Open arms, il capo leghista può aver commesso reati ma è difficile escludere responsabilità anche collegiali

Se il governo non avesse condiviso il blocco della nave doveva farlo dimettere, come accadde in passato col caso Mancuso

L’articolo 75 Cost. disciplina la procedura con cui il primo ministro e i ministri sono sottoposti alla giurisdizione ordinaria per i reati commessi nell’esercizio delle loro funzioni. Come prevede la disciplina vigente ( art. 96 Cost.), è necessaria in tal caso l’autorizzazione del Parlamento. Essa è richiesta anche dopo che tali soggetti siano cessati dalla carica. Secondo l’art. 95 della Costituzione, i ministri sono responsabili collegialmente degli atti del Consiglio dei Ministri e individualmente degli atti dei loro dicasteri.

La responsabilità può essere politica, amministrativa e penale. Sarà dunque l’autorità giudiziaria a stabilire se lasciare esseri umani su una nave per giorni in condizioni disumane, privandoli della libertà personale, configuri il delitto di sequestro di persona. Pur non conoscendo gli atti, credo, in base ai fatti noti, il delitto possa sussistere.

Ritengo, tuttavia, che Matteo Salvini non sia l’unico autore del reato. Nel nostro codice penale esistono tre articoli, il 40 sul rapporto di causalità, il 41 sul concorso di cause, il 110 sul concorso di persone nel reato, che dovrebbero trovare applicazione in questo caso. Si configura, senza dubbio, il concorso di persone nel reato e si riferisce alle ipotesi in cui la commissione di un reato sia addebitabile a più soggetti.

In base al predetto assunto, risponde di un reato non solo chi l’ha materialmente commesso, ma chiunque abbia dato contributo causale, attivo od omissivo, alla sua realizzazione. Chiariamo meglio i termini della questione con riferimento agli articoli citati. Salvini impedisce che alcuni poveri migranti scendano a terra, costringendoli a restare per giorni nella nave, privandoli, di fatto, della loro libertà personale.

Di questo eventuale sequestro di persona risponde lui ( autore materiale), il suo diretto superiore, il Presidente del Consiglio dei Ministri ( concorrente) che avrebbe potuto e dovuto intervenire e non l’ha fatto ( art. 40c. p.) e il Governo che lo sosteneva ( art. 41 c. p.). E cosa avrebbero potuto fare? Sfiduciare Salvini. C’era un precedente simile accaduto a Filippo Mancuso, Ministro della Giustizia durante il Governo Dini, sfiduciato dalla sua maggioranza nel 1995. Ciò fu possibile allora, ed è ancor oggi fattibile, sulla base della riforma dell’epoca che estese la disciplina della sfiducia al Governo anche per le dimissioni di un singolo ministro.

Tenuto conto che a Salvini si contesta proprio un atto di Governo, ci domandiamo: il Presidente del Consiglio e i Ministri, essendo membri del Governo, non concorrono nel reato? Si paleserebbe addirittura l’ipotesi del concorso di persone nel reato proprio. Il potere del Ministro dell’Interno, sull’accesso ai porti, con pericolo per l’ordine e la sicurezza pubblica, non mi sembra sia un potere esclusivo e assoluto adottabile contro la volontà del Governo cui egli appartiene. Se così fosse, saremmo dinanzi ad un’aberrazione morale, giuridica e costituzionale.

Per onestà intellettuale mi sembra corretto dire che se il Consiglio dei Ministri e il suo Presidente non condividevano le determinazioni adottate dal proprio Ministro dell’Interno, ritenendo addirittura sussistente la possibile rilevanza penale della sua condotta, o avrebbero dovuto costringere quest’ultimo a ritirarle, o pochi minuti dopo avrebbero dovuto sbatterlo fuori dal Governo. Il nostro codice penale stabilisce che non impedire un evento, che si ha l’obbligo giuridico di impedire, equivale a cagionarlo.

