«Tutto quello che ha fatto, lo ha fatto nel rispetto della legge». Dopo tre ore davanti al giudice per l’udienza preliminare di Brescia,
Federica Brugnera, l'avvocato
Francesco Borasi riassume così le dichiarazioni dell’ex consigliere del Csm
Piercamillo Davigo, imputato insieme al pm milanese
Paolo Storari per rivelazione del segreto di ufficio per aver fatto circolare i verbali di
Piero Amara sulla presunta
Loggia Ungheria. «Il dottor Davigo, in una situazione pericolosissima per le istituzioni - ha spiegato Borasi al
Dubbio -, ha rispettato quanto le leggi impongono e certamente non ha violato la normativa». L’ex pm di Mani Pulite, davanti ai pm di
Brescia, si era infatti difeso richiamandosi a due circolari di Palazzo dei Marescialli, «che prevedono che il segreto d’ufficio, segnatamente il segreto investigativo, non è opponibile al Csm». Ieri, dunque, ha negato di aver indebitamente diffuso i verbali sulla presunta Loggia sostenendo che
Storari avrebbe agito in modo legittimo, consegnando i verbali ad una persona titolata a riceverli e che aveva l’intento di informare il Comitato di presidenza del
Csm. Dal Comitato, però, non sarebbe arrivato alcun invito a formalizzare, né sarebbero stati manifestati dubbi sulla procedura seguita.
Secondo la procura, le due circolari non possono però essere applicate al caso specifico, in quanto non fanno riferimento a consegne informali di atti a singoli consiglieri del
Csm, ma riguardano i rapporti tra segreto investigativo e poteri del
Csm in tema di acquisibilità di elementi coperti da segreto istruttorio. Una scelta discutibile anche secondo il vicepresidente del Csm
David Ermini, che giudicò quegli atti irricevibili, non essendo arrivati al Consiglio seguendo le vie formali. Il pm milanese, difeso dall’avvocato
Paolo Dalla Sala, ha chiesto e ottenuto di poter essere giudicato con rito abbreviato, mentre
Davigo ha scelto il rito ordinario, perseverando dunque nella scelta di rendere pubblico il processo che lo riguarda. Volontà che aveva manifestato anche in relazione alla fase dell’udienza preliminare, nella convinzione che «la pubblicità è di per sé una garanzia: questa vicenda è di interesse pubblico e siccome io non ho nulla da nascondere pretendo l'udienza a porte aperte». Il
gup, lo scorso 3 febbraio, ha deciso però di respingere la richiesta. La posizione dei due imputati, dunque, viene ora separata, in attesa della decisione del giudice. La prossima udienza è fissata il 17 febbraio. Il processo, intanto, conta già una certezza: la presenza del magistrato
Sebastiano Ardita, consigliere del
Csm, ammesso come parte civile al processo. Sarà quella, dunque, la sede forse finale dello scontro tra lui e
Davigo, precedentemente suo grande amico e cofondatore, assieme a lui, della corrente Autonomia & Indipendenza. Un rapporto che si è interrotto prima della consegna dei verbali di Amara, verbali che secondo l’avvocato
Fabio Repici Davigo avrebbe usato per delegittimare il magistrato all’interno del Csm. Secondo il legale, l’ex pm di
Mani Pulite avrebbe agito con «dolo» con il fine «di screditare il ruolo istituzionale di consigliere del Csm» di
Ardita «e la sua immagine personale e professionale», attraverso «una pervicace operazione mirata di discredito - ha aggiunto -, cercando così perfino di condizionarne il ruolo di consigliere del Csm e addirittura arrivando a condizionare l'intero
Csm». Secondo quanto emerso dagli interrogatori dei vari consiglieri del Csm, auditi a
Brescia per chiarire i contorni della vicenda, la posizione di
Ardita sarebbe finita anche al centro di una riunione informale convocata dal vicepresidente
Ermini a Palazzo dei Marescialli, nel maggio 2021.
Davigo, all’epoca, aveva già riferito della presunta affiliazione di
Ardita alla Loggia a diversi consiglieri, invitando alcuni di loro a prendere le distanze dal pm catanese. «Arrivo al giorno in cui
Di Matteo prese la parola in plenum - raccontò
Ermini ai pm di Brescia -. Dopo tale intervento, si ripropose il problema di tutelare il buon nome del Consiglio e per far ciò ritenni di convocare, seppur informalmente, tutti i consiglieri al fine di cercare un confronto sincero su quello che stava emergendo. Nel corso di tale incontro,
Ardita prese la parola e con una evidente partecipazione emotiva rifiutò l’idea di aver avuto comportamenti opachi e si lamentò del fatto che qualcuno potesse aver creduto a delle dichiarazioni calunniose addirittura togliendogli il saluto. Era molto alterato di ciò e molti consiglieri gli ribadirono la loro stima e fiducia. Emerse anche che qualcuno aveva già ricevuto da
Davigo delle informazioni sulla cosiddetta
loggia Ungheria».