PHOTO
Meloni a Rimini
Giorgia Meloni, pur giovane, è politica di lunghissimo corso. Conosce l’arte di adattare il tono dei suoi discorsi alla platea di turno. Di fronte al popolo di Cl ha ha adoperato toni esistenzialisti, ha citato il «mondo vinto dal nulla', i ' deserti fisici ad esistenziali», gli individui «senza identità» ridotti a «consumatori perfetti, vuoti a rendere». Ha rivestito il suo progetto politico con i panni che sapeva essere più apprezzati da quel pubblico.
Dunque, per lo stesso motivo, ha lesinato sugli affondi contro l’opposizione, limitandoli nel numero e nel tono, rinunciando all’abituale scarcasmo abrasivo. Solo in un passaggio i decibel si sono alzati di parecchio e l’eco di una irritazione profonda e insanabile si è apertamente palesato: quando rivolta a «magistrati, politici e burocrati» ha affermato minacciosa che «ogni tentativo di impedirci di affrontare il problema immigrazione verrà rispedito al mittente». Poi ha esaltato la riforma della giustizia come strumento adatto per «rendere la giustizia meno condizionata dalla mala pianta delle correnti politiche e dei pregiudizi ideologici», cioè per mettere al tappeto quella minoranza di «giudici politicizzati che provano a sostituirsi al Parlamento e alla volontà popolare». Sono di gran lunga i toni più duri usati nel discorso di Rimini, anzi sono forse i soli toni davvero estremi.
Eppure Giorgia Meloni, a differenza di Silvio Berlusconi, non ha in piedi un contenzioso diretto e personale con il potere togato e la sua base elettorale non è sospetta di pulsioni davvero garantiste. Casomai il contrario. La separazione delle carriere è stata inserita nel programma elettorale essenzialmente come quota dovuta a Forza Italia e nel primo anno di legislatura considerata di gran lunga la meno importante e la meno urgente fra le tre «grandi riforme». Perché le cose sono cambiate, e quando? La risposta, tra le righe, la ha data la stessa premier a Rimini. La magistratura era considerata poco temibile sinché si potevano temere manovre come quelle, vere o presunte che siano, contro Berlusconi. In concreto, inchieste a raffica, indagini, processi uno via l’altro. Da quel punto di vista la premier era sicura di non avere niente da temere.
La magistratura, però, ha invece preso di mira non la premier ma le sue politiche, in particolare quelle sull'immigrazione con il risultato, se di paralizzare il fiore all’occhiello, i centri esternalizzati in Albania, e di rallentare anche il resto. Si è così materializzato lo spettro più temuto a palazzo Chigi: quello di doversi presentare alle prossime elezioni politiche senza poter vantare nessun provvedimento ma solo i risultati di un’amministrazione dei conti pubblici effettivamente molto oculata e prudente, doti che non è però detto siano particolarmente apprezzate da un elettorato di destra nutrito a ruggiti e promesse fragorose.
Le responsabilità del governo in questa oggettiva inazione sono limitate. Anche prima dell’uragano Donald il piatto piangeva lacrime amare e non c’erano fondi sufficienti per fare qualcosa di rilevante. La procedura d'infrazione aveva poi reso le cose ancora più difficili. Su questa situazione per nulla florida si abbatteranno ora inevitabilmente le conseguenze dei diktat del presidente americano: l’impennata delle spese militari e le conseguenze dei dazi. Ma la politica è spietata: poco importa se per dolo o per colpa delle circostanze avverse, arrivare a fine legislatura senza provvedimenti rilevanti da vantare è un guaio. Lo è tanto più per un governo che si vuole di rottura con il passato come quello della destra. Va quindi da sé che se a queste difficoltà oggettive si sommano i colpi di freno della magistratura il danno potenziale diventa enorme e si spiegano così sia l’ira di Giorgia Meloni che la scelta di puntare tutto sullo showdown finale con la magistratura: il referendum su una riforma il cui portato simbolico va molto oltre l'oggetto concreto sul quale si voterà.
La faccenda è tanto più urgente in quanto la premier non ha affatto perso di vista la sua riforma per eccellenza, l’elezione diretta del premier. Certo, quel referendum si svolgerà nella prossima legislatura proprio per evitare l’ “effetto Renzi”, il rischio cioè che la prova si trasformi in un referendum sulla premier stessa. Ma quella prova decisiva arriverà comunque e nel giro di pochi anni. Giorgia, come ha già fatto a Rimini ha in mente una campagna elettorale semplice: i risultati del mio governo sono merito della stabilità e il premierato è la miglior garanzia di stabilità anche in futuro.
Per questo è così testarda nel rifiutare ogni ritocco nella sua squadra: deve poter affermare di non aver cambiato nulla di importante in cinque anni. Ma perché il discorso sia efficace quei risultati devono esserci e la tenuta dei conti pubblici non può bastare, non agli occhi della massa degli elettori almeno. Per questo le pastoie della magistratura Giorgia Meloni deve riuscire a scrollarsele di dosso.