Politicamente sono sicuramente tutti colpevoli assieme al ministro Salvini, maggioranza, ministri e capo del Governo. Penalmente, vedremo come decideranno i giudici e in conformità a quali istituti. Da un’accusa così grave, tuttavia, qualora fosse esclusa l’intera compagine di Governo, si potrebbero palesare eventualmente gli estremi del “fumus persecutionis” con possibili presupposti per un ricorso alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. Su Salvini, per il quale è noto, non nutra simpatia, sparano proprio i suoi complici e mi pare davvero scandaloso che, proprio i suoi sodali al Governo che con lui hanno condiviso tutto, a distanza di un anno lo mandino a processo come se con lui non avessero condiviso nulla.

* Giurista, professore di diritto penale, associato al Rutgers Institute on Anti- Corruption Studies ( RIACS) di Newark ( USA) e ricercatore dell’Alta Scuola di Studi Strategici sulla Criminalità Organizzata del Royal United Services Institute di Londra.

 

Scaltri, spregiudicati e pazienti: non date per finiti i due Matteo

Bisogna andarci piano col leader di Italia Viva quando se ne analizzano mosse e contromosse, svolte e contro svolte

Pancia in dentro, nonostante il pasto, diciamo così, divorato nella spartizione delle presidenze delle commissioni parlamentari a metà legislatura, e petto in fuori per l’orgoglio di essere ancora una volta al centro della scena, lo stesso Matteo Renzi si sarà sentito a disagio – spero- ritrovandosi il giorno dopo il ribaltone al Senato contro Salvini, per la vicenda della nave spagnola “Open Arms”, col tanto odiato Fatto Quotidiano. Che peraltro, tenendo fede all’”Innominabile” applicatogli dal direttore Marco Travaglio in persona per la frequenza con la quale l’ex presidente del Consiglio lo porta in tribunale per diffamazione, neppure lo ha citato nel titolo di prima pagina, e tanto meno ringraziato, per il peso decisivo avuto contro il “pugile suonato” della Lega.

Eppure bisogna andarci piano con Renzi quando se ne analizzano mosse e contromosse, svolte e controsvolte. L’uomo è astuto come una volpe, se non vogliamo scomodare l’antico conterraneo Niccolò Machiavelli o il meno lontano Amintore Fanfani, distintosi nella storia della Democrazia Cristiana per la capacità di sorprendere e rialzarsi dopo ogni caduta. “Rieccolo”, lo chiamò Montanelli, pure lui toscano.

Se mai si arriverà davvero ad un processo contro Salvini per sequestro di persona – “non vedo il reato”, disse Renzi quando il caso esplose sul piano giudiziario con la richiesta di autorizzazione a precedere – il senatore di Scandicci potrà rivendicarne la paternità politica per il peso decisivo avuto in quei 149 voti nell’aula di Palazzo Madama contro i 141 a favore dell’ altro Matteo”: un peso decisivo quanto quello svolto dal suo partitino assentandosi nella competente giunta del Senato e facendo prevalere il no all’autorizzazione a procedere.

Fra l’uno e l’altro passaggio, pur non potendosi certamente escludere che Renzi abbia davvero letto meglio “le carte”, come promise o si riservò di fare, un maledetto caso ha voluto che nella maggioranza di governo l’ex presidente del Consiglio abbia avuto la possibilità di giocare e vincere, per le cariche da lui rivendicate, la complessa e difficilissima partita – accennata all’inizio del rimescolamento delle presidenze delle commissioni parlamentari. I grillini alla fine hanno dovuto ingoiare, salvo spararsi poi addosso nel solito dopo- partita, l’odiatissimo renziano Luigi Marattin alla presidenza della strategica commissione Finanze della Camera. Dove passeranno tutte le misure d’impiego dei fondi europei di soccorso varati nel recente vertice di Bruxelles.

Se nell’eventuale processo per la vicenda della nave spagnola “Open Arms” Salvini dovesse riuscire a tirarsi appresso, con tutti i complicati passaggi del caso, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, come si è pubblicamente proposto di fare, non è per niente detto che Renzi ne soffrirebbe. Al contrario, potrebbe fargli molto comodo, dati gli alti e bassi dei suoi rapporti con Conte.

Al netto di tutti i suoi errori comportamentali – tra felpe di polizia, berretti della Guardia Costiera, castelli di sabbia al Papeete, crocifissi e immagini della Madonna fra tasche e labbra, citofoni usati come armi improprie e pieni poteri da rivendicare come noccioline- Salvini non è proprio quel disarmato, o “pugile suonato” di travagliesca definizione, che immaginano gli avversari più accaniti. Sulle sue vele peraltro torna a soffiare il vento di un’emergenza migratoria mista a coronavirus.

