Commenti 24 Jun 2020 19:00 CEST

Referendum ed elezioni: meglio evitare

Il problema è se la regola del divieto di mettere assieme elezioni e referendum valga anche per la consultazione costituzionale: a nostro avviso sì

Il dado è tratto. La legge di conversione del decreto legge sulle consultazioni elettorali per il 2020 ha chiuso il cerchio. Ha accorpato di tutto di più: tutte le consultazioni elettorali – dalle regionali al primo turno delle amministrative, dalle suppletive alle circoscrizionali – e, in zona Cesarini, anche il referendum confermativo della legge costituzionale sul taglio dei parlamentari. Già indetto per il 29 marzo e rinviato causa Covid. Più che un’idea infelice, un’assurdità vera e propria. Se si voterà domenica 20 e lunedì 21 settembre, come sembra, il decreto presidenziale d’indizione del referendum ci sarà attorno al 10- 15 luglio. Perché tra la data d’indizione e la data di svolgimento del referendum deve intercorrere un lasso temporale compreso tra i 50 e i 70 giorni.

Tutto è a posto ma nulla è in ordine. Difatti c’è da domandarsi se consultazioni elettorali e consultazioni referendarie possano essere votate assieme? Per quanto concerne il referendum abrogativo, la legge di attuazione dei referendum – la n. 352 del 1970 – è chiarissima. L’articolo 31 stabilisce che non può essere depositata richiesta di referendum nell’anno anteriore alla scadenza di una delle Camere e nei sei mesi successivi alla data di convocazione delle elezioni. E già questo la dice lunga. E poi il capoverso dell’articolo 34, per così dire, taglia la testa al toro. Perché nel caso di anticipato scioglimento delle Camere o di una di esse, il referendum già indetto è rinviato di un anno o, addirittura, di due. Com’è capitato al referendum sul divorzio, indetto nel 1972 e svolto nel 1974. E che si tratti di elezioni politiche o amministrative poco importa perché sempre di elezioni si tratta.

Il problema è se questa regola del divieto di mettere assieme elezioni e referendum valga anche per il referendum costituzionale. A nostro avviso, il divieto vale a più forte ragione per il referendum costituzionale perché non si tratta di abrogare una semplice legge ordinaria ma di confermare o gettare alle ortiche una legge di revisione costituzionale che può abbracciare anche una lunga serie di disposizioni. Com’è accaduto per il referendum del 2001 sulla revisione dei rapporti tra Stato e Regioni. Né varrebbe obiettare che in questo caso non c’è, nero su bianco, un divieto esplicito. Difatti una riforma della Costituzione non può essere sospesa a mezz’aria come un caciocavallo di crociana memoria per uno o addirittura per due anni. Ma la ratio tra referendum abrogativo e referendum costituzionale è esattamente la stessa. E data l’importanza di una consultazione di tal fatta, è bene che i cittadini abbiano tutte le delucidazioni del caso nel corso di una campagna a sé stante.

D’altra parte, il legislatore è stato previdente. Difatti l’articolo 15 della citata legge di attuazione dei referendum stabilisce che il referendum costituzionale è indetto con decreto del presidente della Repubblica, su deliberazione del Consiglio dei ministri, entro 60 giorni dalla comunicazione dell’ordinanza dell’Ufficio centrale per il referendum presso la Corte di cassazione che lo ha ammesso. E si vota in una domenica compresa tra il 50° e il 70° giorno successivo alla emanazione del decreto di indizione. Una finestra assai ampia, che spazia dai 50 ai 130 giorni. Vale a dire la somma dei 60 giorni per l’indizione e i 70 per il suo svolgimento. Perciò è sempre possibile distanziare opportunamente consultazioni elettorali e consultazioni referendarie. Che rispondono a logiche radicalmente diverse.

