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La loggia Ungheria? Una bufala, parola di Raffaele Cantone

Amara
La procura di Perugia ha chiesto l’archiviazione dell’indagine che ha terremotato la magistratura
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La Loggia Ungheria non esiste. È questa la conclusione del procuratore di Perugia Raffaele Cantone, che ha chiesto l’archiviazione del caso che ha fatto scoppiare la procura di Milano e sconvolto per l’ennesima volta il Csm.

Le indagini hanno infatti «portato a ritenere integralmente o parzialmente non riscontrate numerose propalazioni» di Piero Amara, ex avvocato esterno di Eni che ha fatto i nomi e cognomi di circa 90 presunti affiliati ad una loggia segreta capace di interferire su enti, istituzioni pubbliche e organi costituzionali, a partire dal Csm, «soprattutto con riferimento alle due precedenti consiliature».

Secondo le indagini svolte dalla procura di Perugia, alcuni soggetti legati ad Amara hanno riferito di essere stati contattati in passato da Giovanni Tinebra – ex pg di Catania indicato come uno dei vertici della loggia, deceduto nel 2017 – che avrebbe chiesto loro, senza successo, di aderire. Tali dichiarazioni, però, non bastano a riscontrare «l’esistenza di un’associazione, che oltre a dover essere segreta deve avere una serie di caratteristiche di cui questi soggetti nulla sono stati in grado di riferire». L’esistenza di Ungheria non sarebbe emersa nemmeno nei casi in cui gli episodi raccontati da Amara hanno ricevuto parziale riscontro e che «sono risultati ascrivibili a interessi personali o professionali diretti dell’Amara o di soggetti a lui strettamente legati, piuttosto che conseguenza dell’attività di condizionamento di una loggia», ha spiegato Cantone. Insomma: Ungheria è stata fumo negli occhi.

«La notizia non mi sorprende», è l’unico laconico commento di Salvino Mondello, legale di Amara. Che ad un certo punto ha cambiato versione di fronte ai magistrati umbri, «sminuendo, in modo inspiegabile, il ruolo di quella che aveva indicato come una nuova “loggia P2”, dichiarando anzi che essa era nata con finalità nobili e che non tutti gli adepti sarebbero stati a conoscenza delle interferenze effettuate dall’associazione su organi pubblici o costituzionali». Dal 2015 in poi, inoltre, Amara avrebbe «tentato di creare un’altra organizzazione, di cui ha fornito anche alcuni elementi documentali, ma di cui non aveva mai riferito nei primi interrogatori milanesi». Insomma, una nuova versione, una nuova loggia, probabilmente ad uso e consumo di Amara. Anche perché l’utilità dI Ungheria – servita di certo a scatenare una nuova guerra all’interno della magistratura – era franata di fronte ad una situazione senza precedenti: i verbali, infatti, sono finiti su tutti i giornali, nonostante gli stessi sarebbero dovuti rimanere «segreti».

Tale fuga di notizie sarebbe stata determinata, secondo le ipotesi investigative, dalla consegna dei verbali a Piercamillo Davigo, al quale il pm milanese Paolo Storari, che stava raccogliendo le dichiarazioni di Amara sulla loggia, si era rivolto per denunciare la presunta inerzia dei vertici del suo ufficio. Una forma di «autotutela» che diede però inizio a una slavina di fughe di notizie e che portò al processo a Brescia contro l’ex pm di Mani Pulite e il magistrato milanese (assolto in abbreviato). Davigo portò infatti quei verbali al Csm, informando diversi consiglieri del contenuto delle dichiarazioni di Amara e lasciandoli poi in “eredità” alla sua segretaria, Marcella Contrafatto. La donna, secondo la procura di Roma, li avrebbe poi inviati anonimamente a diversi giornalisti, nonché al consigliere Nino Di Matteo, che denunciò il fatto a Perugia e ne parlò poi pubblicamente al plenum. Tali situazioni hanno, di fatto, inquinato l’indagine: «Più di un soggetto – ha sottolineato Cantone – si è avvalso della legittima facoltà di non rispondere, proprio motivando la sua scelta in relazione al grave strepitus fori verificatosi». All’attendibilità del “pentito” è stato dedicato un intero paragrafo della richiesta di archiviazione, in cui sono state esaminate «le tante aporie e contraddizioni emerse», ma anche alcune conferme su specifici episodi. Da qui la necessità di un approfondimento, che però non ha permesso di riscontrare «adeguatamente» elementi che provassero l’esistenza della loggia «al di fuori delle dichiarazioni di Amara» e di un suo socio, che si è limitato a confermare l’esistenza di Ungheria «senza fornire alcun elemento concreto di cui sua conoscenza diretta».

Una credibilità a intermittenza, quella dell’ex legale, già denunciata da Storari davanti al gup di Brescia: a Milano le dichiarazioni di Amara, secondo il pm, venivano infatti prese in considerazione solo quando tornavano utili nel processo Eni-Nigeria, come dichiarato lo scorso 3 febbraio, mentre «quando si deve indagare su Ungheria, che potrebbe portare al calunnione gravissimo, no». Il fascicolo è passato a Perugia nel gennaio del 2021, ovvero più di un anno dopo le prime dichiarazioni di Amara, con l’iscrizione di soli tre indagati: oltre allo stesso Amara, il fascicolo portava i nomi del suo ex socio, l’avvocato Giuseppe Calafiore, e del suo collaboratore Alessandro Ferraro. Perugia ha poi provveduto ad iscrivere altre sei persone, soggetti i cui rapporti con Amara erano certi. Tutti gli altri presunti appartenenti alla loggia erano invece stati indicati dall’ex avvocato sulla base o di quanto ipoteticamente riferito da Tinebra o di una fantomatica lista di iscritti a lui mostrata da Calafiore, lista mai consegnata ai pm. «In presenza dì elementi così labili – ha affermato dunque Cantone -, l’iscrizione avrebbe rappresentato non una garanzia per l’indagato, ma un inutile ed ingiustificato “stigma”».

La procura ha escluso anche la possibilità di configurare un’associazione a delinquere finalizzata a commettere reati contro la pubblica amministrazione, mentre su alcune vicende sono stati effettuati degli stralci, trasmessi per competenza ad altre procure, tra i quali quello per l’eventuale ipotesi di calunnia e autocalunnia, che finirà a Milano. Procura con la quale Perugia ha già fissato «una prossima riunione di coordinamento sulle ulteriori indagini connesse da svolgere». Gli atti saranno trasmessi anche alla procura generale della Cassazione, per valutare eventuali profili disciplinari in capo ai magistrati coinvolti, ma non al Csm, al quale, comunque, la procura si riserva di inviare tutto su richiesta.

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