Contro Salvini, per negargli la copertura nella vicenda della nave spagnola bloccata per una ventina di giorni nelle acque italiane nella scorsa estate, mentre si sfarinava la maggioranza gialloverde, Conte ha potuto esibire solo la lettera in cui gli intimò, ottenendolo, lo sbarco dei minorenni. Ma gli altri, sequestrati secondo l’accusa pervenuta al Senato, rimasero a bordo col consenso implicito del presidente del Consiglio, dichiaratamente impegnato – nella stessa lettera all’allora suo ministro dell’Interno e vice presidente del Consiglio nei soliti negoziati dietro le quinte per la loro più o meno equa ripartizione a livello comunitario.

Ciò era d’altronde accaduto anche l’anno prima con i migranti trattenuti sulla nave “Diciotti” della Guardia Costiera, per il cui presunto sequestro la maggioranza gialloverde impedì che potesse essere processato Salvini. Al quale i grillini, per quanto sofferenti, riconobbero con tanto di consultazione digitale, prima del voto in aula al Senato, di avere solo “ritardato” e non impedito lo sbarco dei malcapitati, in attesa appunto della loro distribuzione fra paesi e comunità disposti ad accoglierli.

Nella motivazione del sì all’eventuale processo il senatore Renzi si è avventurato – temo- a negare le condizioni stabilite da una legge costituzionale per esonerare “con giudizio insindacabile” del Parlamento, come dice la norma, un ministro dall’obbligo preteso dalla magistratura di rispondere penalmente della sua azione di governo. Queste condizioni sono, testualmente, “la tutela di un interesse dello Stato costituzionalmente rilevante” e “il perseguimento di un preminente interesse pubblico”.

Beh, pur non volendo seguire Salvini nella rivendicazione forse un po’ troppo enfatica della inviolabilità dei “confini” della Patria, mi riesce francamente difficile negare la difesa di un interesse pubblico “preminente” nel fermo perseguimento di una distribuzione fra i più paesi europei di migranti diretti verso porti italiani che sono i confini meridionali dell’Unione. Via, cerchiamo di essere seri e di non nasconderci dietro false motivazioni politiche e persino umanitarie. Sono stati ben strani – riconosciamolo- quei presunti sequestrati su navi aperte a visite e controlli di ogni tipo, e assistiti sotto varie forme.

Se non si dovesse procedere ad un rinvio a giudizio, ora che la palla è stata restituita dal Senato al tribunale di Palermo, Renzi potrebbe sempre dire di avere creato con i voti dei suoi parlamentari la premessa anche di questo fortunato epilogo. Ma gli resterebbe a carico comunque il prolungamento di una vicenda giudiziaria per avere esercitato in modo sbagliato il diritto di valutare “insindacabilmente” – ripeto – le condizioni previste dalla Costituzione a tutela del legittimo esercizio di un’azione di governo, cui del resto Renzi non può considerarsi incompetente, avendone addirittura guidato uno fra il 2014 e la fine del 2016.

E avendo in quella veste anche promesso, con assai modesti risultati, di restituire alla politica “il primato” sottrattole da un esercizio quanto meno invasivo dell’azione giudiziaria.

 

Editoriale del Direttore 31 Jul 2020 07:45 CEST

5S-Pd: che fare senza il collante del “nemico”

Più o meno un anno fa di questi tempi, Matteo Salvini era considerato il padrone dell’Italia.

