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“Omicidio di Varese: Paitoni ha ucciso il figlio per punire la moglie”

L'ordinanza con cui il gip ha convalidato l'arresto dell'uomo, accusato anche di premeditazione, descrive con dovizia di particolari gli ultimi istanti di vita del piccolo Daniele e la sua morte
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Intorno all’orrore di Varese si intrecciano tante storie: quella di una tragedia di famiglia, quella (la solita) di un avvocato minacciato nell’esercizio della sua funzione, quella di una magistratura spaccata che accresce la sua crisi di credibilità, quella dei facili giudizi del Tribunale del Popolo. Proviamo a raccontarle tutte queste storie.

Intanto oggi è trapelata l’ordinanza del gip Giuseppe Battarino che ha convalidato il fermo di Davide Paitoni, l’uomo che ha tragicamente ucciso suo figlio di 7 anni. Si tratta di 10 pagine che con dovizia di dettagli raccontano la tragedia: è l’irrazionale, l’incomprensibile che prendono forma sotto le lame di un coltello. Noi vi faremo un riassunto solo per fornire l’essenziale dato di cronaca. E nella consapevolezza che siamo solo nella fase iniziale degli accertamenti. Ci sarà un processo che determinerà le responsabilità dell’uomo. Paitoni deve restare in carcere perché «vi è concreto pericolo di fuga» e in quanto «è altamente probabile, ed anzi pressoché certa, la reiterazione di delitti della stessa specie e comunque con uso di modalità violente».

Paitoni, subito dopo i delitti, è stato infatti individuato dai carabinieri a meno di due chilometri dalla frontiera italo-svizzera. L’uomo è accusato di omicidio e tentato omicidio, entrambi pluriaggravati  – tra l’altro per aver commesso il fatto contro il discendente, per averlo premiditato e aver per agito per «motivi abietti consistiti nella volontà di punire la moglie e di attuare una sorta di ritorsione nei confronti della stessa» -. Intorno alla 18 del primo giorno del nuovo anno Paitoni fa sedere il figlio su una sedia, «con la scusa di fargli la merendina» e poi lo uccide «con un colpo secco» alla gola. Ripulisce tutto e rinchiude il corpicino in fondo ad un armadio, dove verrà ritrovato anche un biglietto del figlioletto con su scritto «papà e Daniele sempre insieme». Poi esce e si reca a casa della famiglia della moglie. Posteggia l’auto con il baule aperto e l’interno non visibile, dicendo alla donna che il figlio si è nascosto lì dentro e approfittando del passaggio della moglie davanti a sé la colpisce con un grosso coltello da cucina. La donna riesce a divincolarsi e viene ricoverata in ospedale. I carabinieri si recano poi nell’abitazione del padre del Paitoni, dove stava scontando i domiciliari per una accusa di tentato omicidio. L’indagato non era presente, vi trovano solo l’anziano che sembra non essersi accorto di nulla (trattatasi di persona con problemi di udito, che fa uso di apparecchio acustico) che consegna loro il telefono su cui il figlio ha lasciato un messaggio in cui si evince che Davide aveva fatto del male al figlio «e di avere intenzione di suicidarsi (si sente, tra l’altro, nelle dichiarazioni confessorie “Io so che fa schifo uccidere il proprio figlio“)». «Tra le cose pertinenti al reato sequestrate nell’abitazione figurano due lettere manoscritte dall’indagato nelle quali si rivendica il delitto come gesto compiuto per “far soffrire la donna che ho amato veramente“».

Abbiamo chiesto un commento all’avvocato Stefano Bruno ma al momento preferisce non rilasciare più dichiarazioni. Sappiamo che nei giorni scorsi ha ricevuto telefonate di insulti e minacce, «ma questo è il mio lavoro» aveva affermato concludendo: «C’è una frase bellissima che ho sulla mia scrivania: “Proprio nel difendere il più mostruoso degli assassini l’avvocato è posto a tutela di diritti fondamentali che appartengono a tutti perché non ammettono deroghe ed eccezioni“. Difendendo il peggiore degli assassini difendo il diritto di tutti, è questo che la gente non capisce». E poi come scrivevamo all’inizio c’è una magistratura in crisi, che si attacca dall’interno, generando un scontro tra Procura e Ufficio gip. Addirittura Fabio Roia, presidente vicario del Tribunale di Milano, dice a Repubblica «vedo una sottovalutazione complessiva della violenza di quest’uomo», aggiungendo una frase che forse è stata sottovalutata per la sua inopportunità: «mi chiedo, a questo punto, se anche gli avvocati debbano superare l’interesse del proprio assistito e ragionare in termini di prospettiva diciamo pubblicistica, nell’interesse di terzi».

A pagarne le spese, nella bufera mediatica, è la gip Anna Giorgetti per il primo provvedimento emesso nei confronti di Paitone. In sua difesa è corso il presidente del Tribunale di Varese, Cesare Tacconi, ma anche parte dell’avvocatura varesina e molti colleghi magistrati. Nessuna presa di posizione ufficiale invece da parte dell’Associazione Nazionale Magistrati che pure poche settimane fa si era impegnata, per la vicenda di Giancarlo Pittelli, a difendere i “colleghi del Tribunale di Vibo Valentia e della Procura di Catanzaro”: «Assistiamo ancora una volta con sconcerto ad accuse scomposte da parte di organi di stampa nei confronti di magistrati impegnati in delicati processi». Queste stesse parole andavano bene per difendere la gip Giorgetti ma non sono state diffuse per lei.

Intanto la Ministra Cartabia ha richiesto accertamenti: atto dovuto o risposta al clamore emotivo e mediatico? Non possiamo dirlo. Quello che possiamo fare è darvi qualche dettaglio in più per replicare alle sentenze già apparse sui social. Allora, sempre grazie all’ordinanza di Battarino, apprendiamo che: a carico dell’uomo non risultano denunce per maltrattamenti; risulta la pendenza di un procedimento penale, iscritto il 18 marzo 2021, «per lesioni e minacce con persone offese la moglie e il figlio, ma questo ufficio non ha altra notizia del contenuto di quegli atti di indagine». Il precedente giudiziario noto è relativo all’accoltellamento di un collega, che ha condotto l’uomo ai domiciliari su richiesta della Procura, con divieto di comunicazione, salvo per congiunti e conviventi.  Inoltre «i due coniugi erano separati di fatto da alcuni mesi, senza che fosse intervenuto alcun provvedimento giudiziario e neppure avviato alcun procedimento civile di separazione». Ancora: «è bene partire da un dato che può apparire paradossale rispetto all’esito mortale: è la madre che porta Daniele a casa del padre verso le 13 del primo gennaio». Non c’era per la donna nessun “obbligo di consegna” del figlio al padre, in assenza di separazione coniugale. Inoltre il figlio trascorre con il padre la vigilia di natale, il 26 dicembre, il 30 dicembre e «nulla di negativo accade». Negativo è quello che è accaduto dopo, ciascuno con le proprie immense e piccole responsabilità o omissioni.

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