Con le elezioni si scelgono candidati, con il referendum costituzionale si conferma o si cola a picco una riforma della Legge fondamentale della Repubblica. Come si dice in Toscana, chiama e rispondi. La loro natura, insomma, è radicalmente diversa. Da una parte c’è una legge di conversione di un decreto legge sopra citata che abbina consultazioni elettorali e consultazione referendaria limitatamente all’anno in corso. Dall’altra c’è un’altra legge, la n. 352 del 1970, che anche a lume di logica vieta l’abbinamento di cui sopra. Quest’ultima è una legge ordinaria come l’altra. Ma è una legge di attuazione degli articoli 75, 138 e 132 della Costituzione, nonché dell’articolo 71, relativo alla iniziativa popolare delle leggi. Perciò ha un “tono” costituzionale.

A questo punto il comitato promotore del referendum costituzionale, in quanto potere dello Stato, potrebbe sollevare conflitto di attribuzione nei confronti del Parlamento, che ha approvato una legge di conversione gravata da un abbinamento che non sta in piedi; del presidente della Repubblica, che di qui a poco emanerà il decreto d’indizione del referendum e anche del governo, perché il predetto decreto sarà emanato su deliberazione del Consiglio dei ministri. Una legge di conversione che si pone in irriducibile contrasto con la legge n. 352 del 1970, di stretta attuazione della Costituzione. Nessuno può dire come finirà. Anche perché quella malalingua di Winston Churchill ammoniva di non azzardare previsioni. E aggiungeva, con una punta di perfidia: «Per questo ci sono gli esperti, che non ne azzeccano una».

 

Regionali, puzzle per il binomio Pd- M5S Salvini-Meloni, duello per la leadership

Il progetto di alleanza regionale immaginata dal Pd continua a scontrarsi con le resistenze del movimento. Centrodestra in fibrillazione

Sarà una primavera bollente per la politica italiana. Sollevando lo sguardo dallo scontro in atto sulla giustizia, bypassando il prossimo duello interno alla maggioranza ( magari sulle concessioni autostradali) si possono facilmente intuire le sagome delle urne. Non le elezioni politiche anticipate – rese praticamente impossibili nel breve periodo dal combinato disposto del referendum costituzionale sul taglio dei parlamentari e, con la probabile vittoria dei sostenitori della riforma, dell’inutilizzabilità del Rosatellum – ma le Regionali. Magari il lettore si starà godendo la ( semi) pausa dalla campagna elettorale permanente della politica italiana dopo l’accoppiata Emilia- Romagna e Calabria, ma i motori della propaganda sono pronti a riattivarsi. E con loro, anzi prima di loro, i movimenti dei partiti.

Nella coalizione di governo il progetto di alleanza regionale e locale immaginata dal Pd continua a scontrarsi con le resistenze di parte dei vertici del MoVimento e, soprattutto, con la base grillina che, regione dopo regione, manda segnali di aperta criticità rispetto a questa prospettiva. In Campania nemmeno l’impegno personale del presidente della Camera ha potuto ribaltare un orientamento locale fortemente ostile al Pd. In Toscana la base non sembra intenzionata a convergere sul candidato del centrosinistra Eugenio Giani; in Liguria, nonostante le pressioni del vicesegretario dem Orlando, il M5S non ha ancora preso una posizione, mentre i grillini pugliesi non sono disponibili ad appoggiare Michele Emiliano. Un puzzle complicato e, al tempo stesso, surreale visto che, mentre si tratta, il MoVimento ha già scelto i propri candidati presidenti in 4 delle 6 Regioni chiamate al voto.

Ad aumentare la tensione nel campo delle forze di governo il fatto che quelle di primavera saranno le prime elezioni in cui Italia Viva si confronterà con il consenso degli elettori e in Puglia guiderà l’alternativa moderata e liberale al candidato del Pd. Con queste premesse lo scontro sulla prescrizione rischia di essere solo l’antipasto di fibrillazioni sempre più forti per il Conte2.

