhi socchiusi.
Ma se il cemento “contro” viene meno o risulta fortemente ridimensionato; se il pericolo dei “pieni poteri” illanguidisce o paradossalmente cambia verso con esimi costituzionalisti che giudicano incongruo il prolungamento dello stato di emergenza voluto da palazzo Chigi, su cosa deve reggersi quella che giustamente da Francesco Verderami sul Corriere della Sera è considerata una alleanza mai diventata coalizione?
I maligni possono rispondere: sulla gestione del potere. Ma è una risposta superficiale. Ogni partito o forza politica mira al potere. Il punto è che col voto di ieri sono caduti gli alibi e la maggioranza giallorossa non ha davanti a sé altro compito che governare stilando un piano strategico preciso contando sul tesoretto della Ue. Tra poco meno di due mesi si aprono le urne. La campagna elettorale di Pd, M5S, LeU e Iv dovrà essere incentrata su questo: non più sulla sindrome del barbaro alle porte.

Commenti 28 Jul 2020 12:18 CEST

Paradosso leghista: sovranisti in Italia, terroni a Bruxelles

Semplicemente, in questi argomenti, basta sostituire la parola italiani con meridionali.

Matteo Salvini è stretto da due paradossi. Primo. I suoi amici della destra europea accusano l’UE di generosità eccessiva verso l’Italia. Lui la accusa di indegna avarizia. Secondo paradosso. Il fronte europeo rigorista detestato da Salvini usa contro l’Italia argomenti che gli dovrebbero essere familiari perché sono nel DNA della Lega e sono stati usati ancora nel 2018 dai promotori più accesi del referendum per l’autonomia di Lombardia e Veneto.

Semplicemente, in questi argomenti, basta sostituire la parola italiani con meridionali. Esempi? «Noi lavoriamo e gli italiani ( i meridionali) vogliono sussidi a nostre spese». «Noi siamo seri e gli italiani ( i meridionali) imbrogliano». «Gli italiani ( i meridionali) hanno da sempre una mentalità non trasparente, mafiosa e clientelare». «Viva la Germania ( la Padania), maledette le élite che per una utopia unitaria ci hanno portato gli italiani ( i meridionali) in casa». Non è politically correct ricordarlo a un neofita del patriottismo e del tricolore. Ma la Lega è nata, ed è ancora oggi radicata nel Nord partendo dagli stereotipi contro i meridionali che la destra europea usa oggi contro gli italiani ( e contro il Sud del continente).