Editoriale del Direttore 18 Jul 2020 07:30 CEST

In Costituzione l’ecosistema della Giustizia

Che il pianeta giustizia fibrilli, non è una novità. Lo scontro con la politica dura da 25 anni e il caso Palamara, almeno nelle intenzioni sotterra…

Che il pianeta giustizia fibrilli, non è una novità. Lo scontro con la politica dura da 25 anni e il caso Palamara, almeno nelle intenzioni sotterranee di qualcuno, potrebbe segnare una specie di rivincita nella partita di ritorno: diciamolo chiaro, esiziale come fu quella di andata, e indipendentemente dal punteggio. Perciò è fondamentale tenere i nervi saldi e riflettere su alcune storture che oggi più che mai devono essere raddrizzate.

Come ha detto in più occasioni il presidente Andrea Mascherin, la giurisdizione è un “ecosistema” che va tutelato e salvaguardato in tutte le sue parti. Sbilanciamenti, favoritismi, “aiutini” a favore di questa o quella componente non farebbero altro che far perseverare distorsioni di cui nessuno avverte il bisogno.

Il punto è semplice. Nessun tecnicismo riformista potrà davvero salvare il sistema di autogoverno dei magistrati da tentazioni carrieristiche o correntizie. Quel che davvero occorre per esaltare l’autorevolezza, l’equilibrio e l’indipendenza delle toghe è un sussulto che provenga dall’interno del mondo stesso della magistratura, un rilancio dell’imparzialità non solo proclamata ma celebrata nell’applicazione della legge. Che poi è quel che tanti Pm e giudici fanno ogni giorno nello svolgimento del loro compito: delicatissimo ed essenziale al tempo stesso in un sistema che voglia definirsi compiutamente democratico.

Però è fondamentale che anche l’avvocatura, chiamata a svolgere nel modo migliore il suo ruolo di garanzia del rispetto dei diritti di tutti, specie dei più deboli, sia sollevata da una sorta di legittimità “minore” nel bilanciamento dei rapporti tra accusa e difesa. La giurisdizione è una ed è al tempo stesso plurale: se una parte, una qualsiasi, ritiene di poter indossare in solitaria il mantello del “fare giustizia”, allora le problematicità aumenteranno e i cittadini sempre meno si affideranno ai Tribunali con tranquillità e fiducia.

Per questo è giusto tornare ad insistere con forza sulla proposta di inserire nella Costituzione italiana la figura e il ruolo dell’avvocato. È una riforma di fatto indifferibile e, come abbiamo sottolineato su queste colonne in altre occasioni, è anche un riforma a costo zero. Che tuttavia può davvero segnare una svolta. Non bisogna avere paura delle novità. E vale l’ammonimento di Ghandi, che peraltro era un avvocato: “Quando la causa è giusta, è giusto saper vincere la paura”.

Commenti 7 Jul 2020 20:30 CEST

Quell’attrazione fatale di Matteo Salvini per la giustizia di piazza e la spinta all’incendio polemico sui vitalizi

Il leader è una delle vittime del virus: dopo aver sfasciato il governo non ha avuto che una decrescita felice, a cominciare dai sondaggi

È il 27 novembre 1947. Il ministro dell’Interno Scelba rimuove il prefetto di Milano Ettore Troilo, l’ultimo di nomina politica, e lo sostituisce con Vincenzo Ciotola. Non l’avesse mai fatto. Giancarlo Pajetta alla testa di cinquemila comunisti occupa la Prefettura. Poi telefona a Togliatti: «Ho occupato la prefettura». E il Migliore: «Bravo, e adesso che te ne fai?». Salvini, la petizione eversiva sui vitalizi e l’attrazione fatale per la giustizia di piazza

E’ il 27 novembre 1947. Il ministro dell’Interno Mario Scelba rimuove il prefetto di Milano Ettore Troilo, l’ultimo di nomina politica, e lo sostituisce con Vincenzo Ciotola, un funzionario di carriera. Non l’avesse mai fatto. Per protesta Giancarlo Pajetta alla testa di cinquemila comunisti occupa manu militari la Prefettura. E, contento come un bambino con le mani nella marmellata, telefona a Togliatti: «Ho occupato la prefettura di Milano». E il Migliore, di rimando: «Bravo, e adesso che te ne fai?». Una doccia fredda per il malcapitato.