Più o meno un anno fa di questi tempi, Matteo Salvini era considerato il padrone dell’Italia. Il fantasmagorico 34 per cento delle Europee, soprattutto se paragonato al misero 17 degli allora alleati pentastellati, ne facevano il dominus del quadro politico. Una leadership cementata anche dal vento anti-immigrazione che sembrava essere un incontrastato mainstream.
Dodici mesi dopo il quadro è rovesciato. Non solo il capo leghista ha visto prosciugarsi alla grande il suo consenso, ma proprio per le scelte sui migranti il Senato lo spedisce sotto processo: altro che allori! Lasciamo stare le accuse e controaccuse di voltagabbana e il risentimento del Capitano verso Matteo Renzi. Casomai di Renzi andrebbe colto il ragionamento sull’uso della giustizia a fini politici. Ci torneremo.
Quel che importa rilevare è che il punto di svolta della legislatura, ciò che ha consentito di passare disinvoltamente da una maggioranza gialloverde ad una Pd-M5S con lo stesso premier, è stato l’aver individuato in Salvini il “nemico” da abbattere, la ragione per la quale stringere l’intesa di governo tra due forze che fino al giorno prima se le erano date di santa ragione. E Conte, nell’intervento sempre al Senato contro il suo ministro dell’Interno, quel patto aveva suggellato. Ebbene ora il “nemico” è quanto meno azzoppato e sull’immigrazione, nonostante la situazione non sia migliorata e anzi tensioni e polemiche sugli sbarchi che continuano siano anche sopra al livello dell’estate 2019, molti preferiscono tenere gli occhi socchiusi.
Ma se il cemento “contro” viene meno o risulta fortemente ridimensionato; se il pericolo dei “pieni poteri” illanguidisce o paradossalmente cambia verso con esimi costituzionalisti che giudicano incongruo il prolungamento dello stato di emergenza voluto da palazzo Chigi, su cosa deve reggersi quella che giustamente da Francesco Verderami sul Corriere della Sera è considerata una alleanza mai diventata coalizione?
I maligni possono rispondere: sulla gestione del potere. Ma è una risposta superficiale. Ogni partito o forza politica mira al potere. Il punto è che col voto di ieri sono caduti gli alibi e la maggioranza giallorossa non ha davanti a sé altro compito che governare stilando un piano strategico preciso contando sul tesoretto della Ue. Tra poco meno di due mesi si aprono le urne. La campagna elettorale di Pd, M5S, LeU e Iv dovrà essere incentrata su questo: non più sulla sindrome del barbaro alle porte.

Commenti 30 Jul 2020 21:00 CEST

La maggioranza? Sembra quasi all’opposizione

L’Aula del Senato decide sulla richiesta del tribunale dei ministri

Alla notizia del colpo di Stato del 2 dicembre 1851 effettuato da Luigi Napoleone, l’Assemblea nazionale – così raccontano le cronache dell’epoca – era così contenta che stentava a manifestare il proprio entusiasmo.

Ora, Giuseppe Conte non è un golpista. E semmai dovesse paragonarsi a qualcuno, lui che ama lo Storia con la esse maiuscola, penserebbe a Napoleone, il Grande, e non all’altro, Le petit, che ricorda una nota marca farmaceutica. Uno stato d’emergenza controproducente e una maggioranza ormai ostaggio di Conte

Alla notizia del colpo di Stato del 2 dicembre 1851 effettuato da Luigi Napoleone, l’Assemblea nazionale – così raccontano le cronache dell’epoca – era così contenta che stentava a manifestare il proprio entusiasmo.

Ora, Giuseppe Conte non è un golpista. E semmai dovesse paragonarsi a qualcuno, lui che ama lo Storia con la esse maiuscola, penserebbe a Napoleone, il Grande, e non all’altro, Le petit, che ricorda una nota marca farmaceutica. E lo stato di emergenza che il Consiglio dei ministri si accinge a dichiarare non è un colpo di Stato.

Dopo tutto, la storia si manifesta una prima volta in tragedia e una seconda in farsa. Come sosteneva il vecchio Marx. A scanso d’equivoci, Karl e non Groucho. Eppure anche questa maggioranza giallo- rossa ( col trattino!) alla notizia della proroga dello stato d’emergenza ha fatto fatica a manifestare la propria gioia. La verità è che lo stato di emergenza è inutile in quanto un puro e semplice flatus vocis. Inutile, perché per le emergenze la Costituzione, una fonte del diritto sovraordinata al codice della protezione civile, già prevede la decretazione d’urgenza. Uno strumento normativo da utilizzare con giudizio. E per l’appunto basterebbe un decreto legge per prorogare le misure che altrimenti decadrebbero alla scadenza del 31 luglio. Come ha notato Sabino Cassese, lo stato d’emergenza è poi illegittimo perché carente del presupposto e inopportuno perché produce tensioni. E per di più controproducente perché, nell’orbe terracqueo, siamo una mosca bianca.

