Commenti 1 Jul 2020 07:58 CEST

Gli altolà del Pd e quei segnali di resipiscenza dei Cinquestelle

Gli sviluppi possibili

C’è persino qualcosa che ispira tenerezza nelle ultime posizioni del Partito democratico sul Mes, palesemente insoddisfatto di come vanno le cose e altrettanto palesemente incapace di influire sulla situazione. Non si tratta di mosceria individuale di Nicola Zingaretti o di un gruppo dirigente ancora fragile, peraltro ora messo in discussione da personaggi influenti come Giorgio Gori, Dario Nardella e più sottilmente Stefano Bonaccini. Il problema è in se stesso. Ed è dato dalla illusione di potere “far crescere” un partito costituzionalmente acerbo e istintivamente antieuroepo come il Movimento 5 Stelle, come se se si avesse in tasca la “maieutica” di Socrate in grado di tirar fuori dall’altro il meglio di sé. Non sta andando così, e si vede.

Zingaretti ci prova tutti i giorni a implorare il partito di Vito Crimi a venire a consigli più miti, illustrando per filo e per segno le virtù del Mes, i cui 37 miliardi sono lì a disposizione per rafforzare alla grande, con ‘ risorse mai viste’, un sistema sanitario che ha assolutamente necessità di essere riformato, oltre ad essere ( il Zingaretti presidente della Regione Lazio lo sa benissimo) un possibile fattore di sviluppo e occupazione.

Ebbene, Crimi lo ha mandato garbatamente a quel paese. Una riunione del vertice pentastellato a Palazzo Chigi finita dopo oltre tre ore nella serata di martedì ha ribadito il concetto. E ormai una partita a poker, nella quale chi ha tutto da perdere è il M5s: se insiste sul no al Mes rischia persino di far cadere il “suo” governo; se dice sì, si gioca una parte di parlamentari, già in viaggio con destinazione Lega o pronti a seguire un Di Battista enigmatico ma non fermo.

Qualcosa però si muove, almeno a stare al senatore Primo Di Nicola che a Repubblica ha detto chiaro e tondo: «Basta con i no ideologici al Mes». E lo stesso Luigi Di Maio non sta alzando le barricate “nascondendosi” dietro l’antica attitudine andreottiana di rinviare ormai fatta propria da Giuseppe Conte, che punta a spostare ogni decisione a settembre. Intanto i fondi del Mes giacciono da qualche parte e nessun rilancio della sanità è in vista. Al posto di Roberto Speranza, un altro ministro della Salute avrebbe minacciato le dimissioni.

Ma la domanda resta la stessa da giorni: di quali armi dispone, il Pd, per imporre ai grillini il sì al Mes? Il Nazareno si culla nella speranza che alla fine Crimi e Di Maio cederanno magari per paura che il governo possa fibrillare al punto di non reggere. Ma allora perché non metterla subito giù dura: o Mes o crisi? L’unica cosa che infatti terrorizza il formicaio impazzito dei parlamentari grillini – nonché dei ministri – è lo spauracchio di una crisi dagli esiti imprevedibili. Ed ecco perché almeno una bella porzione del M5s potrebbe disubbidire al poco carismatico Crimi e costruire anche grazie a Forza Italia una nuova maggioranza che dica sì ai 37 miliardi per la sanità a interessi vicini allo zero.

Si tratta di alchimie parlamentari, certo. In attesa che nel Pd si torni a parlare di politica, di prospettiva, di ‘ linea’, come si diceva una volta: giacché quella della alleanza strategica con i grillini, teorizzata da Franceschini e Bettini e un pochino subita dal segretario, sta facendo una brutta fine.

 

Commenti & Analisi 21 Mar 2020 07:10 CET

Cina: più rischi che opportunità?

È davvero curioso l’atteggiamento del ministro degli esteri Luigi Di Maio che non passa giorno senza ringraziare e sottolineare lo stretto legame c…

Grande spazio sui media per l’arrivo a Ciampino nei giorni scorsi del “dono” cinese: 9 medici in trasferta a Roma (e poi mandati in giro per tutta l’Italia) con un carico di materiale sanitario che pare non sia stato neppure regalato. È davvero curioso l’atteggiamento del ministro degli esteri Luigi Di Maio che non passa giorno senza ringraziare e sottolineare lo stretto legame con la Cina, culminato ieri con l’annunciato acquisto di  100 milioni di mascherine di protezione. A parte che molte aziende italiane sono già pronte, riconvertitesi in una settimana, per una loro produzione di massa, stupisce questo atteggiamento di Di Maio di strettissima vicinanza con Pechino.

