Commenti 8 May 2020 15:00 CEST

Ma il problema è che il Parlamento non controlla ed è succube del governo

Prescrizione bloccata, aumento delle pene, taglio dei parlamentari, processo da remoto, concezione della pena come vendetta: povera Costituzione

Il dibattito della settimana scorsa al Parlamento e l’intervento di politici e giuristi fanno riferimento prevalentemente alle iniziative del Presidente del Consiglio in questa fase di emergenza: l’accusa è quella di decidere come se avesse pieni poteri, senza collegialità e in dispregio della Costituzione.

Il Presidente è abile a scansare gli scogli che trova lungo il suo cammino. La tentazione di approfittare del virus, cioè di un’emergenza reale e continuativa per assumere in qualche modo poteri eccezionali è certamente forte, ma deve essere il Parlamento, come ha giustamente osservato il professor Zagrebelsky, a far sentire la sua voce, a esercitare la sua funzione di controllo. In questo periodo i gruppi parlamentari di maggioranza hanno fatto dichiarazioni a vuoto sul Parlamento, ma hanno consentito che si riunisse e svogliatamente un solo giorno alla settimana, lasciando all’iniziativa, anch’essa svogliata e demagogica, di occupare il Senato al sen. Salvini. La notizia preoccupante è che l’Economist «conta 84 Paesi che hanno adottato leggi eccezionali approfittando della tragedia della pandemia», così come viene riportato da Ezio Mauro su La Repubblica.

Non è il caso dell’Italia perché la Costituzione attribuisce appunto al Parlamento il compito di controllare il governo. Negli anni passati si è sempre considerato forte il parlamentarismo e debole il Governo per la scelta dei Costituenti; sarebbe ben strano che oggi il Parlamento diventasse debole e il Governo acquistasse poteri che non ha?! Io credo in verità che noi tutti dobbiamo, anche come cittadini, vigilare sull’equilibrio dei poteri che costituisce l’armonia concreta della democrazia, ma dobbiamo ancora più preoccuparci per il grave deficit di democrazia che registriamo a causa di una serie di iniziative e di leggi che il Parlamento approva acriticamente senza esercitare il suo potere. L’elenco delle decisioni che il Governo del “cambiamento”, con la complicità del Parlamento, ha messo in atto è lunga; ma su queste non registriamo proteste se non sporadiche e limitate.

I governi dopo le elezioni del 2018, hanno operato in senso distruttivo intaccando il nostro assetto ordinamentale e democratico. La polemica sui migranti – stranieri ha alimentato l’idea che lo straniero è un nemico e ha sollecitato il rancore all’interno della comunità; il referendum propositivo consentirebbe agli elettori di modificare le decisioni del Parlamento per intaccare la “rappresentanza” che è l’anima della democrazia parlamentare; la pretesa di mettere un “vincolo di mandato“ ai parlamentari per sottometterli alla partitocrazia e eliminare la loro autonomia istituzionale.

Sono pochi esempi che dimostrano come si faccia di tutto per delegittimare il Parlamento e modificare l’assetto democratico. Ma il Governo che è venuto alla luce nel settembre scorso con la fuoriuscita della Lega e l’ingresso del Pd ha fatto di peggio. Si è proceduto al taglio dei parlamentari per mortificare i territori nel loro protagonismo rappresentativo; e in materia di giustizia si procede con una legislazione che molti vedono in contrasto con l’ordinamento giuridico e costituzionale.

Si è eliminato un termine per la prescrizione del reato consentendo un processo infinito che indebolisce la prerogativa dello Stato di sanzionare il reo e di ottenere il processo in un “tempo ragionevole“ come prevede la Costituzione; sono state aumentate indiscriminatamente le pene per i reati immaginando che una maggiore punizione risolva i problemi; sì è estesa impropriamente la legislazione antimafia ai reati di corruzione; si è fatta una legge che ipotizza il reato di scambio elettorale senza il rigore della prova; si approfitta della “emergenza” per intaccare la pubblicità e la sacralità del processo che può essere fatto come si dice a remoto anche dopo il periodo dell’emergenza. Si inveisce contro i magistrati di sorveglianza che nel decidere sulle condizioni di salute dei detenuti, anche se per gravi delitti, esercitano correttamente la loro funzione che finora era subordinata soltanto ad informative della Pubblica sicurezza e ad una serie di pareri tra i quali quello del “comitato per l’ordine e la sicurezza” a cui non si può aggiungere quello del Procuratore nazionale antimafia perché non giustificabile nella logica del nostro ordinamento. Tutto questo è legato ad una concezione della pena come vendetta che appartiene all’ancien regime, e non presuppone la riabilitazione del reo, ed è legata soprattutto ad una assenza di cultura democratica che non appartiene alla tradizione italiana da Beccaria in poi ed è contraria finanche al “codice Rocco“pur considerato fascista. Queste leggi rendono la democrazia più debole: l’assoluta mancanza di sensibilità giuridica o istituzionale dei leghisti e dei grillini era nota, ma la insensibilità del PD dopo le tante esperienze democratiche, ci sorprende e ci mostra un’anima giustizialista che è propria del populismo.