Lo stato d‘ emergenza ormai lo abbiamo solo noi. E ci fa apparire agli occhi del mondo intero una sorta di lazzaretto. Con danni enormi al turismo e alla ripresa economica.

C’è poi l’aspetto politico. Anche ora che è sulla cresta dell’onda, Conte in Parlamento si muove con qualche impacccio o, forse, con sopraffina astuzia di sapore andreottiano. Non a caso è stato ribattezzato il Machiavelli del Tavoliere delle Puglie. Si è presentato bel bello l’altro ieri e ieri alle Camere come se la sua fosse una benevola concessione. E invece è vincolato da un ordine del giorno a firma Tomasi, Ceccanti, Ferri e Russo, tutti esponenti della maggioranza, accolto dal governo nella seduta della Camera del 19 luglio. E che, con puntiglio e una punta di perfidia, Ceccanti ieri ha rammentato a un Conte che sembrava recitare da consumato attore la parte dello smemorato di Collegno.

Già che c’era, Conte è scivolato un’altra volta. Quando ha detto che, facendo eccezione alla regola, avrebbe replicato a chi era intervenuto nel dibattito. La replica appartiene al galateo parlamentare. Perché, se non ci fosse, avremmo un dialogo tra sordi. Prenda esempio, il presidente del Consiglio, da Andreotti, che nelle repliche dava il meglio di sé stesso. Rispondeva, a uno a uno, a tutti gli oratori. Con particolare attenzione ai parlamentari di opposizione. Per ingraziarseli, lui uomo della previdenza, nel caso che occorressero dei “responsabili” a sostegno del governo.

La maggioranza pensava di aver fatto di Conte un prigioniero. E invece, come Pulcinella alla guerra, ne è diventata ostaggio. E più l’uno va su, più l’altra va giù. È per questo che nei due rami del Parlamento ha presentato una risoluzione che sembra scritta dall’opposizione. Tanti sono flebili i sì e ruvidi i ma. Difatti impegna il governo a non superare il termine del 15 ottobre, ad avvalersi di norme primarie per limitare eventualmente le libertà fondamentali, a coinvolgere al meglio il Parlamento, ad assicurare il più tempestivo ritorno alla normalità e l’ordinato avvio a settembre dell’anno scolastico, a garantire il regolare svolgimento delle campagne elettorali e referendaria del 20- 21 settembre in spazi idonei preferibilmente non all’interno degli edifici scolastici. E via di questo passo.

Il professor Ceccanti, oltre a essere un autorevole costituzionalista, come tutti gli uomini di sinistra a volte indulge nel politichese. Così ieri a Montecitorio, per indorare la pillola al presidente del Consiglio, ha parlato di terza via. Né un aperto sì né un rotondo allo stato d’emergenza. Ma, per l’appunto, un sì ma. Lui la chiama terza via. Ma dà tutta l’aria di una gabbia nella quale costringere l’amato presidente del Consiglio ad addivenire a più miti consigli. L’importante, si sa, è volersi bene…

 

Commenti 30 Jul 2020 15:28 CEST

Il Capitano e il premier, l’uno si specchia dell’altro

Hanno reciproco interesse a che ci sia l’altro dalla parte opposta della finta barricata che li divide

Si combattono ma in fondo si somigliano, Conte e Salvini. Uno dei due coltiva una democrazia di tipo muscolare, dove i problemi si risolvono, e magari si dissolvono, con le maniere sbrigative. L’altro coltiva una democrazia di tipo narcisistico, dove i problemi si imbellettano con una compiaciuta affabulazione. Democrazie un po’ particolari, tutte e due. Si somigliano e magari sotto sotto si amano pure. Già, perché Conte non potrebbe trovare oppositore più comodo del leader leghista. E viceversa. C’è tra loro una sorta di involontaria complicità nell’immaginare una politica svuotata di tutte le sue scomodità e ridotta al culto del capo. Sia egli un leader dalle maniere forti oppure dalle fattezze eleganti. La ruspa e lo specchio, diciamo così.

