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La rivoluzione del draghismo che ha travolto (e può salvare) la politica

Draghi
La rielezione di Mattarella consolida la violazione della prassi del settennato e certifica la fine della politica. Che ora deve trovare il coraggio di mettere mano alla Costituzione
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Chissà se qualcuno, adesso, avrà la forza di guardare in faccia la realtà e cogliere i cambiamenti che hanno investito la politica italiana negli ultimi mesi, con una accelerazione fortissima in questi ultimissimi giorni.

Per prima cosa va verificata la tenuta della nostra Costituzione. Lo abbiamo detto e lo ripetiamo: la rielezione del presidente Mattarella è un’ottima notizia per il Paese ma consolida – accadde anche con Napolitano – la violazione della prassi del settennato che a questo punto deve necessariamente essere sanata. Se a ciò aggiungiamo un Parlamento svuotato delle proprie funzioni, un presidenzialismo di fatto da parte di capi dello Stato costretti a “suggerire” governi e governanti e, infine, il ricorso incontrollato alle questioni di fiducia – siamo a quasi 3,5 al mese e qualcuno parla giustamente di torsione democratica – ecco, se consideriamo tutto questo, capiamo quanto sia indispensabile che la politica trovi il coraggio di mettere mano alla nostra Costituzione. Insomma, dobbiamo necessariamente dare forma all’informe, come spiegò il professor Cacciari su questo giornale, prima che qualche vento reazionario – è capitato tante volte nella storia – provi a disfarsi del tutto della nostra Carta.

L’altro cambiamento è sotto gli occhi di tutti: ed è la forza assai sottovalutata del draghismo. Ormai dovrebbe essere chiaro che si tratta di una folata che ha certificato la fine della nostra politica – la rielezione di Mattarella ne è la prova – ma che nello stesso tempo si pone come possibile occasione di rigenerazione e palingenesi. Draghi – nonostante qualcuno si ostini a considerarlo “solo” un tecnico – ha spaccato in due la politica italiana attraversando come una lama affilatissima tutti i partiti. A cominciare da Lega e 5Stelle. Nei due movimenti che più degli altri avevano incarnato la temperie del populismo e del sovranismo, si è infatti insediato il virus draghista che ha cambiato equilibri e schemi.

Non c’è più alcuna traccia del Luigi Di Maio che gridava “onestà, onestà”, annunciando la fine della povertà dal balcone di Palazzo Chigi. Ora c’è l’austero ministro degli Esteri che tutela l’immagine del direttore dei servizi segreti e blinda Draghi dalle mire di Conte e del Fatto Quotidiano. Insomma, la svolta draghiana di Di Maio ne ha completamente offuscato la fedeltà al grillismo – del resto è assai difficile che le due cose, draghismo e grillismo, possano andare insieme – e se, come sembra, il ministro degli Esteri mira davvero a prendersi il Movimento dovrà “assumere” una controfigura che sappia tenere vivo il cuore antisistema del Movimento. Oppure rispolverare la vecchia doppiezza togliattiana.

Certo, c’è un piccolo problema: Di Maio non è propriamente Togliatti. Stesso discorso vale per Giorgetti. Considerato la quintessenza del draghismo, Giorgetti naviga dentro un partito la cui leadership è ferma allo schema sovranista. Nonostante sia uscito malconcio dalla trattativa per il Quirinale, Salvini è ancora il leader che ha portato la Lega al 33%. Senza considerare che se qualcuno, magari Zaia, avesse davvero in mente di metterne in discussione la leadership, ebbene questo qualcuno dovrà fare i conti con le liturgie da Prima Repubblica del Carroccio. Insomma, il limite dei draghiani infiltrati nei partiti è il loro scarso consenso elettorale, che in politica non è poco.

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