 

Commenti 1 Mar 2020 09:00 CET

Ecco la normalità dei 5Stelle: norme retroattive, manette e prescrizione bloccata

I Trojan sono solo l’ultima trovata contro lo stato di diritto

È apprezzabile quanto meno la schiettezza con la quale la presidente grillina della Commissione Giustizia della Camera, Francesca Businarolo, ha voluto difendere e spiegare il controverso provvedimento sulle intercettazioni. Il cui cammino parlamentare, sino a qualche settimana fa di incerto epilogo per le forti resistenze dell’opposizione e le divisioni createsi nella maggiorana giallorossa, è stato in qualche modo sbloccato anch’esso, come quello delle cosiddette mille proroghe, dal mezzo disarmo politico provocato dalla diffusione della forma di polmonite importata dalla Cina.

In particolare, l’onorevole Businarolo, quasi con voce dal sen fuggita, ha spiegato ai lettori del Dubbio che l’equiparazione dei reati contro la pubblica amministrazione a quelli di mafia e di terrorismo, con la conseguente applicazione dell’assai invasivo metodo Trojan nelle intercettazioni, deriva dalla specialità dell’Italia. Che non è per niente un paese “normale” per la diffusione che ha nei suoi confini il fenomeno della corruzione, reale o percepito che sia. Questa almeno è l’opinione fattasi dell’Italia dai grillini, che in forza dei voti, dei seggi parlamentari e delle alleanze politiche realizzate in meno di due anni di questa legislatura uscita dalle urne del 4 marzo 2018, sono riusciti ad imporla sul piano legislativo. E ciò, peraltro, nel momento non della loro maggiore forza ma della loro maggiore debolezza, vista la crisi interna al loro movimento, guidato da un reggente – Vito Crimi- dopo le dimissioni di Luigi Di Maio da capo.

Della crisi del Movimento 5 Stelle sono espressioni di una evidenza disarmante anche il defilamento del fondatore, garante, “elevato” e quant’altro Beppe Grillo, preso dalle sue dichiarate apnee notturne; il rinvio a tempo sostanzialmente indeterminato dei cosiddetti Stati Generali, indetti originariamente ai fini di un chiarimento per metà marzo; le sconfitta accumulate in tutte le elezioni, di vario livello, seguite a quelle del 2018 e infine quel misero, anzi miserrimo 9,52 per cento di affluenza alle urne cui hanno concorso domenica scorsa nelle elezioni suppletive a Napoli per la sostituzione di un loro senatore defunto. Il cui seggio è andato alla fine al terrestre, diciamo così, Sandro Ruotolo col 48 per cento di quel 9,52 di votanti contro il 23,3, sempre di quel 9,52, del candidato a 5 stelle Luigi Napolitano.

Secondo un sondaggio Swg ancora fresco di stampa quel che resta della militanza e dell’elettorato grillino pone le sue maggiori speranze, per cercare di uscire dalla crisi d’identità e di ogni altro tipo sopraggiunta alla vittoria elettorale di due anni fa, in Alessandro Di Battista. Che anche per questo forse sta tornando dall’Iran, dove si era avventurato per vacanza e studio, in groppa al 36 per cento delle simpatie attribuitegli, fra i grillini, contro il 26 per cento dell’ex capo ma pur sempre ministro degli Esteri Luigi Di Maio. Agli altri restano le briciole: il 9 per cento al pur presidente della Camera Roberto Fico, contestato nella sua Napoli quando ha proposto come strategico il rapporto col Pd, il 6 per cento alla vice presidente del Senato Paola Taverna, che non nasconde di certo la sua ambizione o “disponibilità” a scalare il movimento, il 5 per cento alla sindaca di Torino Chiara Appendino e l’ 1 per cento appena al reggente Crimi.

Di Battista, Dibba per gli amici, non la pensa di certo diversamente dall’onorevole Businarolo sulla specialità, diciamo così, dell’Italia. Che, non essendo un paese “normale”, meriterebbe leggi e trattamenti speciali non per diventare finalmente normale, evidentemente, ma per diventarlo sempre meno, in un inseguimento del paradosso che fa drizzare i capelli, almeno a chi li ha.

La normalità targata 5 Stelle è quella delle leggi penali retroattive, e delle proteste contro la Corte Costituzionale quando si permette di censurarle. E’ quella della prescrizione bloccata, cioè eliminata, con l’epilogo del primo dei tre gradi di giudizio, in modo che per gli altri due i processi possono durare quanto l’ergastolo. E’ quella dei diritti acquisiti bollati per principio come privilegi da ghigliottinare, magari in attesa di riservare la stessa sorte alle persone che ne hanno potuto beneficiare, in una riedizione della Rivoluzione francese del 1789, con gli spettacoli del patibolo in piazza. E’ quella degli organi giurisdizionali, come quelli per la cosiddetta autodichia parlamentare, validi solo se emettono verdetti di un certo tipo, gradito alle 5 Stelle. Altrimenti diventano organi odiosi di casta, da abolire o ricomporre daccapo facendo dimettere chi ne fa parte, com’è accaduto praticamente al Senato per la commissione chiamata a pronunciarsi sulla riduzione dei cosiddetti vitalizi, anche a novantenni con un piede già nella fossa e l’altro già senza scarpa. Mi chiedo, a questo punto, se non ha ragione Andrea Marcenaro a scrivere sul Foglio, nella sua rubrichetta di prima pagina che ne porta un pò il nome, se “questo nostro trojan di Paese”, per niente normale come dice la Businarolo, non sia “in quarantena minimo dal 1992”, col bambino buttato da certa magistratura insieme con l’acqua sporca.