Tuttavia, le maggiori novità riguardano il centrodestra. Se a livello nazionale nelle ultime 3 legislature i rapporti tra Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia sono stati contrassegnati da spaccature ( governo Monti, governo Letta, governo Conte 1), a livello regionale e territoriale la coalizione ha sempre mantenuto una sostanziale compattezza. Una solidità che, tuttavia, oggi sembra venuta meno: nessuno strappo in vista, ma tanta voglia di mettere in discussione certezze ed equilibri. Il braccio di ferro sulle candidature di Puglia e Campania è lo specchio delle pulsioni che attraversano il centrodestra. Da un lato Salvini che prova a prendersi uno spazio nel Mezzogiorno per dare ulteriore corpo e sostanza al progetto “nazionale” della Lega; d’altra Giorgia Meloni intenzionata a confermare la crescita di rilevanza del suo partito nella coalizione. Un duello sulle candidature a presidente, ma con un obiettivo chiaro: la leadership del campo sovranista. Importanti saranno anche i toni che il leader della Lega userà nella prossima campagna elettorale. Salvini riprenderà la grancassa sovranista, anti- migranti e populista oppure avvierà veramente quel percorso moderato che tanti vedono come il naturale approdo nel viaggio verso Palazzo Chigi?

A ben guardare, il segretario della Lega sembra non avere le physique du rôle del politico moderato e la gestione del caso Gregoretti ne è stata l’ultima conferma – ma, soprattutto, non sembra affatto interessato a far sfoggio di moderatismo. Trump, in fondo, continua far scuola: quel tipo di leadership ha nella sua radicalità la propria forza. Ma, accanto a quel che Salvini vorrà fare, c’è quello che Salvini dovrà o sarà costretto a fare. E se in Toscana potrà riproporre la narrazione della liberazione della regione rossa, dei porti da chiudere e dei migranti da tener lontani dal nostro Paese con tanto di eccessi verbali e non solo, lo stesso non potrà fare in Veneto. Lì la Lega è ontologicamente forza di governo, una forza tranquilla e rassicurante. Ma il Veneto per la Lega è anche il ricordo del movimento delle origini, dei duelli tra la Liga Veneta e Bossi e una mai sopita rivalità. In Veneto, insomma, non ci sono citofoni da suonare e Luca Zaia farà di tutto per evitare di trasformare la sua Regione nell’epicentro della propaganda sovranista. A quelle latitudini la Lega vincente è ancora quella tradizionale e certi toni e alcuni atteggiamenti dell’ex ministro dell’Interno potrebbero allontanare pezzi di elettorato. Serviranno allora due Salvini per nascondere che la Lega non è quel monolite politico narrato in questi anni anche perché quel pezzo di Carroccio non si è rassegnato fare da comparsa.

 

Giustizia 25 Jan 2020 14:30 CET

Nelle piazze lo scontro tra madri dolenti e figli inquieti

IL CORSIVO

Il palco della Lega a Bibbiano sfilano le madri, nella piazza accanto i figli grandi cantano. Da una parte genitrici dolenti, con storie terribili amplificate da un battimani chiamato da Salvini.

Dall’altra ragazzi che chiedono pur confusamente – che la politica faccia la politica e non scimmiotti la televisione del dolore per lucro elettorale. Quel che è andato in scena nella cittadina emiliana divenuta suo malgrado simbolo di una provincia ricca e inquietante, è lo scontro tra due archetipi della tragedia classica più che della politica.

Il leader leghista, mattatore della campagna elettorale in Emilia tanto da oscurare la vera candidata col motto «perché ce lo chiedono le mamme e i papà», sceglie la figura potente dei genitori e ha sfruttato sino all’ultimo il dramma di Bibbiano e dei suoi bambini forse strappati alle famiglie, sventolando la paura maggiore di un genitore: quella di perdere i figli. Di questa paura – per quanto poco c’entri con la politica – ha fatto la cifra della sua opposizione al modello “rosso” emiliano, cavalcando un caso mediatico- giudiziario.