Hanno reciproco interesse a che ci sia l’altro dalla parte opposta della finta barricata che li divide. Perché Conte regge ancora sullo spauracchio dell’arrivo di Salvini. Il quale si fa forte dell’attaccamento del premier al potere – stato d’emergenza incluso. Sono l’uno l’alibi dell’altro. C’è tra loro un implicito e mai dichiarato intento consociativo, a dispetto della loro apparente implacabile ostilità. Nessuno dei due, a mio avviso, è un pericolo per la nostra libertà. Ma tutti e due sembrano coltivare un’idea piuttosto monocratica del potere. Così, la loro somma alla fine non fa guadagnare molto alla causa della democrazia.

 

Commenti 28 Jul 2020 12:18 CEST

Paradosso leghista: sovranisti in Italia, terroni a Bruxelles

Semplicemente, in questi argomenti, basta sostituire la parola italiani con meridionali.

Matteo Salvini è stretto da due paradossi. Primo. I suoi amici della destra europea accusano l’UE di generosità eccessiva verso l’Italia. Lui la accusa di indegna avarizia. Secondo paradosso. Il fronte europeo rigorista detestato da Salvini usa contro l’Italia argomenti che gli dovrebbero essere familiari perché sono nel DNA della Lega e sono stati usati ancora nel 2018 dai promotori più accesi del referendum per l’autonomia di Lombardia e Veneto.

Semplicemente, in questi argomenti, basta sostituire la parola italiani con meridionali. Esempi? «Noi lavoriamo e gli italiani ( i meridionali) vogliono sussidi a nostre spese». «Noi siamo seri e gli italiani ( i meridionali) imbrogliano». «Gli italiani ( i meridionali) hanno da sempre una mentalità non trasparente, mafiosa e clientelare». «Viva la Germania ( la Padania), maledette le élite che per una utopia unitaria ci hanno portato gli italiani ( i meridionali) in casa». Non è politically correct ricordarlo a un neofita del patriottismo e del tricolore. Ma la Lega è nata, ed è ancora oggi radicata nel Nord partendo dagli stereotipi contro i meridionali che la destra europea usa oggi contro gli italiani ( e contro il Sud del continente).

 

Commenti 7 Jul 2020 20:30 CEST

Quell’attrazione fatale di Matteo Salvini per la giustizia di piazza e la spinta all’incendio polemico sui vitalizi

Il leader è una delle vittime del virus: dopo aver sfasciato il governo non ha avuto che una decrescita felice, a cominciare dai sondaggi

È il 27 novembre 1947. Il ministro dell’Interno Scelba rimuove il prefetto di Milano Ettore Troilo, l’ultimo di nomina politica, e lo sostituisce con Vincenzo Ciotola. Non l’avesse mai fatto. Giancarlo Pajetta alla testa di cinquemila comunisti occupa la Prefettura. Poi telefona a Togliatti: «Ho occupato la prefettura». E il Migliore: «Bravo, e adesso che te ne fai?». Salvini, la petizione eversiva sui vitalizi e l’attrazione fatale per la giustizia di piazza

E’ il 27 novembre 1947. Il ministro dell’Interno Mario Scelba rimuove il prefetto di Milano Ettore Troilo, l’ultimo di nomina politica, e lo sostituisce con Vincenzo Ciotola, un funzionario di carriera. Non l’avesse mai fatto. Per protesta Giancarlo Pajetta alla testa di cinquemila comunisti occupa manu militari la Prefettura. E, contento come un bambino con le mani nella marmellata, telefona a Togliatti: «Ho occupato la prefettura di Milano». E il Migliore, di rimando: «Bravo, e adesso che te ne fai?». Una doccia fredda per il malcapitato.

L’episodio ci è tornato alla mente perché Matteo Salvini ha avuto la bella pensata di promuovere una raccolta di firme per protestare contro la sentenza dell’organo giurisdizionale del Senato che, sulla scorta della consolidata giurisprudenza costituzionale in materia pensionistica, ha dato in sostanza ragione ai ricorrenti per il taglio dei cosiddetti vitalizi. Pare che in pochi giorni 200mila anime candide hanno sottoscritto una petizione in sostanza eversiva. E adesso Salvini che se ne fa di queste firme? Si propone forse di dare l’assalto a Palazzo Madama e di occuparlo come Pajetta manu militari al lodevole scopo di costringere i giudici a rivedere la sentenza?