L’episodio ci è tornato alla mente perché Matteo Salvini ha avuto la bella pensata di promuovere una raccolta di firme per protestare contro la sentenza dell’organo giurisdizionale del Senato che, sulla scorta della consolidata giurisprudenza costituzionale in materia pensionistica, ha dato in sostanza ragione ai ricorrenti per il taglio dei cosiddetti vitalizi. Pare che in pochi giorni 200mila anime candide hanno sottoscritto una petizione in sostanza eversiva. E adesso Salvini che se ne fa di queste firme? Si propone forse di dare l’assalto a Palazzo Madama e di occuparlo come Pajetta manu militari al lodevole scopo di costringere i giudici a rivedere la sentenza?

La verità è che l’insuccesso può dare alla testa. Una laurea in Giurisprudenza non ce l’ha. Un corso serale di diritto costituzionale e parlamentare non l’ha frequentato. Ma, per schiarirsi le idee, può leggersi almeno la monografia di Luca Castelli, “L’autodichia degli organi costituzionali”, edita da Giappichelli. Lodata nientemeno che da un luminare del giure come Sabino Cassese. Messosi su un piano inclinato, il Capitano continua a scivolare. Perché spensieratamente invoca una giustizia sommaria, di piazza, di natura politica, che – stando alle intercettazioni di Palamara e compagnia cantante – potrebbe condannarlo a un bel numero di anni di galera. Anche se, a nostro sommesso avviso, meriterebbe una medaglia per il suo operato come ministro dell’Interno. Un benemerito della Patria.

Errare è umano ma perseverare è diabolico. E lui persevera nell’errore, come se nulla fosse. Per non starsene con le mani in mano, si è messo in testa di riscrivere la grammatica italiana da cima a fondo. Per non essere da meno del suo antico alleato Luigi Di Maio, che davanti a un congiuntivo si fa prendere da una crisi epilettica. Pensate. Con la nobiltà dei cavalieri antiqui, Salvini ha dato soavemente del cretino a Nicola Zingaretti. Ma poi, dopo averci pensato ben bene, ha fatto marcia indietro. Ha detto: «Ritiro l’aggettivo». Ora, delle due l’una: o ha scambiato il segretario del Pd per un aggettivo o, dall’alto della sua sapienza grammaticale, pensa per davvero che “un cretino” sia un aggettivo.

Il Nostro non si è più ripreso dalla seduta del Senato del 20 agosto dell’anno scorso. Quando Giuseppe Conte, fino ad allora trattato come un Cenerentolo costretto a pelare patate nel retrobottega di Palazzo Chigi, è salito in cattedra – lui sì che se lo può permettere – e gliene ha dette tante e poi tante da ridurlo come un pugile suonato. Tant’è che la sua replica non poteva essere più fiacca. Meravigliato del fatto che un presidente del Consiglio per caso, quasi a sua insaputa, avesse avuto l’ardire di stenderlo al tappeto.

Per lui quel ma ledetto 20 agosto ha rappresentato l’inizio della fine. Pur di rimettere assieme quella coalizione che lui stesso aveva denunciato con la presentazione di una mozione di sfiducia a un governo del quale faceva parte – una bizzarria bella e buona – offrì senza successo a Di Maio la carica di presidente del Consiglio. Una bella umiliazione. E poi giù a rotta di collo. I sondaggi cominciano a dare segni negativi. La Covid, poi, ha fatto il resto. Sì, la Covid. Al femminile. Così ha sentenziato la benemerita Accademia della Crusca. Mediocre oratore. Niente a che vedere con Giorgia Meloni, degna erede di Giorgio Almirante, e con il Berlusconi dei tempi migliori, che sapeva incantare l’uditorio. In compenso, Salvini è un eccellente imbonitore. Ma se a Ettore Petrolini lo ha rovinato la guerra, al capo della Lega l’ha rovinato il virus. Tutto il contrario di Conte. Perché per il presidente del Consiglio, che se ne sta beato a Palazzo Chigi, finché c’è il virus c’è speranza. A Salvini sono mancate le piazze. Per di più, l’ordine del giorno nazionale non lo ha più nelle sue mani. Perciò, mese dopo mese, non gli rimane che la decrescita infelice. Tu l’as voulu George Dandin. Per dirla con Molière, a proposito di un marito ingannato. Proprio lui è stato l’artefice della sua sfortuna. Ma almeno studi, prima di aprire bocca. E se intende cimentarsi con la sentenza dell’organo giurisdizionale del Senato, torno a ripetere, si legga almeno il bel saggio di Luca Castelli. Avrà molto da imparare. Dopo tutto, non è vero che con la cultura non si mangia.