D’altronde lo stesso Di Maio era già stato il principale fautore di quella “Via della Seta” che lo portò a scontrarsi con l’allora alleato Salvini. Visto che è provato come proprio il governo cinese abbia nascosto per settimane l’epidemia, addirittura processando e condannando i medici che ne parlavano,  una maggiore prudenza sarebbe utile, anche perché molta gente si chiede come mai non si apra una grande indagine internazionale per chiamare proprio la Cina alle sue responsabilità visti i danni procurati dal mancato allarme.

Ma ci sono fatti nuovi. Innanzitutto il rischio concreto che ora la Cina  – grazie alla crisi economica legata al Coronavirus – si compri a prezzo di saldo parte delle nostre aziende migliori con massicce e più economiche scalate in borsa, dall’altra i nuovi scenari internazionali di politica estera visto che  il Dragone uscirà meglio e prima dall’epidemia, mentre l’ Occidente resterà boccheggiante per mesi.

Appare evidente che Pechino abbia riconosciuto proprio nel ministro degli Esteri l’anello debole della catena di comando del governo italiano. In Cina sanno bene che Di Maio è un personaggio alla disperata ricerca di un palcoscenico e che farebbe qualunque cosa pur di salirci. Non è un caso che gli “aiuti concreti cinesi” e le parole di Di Maio siano finiti su tutti i media italiani e cinesi, arrivando al paradosso che i responsabili del contagio siano così diventati i “buoni” ad oltranza.

In realtà, il ruolo concreto di Luigi Di Maio è semplicemente quello di aver parlato al telefono con il suo omologo cinese Wang Yi  per assicurarsi una commessa (pagandola!) di mille respiratori da acquistare dai nostri abituali fornitori in Cina ed ora 100 milioni di mascherine.Il dubbio è se il Ministro egli Esteri – conoscendone i suoi limiti personali e di esperienza nel ruolo – sia consapevole o meno di questa strategia cinese di penetrazione in Italia. Se Di Maio ha un bisogno spasmodico di visibilità, dentro e fuori il suo partito, non è detto che questa linea sia davvero utile al paese. Sono certo che diversi esponenti del Pd che si sono sempre occupati di politica estera non la pensano come lui, obbligati oggi a tacere per strategie interne, ma fortemente imbarazzati. La controprova di quanto siamo diventati  succubi di Pechino anche nelle cronache quotidiane si nota dal fatto che mai si è parlato in questi giorni di Taiwan, il primo paese che ha affrontato e vinto il Coronavirus. In Italia non si parla mai dell’ “altra Cina” , quella libera e democratica, ostile a Pechino ma che – pur essendo a soli 120 km dal continente e con oltre 500.000 suoi cittadini che ci lavorano – ha egregiamente protetto i suoi abitanti bloccando il virus all’ inizio, tanto da avere pochissimi contagiati e praticamente nessun decesso attuando regole serie, ma certo  non blocchi militari. A Taiwan gli spazi sono ristretti (23 milioni di persone vivono su un’isola grande solo una volta e mezza la Sicilia)  eppure ce l’hanno fatta pur nel disinteresse del mondo e con l’Italia che non ne gradisce gli aiuti e i consigli.Un successo sanitario di cui quindi non si deve parlare perché a Pechino non piace, così come addirittura non si ammette Taiwan – complice l’Italia – nell’ Organizzazione Mondiale della Sanità solo per motivi politici: un atteggiamento ingiusto e ridicolo, ma soprattutto stupido e controproducente per tutti. Chi oggi si inchina ai voleri di Pechino non ha evidentemente chiaro a quali rischi  – come fosse un altro invisibile virus – ci porti questa scelta.

Uncategorized 23 Jan 2020 07:40 CET

Il fallimento della protesta di governo

Non è un caso se l’addio di Luigi Di Maio da capo politico dei Cinquestelle ha coinciso con la débâcle di Virginia Raggi sconfessata dalla sua maggioranza al Campidoglio. Infatti assieme a Chiara Appendino, rapidamente scolorita nell’anonimato, il ministro degli Esteri e il sindaco di Roma hanno rappresentato l’apogeo del MoVimento: vincente e di governo.

Oggi ne raffigurano le briciole. Il ciclone politico capace di abbattere i vecchi partiti ed espugnare la cittadella del potere; il pilastro della governabilità della legislatura senza il quale nessuna maggioranza è possibile, in appena due anni si è sgretolato contribuendo a rendere ancora più sbilenco e pencolante il sistema politico-istituzionale italiano.