La verità è che l’insuccesso può dare alla testa. Una laurea in Giurisprudenza non ce l’ha. Un corso serale di diritto costituzionale e parlamentare non l’ha frequentato. Ma, per schiarirsi le idee, può leggersi almeno la monografia di Luca Castelli, “L’autodichia degli organi costituzionali”, edita da Giappichelli. Lodata nientemeno che da un luminare del giure come Sabino Cassese. Messosi su un piano inclinato, il Capitano continua a scivolare. Perché spensieratamente invoca una giustizia sommaria, di piazza, di natura politica, che – stando alle intercettazioni di Palamara e compagnia cantante – potrebbe condannarlo a un bel numero di anni di galera. Anche se, a nostro sommesso avviso, meriterebbe una medaglia per il suo operato come ministro dell’Interno. Un benemerito della Patria.

Errare è umano ma perseverare è diabolico. E lui persevera nell’errore, come se nulla fosse. Per non starsene con le mani in mano, si è messo in testa di riscrivere la grammatica italiana da cima a fondo. Per non essere da meno del suo antico alleato Luigi Di Maio, che davanti a un congiuntivo si fa prendere da una crisi epilettica. Pensate. Con la nobiltà dei cavalieri antiqui, Salvini ha dato soavemente del cretino a Nicola Zingaretti. Ma poi, dopo averci pensato ben bene, ha fatto marcia indietro. Ha detto: «Ritiro l’aggettivo». Ora, delle due l’una: o ha scambiato il segretario del Pd per un aggettivo o, dall’alto della sua sapienza grammaticale, pensa per davvero che “un cretino” sia un aggettivo.

Il Nostro non si è più ripreso dalla seduta del Senato del 20 agosto dell’anno scorso. Quando Giuseppe Conte, fino ad allora trattato come un Cenerentolo costretto a pelare patate nel retrobottega di Palazzo Chigi, è salito in cattedra – lui sì che se lo può permettere – e gliene ha dette tante e poi tante da ridurlo come un pugile suonato. Tant’è che la sua replica non poteva essere più fiacca. Meravigliato del fatto che un presidente del Consiglio per caso, quasi a sua insaputa, avesse avuto l’ardire di stenderlo al tappeto.

Per lui quel ma ledetto 20 agosto ha rappresentato l’inizio della fine. Pur di rimettere assieme quella coalizione che lui stesso aveva denunciato con la presentazione di una mozione di sfiducia a un governo del quale faceva parte – una bizzarria bella e buona – offrì senza successo a Di Maio la carica di presidente del Consiglio. Una bella umiliazione. E poi giù a rotta di collo. I sondaggi cominciano a dare segni negativi. La Covid, poi, ha fatto il resto. Sì, la Covid. Al femminile. Così ha sentenziato la benemerita Accademia della Crusca. Mediocre oratore. Niente a che vedere con Giorgia Meloni, degna erede di Giorgio Almirante, e con il Berlusconi dei tempi migliori, che sapeva incantare l’uditorio. In compenso, Salvini è un eccellente imbonitore. Ma se a Ettore Petrolini lo ha rovinato la guerra, al capo della Lega l’ha rovinato il virus. Tutto il contrario di Conte. Perché per il presidente del Consiglio, che se ne sta beato a Palazzo Chigi, finché c’è il virus c’è speranza. A Salvini sono mancate le piazze. Per di più, l’ordine del giorno nazionale non lo ha più nelle sue mani. Perciò, mese dopo mese, non gli rimane che la decrescita infelice. Tu l’as voulu George Dandin. Per dirla con Molière, a proposito di un marito ingannato. Proprio lui è stato l’artefice della sua sfortuna. Ma almeno studi, prima di aprire bocca. E se intende cimentarsi con la sentenza dell’organo giurisdizionale del Senato, torno a ripetere, si legga almeno il bel saggio di Luca Castelli. Avrà molto da imparare. Dopo tutto, non è vero che con la cultura non si mangia.