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Talpa nella procura di Perugia: torna in azione la “manina”

Cantone apre un fascicolo per trovare il «traditore» che ha passato ai giornali le carte sulla nuova inchiesta a carico di Palamara
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«La procura di Perugia è parte offesa», ha detto nel fine settimana il procuratore Raffaele Cantone nel commentare l’ennesima e non più sorprendente fuga di notizie su indagini che riguardano l’ex presidente dell’Anm Luca Palamara. Un’affermazione che basterebbe da sola a certificare un fatto: a indagare sul fuggi fuggi di carte per l’ennesima opera di cecchinaggio ai danni di Palamara non può essere la procura del capoluogo umbro, bensì quella di Firenze, alla quale l’ex zar delle nomine si è subito rivolto per denunciare i fatti. Ovvero la pubblicazione, su Corriere della Sera e Repubblica, dell’indagine a carico dell’ex consigliere del Csm per istigazione alla corruzione, uno stralcio della ben più corposa richiesta di archiviazione avanzata da Cantone per quanto riguarda l’indagine sulla presunta Loggia Ungheria, bollata come una bufala ad uso e consumo dell’ex avvocato esterno di Eni Piero Amara. Un “pentito” la cui credibilità risulta ridotta al minimo, ma nonostante questo alcune delle sue dichiarazioni, parzialmente riscontrate, rimangono ancora in ballo per fare da ossatura ad un numero imprecisato di fascicoli che il procuratore di Perugia distribuirà ai colleghi per competenza territoriale. Tra queste, ci sono quelle relative al presunto tentativo di Palamara di salvare l’ex pm siracusano Maurizio Musco, amico di Amara e all’epoca imputato per abuso d’ufficio, poi condannato e allontanato dalla magistratura. Il dato «inquietante» e nuovo, secondo i pm di Perugia, sarebbe stato l’avvicinamento, da parte dell’ex zar delle nomine, del giudice di Cassazione Stefano Mogini, ma senza successo, grazie alla «schiena dritta» del magistrato. Notizie rese note nonostante si trattasse di atti coperti dal segreto, per i quali è vietato qualsiasi tipo di pubblicazione, anche solo del loro contenuto: l’atto è infatti segreto «fino a quando l’imputato non ne possa avere conoscenza» e se ritenuto necessario dal pm anche dopo la sua conoscenza o conoscibilità.

«Non abbiamo mai avuto alcun interesse a che il contenuto della richiesta di archiviazione venisse pubblicato dai mezzi d’informazione. Faremo tutto il possibile per accertare da dove sia uscita», ha assicurato Cantone. Ma chi ha passato la velina alla stampa sapeva dove andare a pescare. Così come nel 2019, quando le intercettazioni che fecero scoppiare il Palamaragate finirono sugli stessi due giornali oggi protagonisti del nuovo presunto complottone. Ad agire sarebbe stato un «traditore», ha sbottato Cantone, inviperito per una «vicenda di una gravità assoluta». Grave tanto quanto lo era stata la pubblicazione dei verbali di Amara sulla vicenda Ungheria, bollata dal procuratore di Perugia come «una situazione che probabilmente non ha precedenti per indagini giudiziarie quantomeno di così rilevante impatto», essendoci stata «una sostanziale e totale “discovery” anticipata della parte più significativa del materiale probatorio». Quello “sputtanamento”, di fatto, fece finire al macero l’inchiesta, depotenziando l’attività istruttoria. E in quell’occasione, proprio come sta accadendo ora nel caso della richiesta di archiviazione, fu la stessa procura che stava indagando sulla loggia, quella di Milano, a investigare sulla fuga di notizie, innescata involontariamente dal pm meneghino Paolo Storari, che consegnò i verbali di Amara all’allora consigliere del Csm Piercamillo Davigo.

Ma di chi è la manina che ha fatto finire sui giornali atti ancora segreti? Stando a quanto reso noto da Cantone, la richiesta di archiviazione non era in possesso né della procura di Milano né della procura generale della Cassazione. E nemmeno il Gico della Guardia di Finanza avrebbe avuto disponibilità degli atti al momento dell’ennesima discovery. Il fascicolo a modello 45, senza ipotesi di reato né indagati aperto inizialmente da Cantone, si è intanto trasformato in un’indagine per rivelazione di segreto. Il fascicolo incriminato, nei giorni precedenti al comunicato che annunciava la richiesta di archiviazione, passava di mano in mano nelle varie cancellerie. L’ipotesi più accreditata in procura, al momento, è che sia stato qualche investigatore a fare da tramite con i giornali, su mandato ignoto. Anche perché Cantone esclude categoricamente che a spifferare tutto ai giornalisti possano essere stati i due magistrati che lo affiancano nell’indagine, ovvero Gemma Miliani e Mario Formisani, gli stessi che rappresentano l’accusa nel processo per corruzione a carico di Palamara. Ma la tesi che la spia possa essere un uomo in divisa non convince l’ex presidente dell’Anm.

«Per la mia esperienza, in questi casi i giornalisti hanno rapporti diretti con i magistrati – spiega al Dubbio -, quanto emerso dalle conversazioni captate con il trojan nel 2019 spiega bene come si mettono in movimento le manine. Come mai su 167 pagine si sono mossi solo quelle che mi riguardano?», si chiede l’ex pm, convinto che comunque si tratti di «accuse che si smontano da sole». A scoprirlo sarà forse la procura di Firenze, alla quale si è rivolto annunciando di voler «andare fino in fondo». La stessa procura dalla quale aspetta, però, risposte da circa due anni in merito alle denunce sulla vecchia fuga di notizie. Ma non solo: Palamara ha anche invocato un intervento degli ispettori ministeriali, convinto che la situazione non possa essere ignorata, al punto da essere pronto a proteste eclatanti, come incatenarsi davanti al Palazzo di Giustizia.Quanto al merito e al presunto interessamento alla vicenda Musco, aveva spiegato l’ex consigliere del Csm nei giorni scorsi, «si tratta di fatti già smentiti da una pur facile lettura della documentazione già a disposizione della procura di Perugia nell’ambito del procedimento 6652/18 rispetto alle quali le dichiarazioni dell’avvocato Amara in questa circostanza ricalcano esattamente quello che già avvenne con il giudice Tremolada: in quel caso dovevano servire a salvare il processo Eni oggi per salvare in qualche modo i processi intentati a mio danno. Ma la battaglia di verità continua e ancor di più il rinnovato impegno politico su un tema quello della giustizia che non può non trascendere le singole vicende personali riguardando la vita di tutti i cittadini oramai interessati a comprendere e andare oltre le vicende del Sistema». Insomma, questa volta la talpa potrebbe aver commesso un passo falso. E le prossime pubblicazioni potrebbero smascherarla.

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