La parabola di Di Maio, “doroteo 4.0” nella lucida definizione di Massimiliano Panarari sulla Stampa, è al tempo stesso emblematica e raggelante. L’alfiere del Cambiamento si fa da parte (per poi riconquistare la scena?) pagando il prezzo di errori ed inesperienza. Ma è l’intera narrazione grillina ad andare in tilt. Quella che parte dalla raccolta della protesta, in questo caso in modi particolarmente ruvidi, e che si infrange sulla incapacità di trasformare la rabbia e il risentimento in adeguati strumenti per aggredire i mali endemici del Paese che quella protesta, più o meno giustificatamente, alimentano.

E’ una parabola che ha contraddistinto parecchi partiti e movimenti nel dopoguerra, dall’Uomo Qualunque fino ai girotondi, al popolo viola eccetera. Con un differenza decisiva: il MoVimento ha vinto la scommessa del potere arrivando ad occupare il Palazzo. Ma è stata la sua condanna. Perché la lezione dei regimi di impianto liberaldemocratico – che il Cielo li preservi – è inesorabile: per governare, alzare la voce non è la ricetta giusta. Servono soluzioni, non anatemi. La lezione è valsa per i Cinquestelle: potrebbe essere utile alle Sardine. Ma è proprio qui il crocevia del dramma del sistema Italia.

Come ha acutamente rilevato Michele Salvati sul Foglio, da Mani Pulite sono passati trent’anni «e ben nove elezioni politiche senza che la democrazia italiana sia riuscita a produrre un governo che interrompa il declino». Infatti. La rabbia ed il disincanto degli elettori non trova sbocchi: al massimo fomenta nostalgie della Prima repubblica che fu e dei suoi leader. Ma non è quella la strada per recuperare il tempo perduto.

Serve uno sforzo di responsabilità e lungimiranza, che escluda il tirare a campare e la demonizzazione dell’avversario nell’eterna campagna elettorale che ci avvolge come un sudario.

Fallimento della protesta di governo

Non è un caso se l’addio di Luigi Di Maio da capo politico dei Cinquestelle ha coinciso con la débâcle di Virginia Raggi sconfessata dalla sua…

Non è un caso se l’addio di Luigi Di Maio da capo politico dei Cinquestelle ha coinciso con la débâcle di Virginia Raggi sconfessata dalla sua maggioranza al Campidoglio. Infatti assieme a Chiara Appendino, rapidamente scolorita nell’anonimato, il ministro degli Esteri e il sindaco di Roma hanno rappresentato l’apogeo del MoVimento: vincente e di governo. Oggi ne raffigurano le briciole. Il ciclone politico capace di abbattere i vecchi partiti ed espugnare la cittadella del potere; il pilastro della governabilità della legislatura senza il quale nessuna maggioranza è possibile, in appena due anni si è sgretolato contribuendo a rendere ancora più sbilenco e pencolante il sistema politico- istituzionale italiano. La parabola di Di Maio, “doroteo 4.0” nella lucida definizione di Massimiliano Panarari sulla Stampa, è al tempo stesso emblematica e raggelante. L’alfiere del Cambiamento si fa da parte (per poi riconquistare la scena?) pagando il prezzo di errori ed inesperienza.

Ma è l’intera narrazione grillina ad andare in tilt. Quella che parte dalla raccolta della protesta, in questo caso in modi particolarmente ruvidi, e che si infrange sulla incapacità di trasformare la rabbia e il risentimento in adeguati strumenti per aggredire i mali endemici del Paese che quella protesta, più o meno giustificatamente, alimentano. E’ una parabola che ha contraddistinto parecchi partiti e movimenti nel dopoguerra, dall’Uomo Qualunque fino ai girotondi, al popolo viola eccetera. Con un differenza decisiva: il MoVimento ha vinto la scommessa del potere arrivando ad occupare il Palazzo. Ma è stata la sua condanna. Perché la lezione dei regimi di impianto liberaldemocratico che il Cielo li preservi – è inesorabile: per governare, alzare la voce non è la ricetta giusta. Servono soluzioni, non anatemi. La lezione è valsa per i Cinquestelle: potrebbe essere utile alle Sardine.

Ma è proprio qui il crocevia del dramma del sistema Italia. Come ha acutamente rilevato Michele Salvati sul Foglio, da Mani Pulite sono passati trent’anni «e ben nove elezioni politiche senza che la democrazia italiana sia riuscita a produrre un governo che interrompa il declino». Infatti. La rabbia ed il disincanto degli elettori non trova sbocchi: al massimo fomenta nostalgie della Prima repubblica che fu e dei suoi leader. Ma non è quella la strada per recuperare il tempo perduto. Serve uno sforzo di responsabilità e lungimiranza, che escluda il tirare a campare e la demonizzazione dell’avversario nell’eterna campagna elettorale che ci avvolge come un sudario.