A cui si è aggiunta, manna dal cielo per la sua retorica, anche la madre disperata del piccolo Tommy, bimbo rapito e ucciso dai suoi sequestratori, una dei quali ha ricevuto un permesso premio.

Anche questo, le presunte storture del sistema dell’esecuzione delle pene detentive, c’entra meno di nulla con l’amministrazione della Regione Emilia Romagna.

Eppure, quella madre rabbiosa e piangente cercava un luogo da cui gridare il suo dolore e l’ha trovato. Accanto a uno striscione fatto avvicinare al palco, con scritto “Comunisti ladri di bambini”. Le sardine, invece, radunate nella piazza accanto, erano fatte di tanti giovani, una generazione dimenticata dalla politica ma di certo figli di qualcuno, che chiedevano di smettere di «strumentalizzare un paese» che non può essere ridotto a un’inchiesta giudiziaria per altro ormai diventata una «macchina del fango».

Era da tempo che non si vedevano tanti ragazzi in piazza in vista di una concomitanza elettorale e questo, forse, rimarrà il vero merito di un movimento ancora confuso sulla strada da prendere ma almeno solido su un punto: «Pensate con la vostra testa».

Perché Bibbiano non è solo un’inchiesta giudiziaria e il dramma dei bambini non c’entra con il quesito delle urne di domenica. A breve si scoprirà quale voce è arrivata più in fondo alle coscienze.

 

Sono elezioni mica gratta e vinci

Il nodo vero del voto di domani riguarda un tema fondamentale: se e come è possibile governare avendo contro la maggioranza degli elettori

È fortemente improprio e inutilmente fuorviante far pesare temi nazionali sul voto amministrativo dell’Emilia-Romagna che stabilirà chi governerà la Regione, e nient’altro. Vale anche per la Calabria, sorprendentemente sottostimata.

È altrettanto ingenuo nonché pericolosamente sminuitivo prevedere che qualunque sia l’esito – soprattutto, e ovviamente, se sfavorevole ai partiti della maggioranza – nulla cambierà nel panorama politico e governativo del Paese. E’ uno dei tanti, e gravi, paradossi italiani: tra un manciata di ore vedremo se e come verrà superato.

Tuttavia il nodo vero del voto di domenica riguarda un tema sempre più pressante e meno eludibile da quando, nell’agosto scorso, l’alleanza gialloverde naufragò senza che abbia fatto seguito una disanima approfondita dei perché e delle conseguenze. Così è rimasta inevasa la madre di tutte le questioni: e cioè se e come è possibile governare avendo contro la maggioranza degli elettori.

Il problema si riproporrà da lunedì sia che alla fine, magari per una incollatura, prevarrà il governatore uscente Stefano Bonaccini e il Pd tirerà un sospiro di sollievo; e con maggior forza se invece la Lega dovesse espugnare il territorio più rosso di sempre e da sempre. Non si tratta di vaticinare se il governo Conte resterà in sella oppure no.

È palese che in ogni caso Zingaretti (ma se perde si dimette?) e il reggente M5S Vito Crimi continueranno a sorreggerlo, e anzi vi si aggrapperanno come non mai. Pour cause: l’alternativa infatti sarebbe consegnarsi al Capitano senza neppur poter invocare la clemenza della Corte.

Il governo andrà avanti comunque, puntellato anche dalle regole che riguardano la celebrazione dei referendum (c’è pendente quello sul taglio dei parlamentari) e che rendono di fatto impraticabile il binomio crisi-elezioni anticipate.

Ma tra sopravvivere e governare la differenza è enorme. Per di più, appunto, se il sentimento popolare e i voti nei seggi squadernano un indirizzo diverso se non addirittura opposto a quello che vige nel Palazzo: Chigi compreso. Le mossa pre-elettorali come la riduzione del cuneo fiscale, possono dare una indicazione. Che rimane di corto respiro. Servirà qualcosa di più corposo, per esorcizzare lo spettro della resa.