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Il grande freddo tra il Nazareno e la magistratura

Il sì ai referendum di Goffredo Bettini e altri dem (come Giorgio Gori) è un caso limite, ma il rapporto organico dem-toghe è in disfacimento
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Tra tante sorprese una certezza: i dem, come partito, non saranno mai a favore dei referendum sulla giustizia. Ieri Letta ha ribadito la propria soddisfazione per le riforme del processo: «Il Parlamento e la maggioranza le stanno facendo insieme al governo e questo è un buon segnale». È un’implicita replica a chi invece, nel centrosinistra, vorrebbe cambiare la giustizia anche con i quesiti di radicali e Lega.

Da Goffredo Bettini al deputato democratico, ed ex sottosegretario, Francesco Pizzetti, ultimo arrivato. Ma la simpatia dei “battitori liberi progressisti” per la consultazione popolare va ascritta solo alla categoria “fronda renziana”, o al limite all’eccezione che conferma la regola, come per Bettini e Gori? Davvero si tratta di vicende isolate, insignificanti? O invece siamo all’epifenomeno di un rapporto in involuzione fra Pd e magistratura? Più di un motivo lascia propendere per la seconda ipotesi.

Tra il Nazareno e le toghe c’è una scollatura lenta

C’è qualcos’altro: è una scollatura lenta, non tanto percettibile ma costante, del Nazareno dalle toghe. La si coglie anche in altri segnali. Basta leggere il documento presentato a maggio, in materia di riforme della giustizia, proprio da Enrico Letta e da altri dirigenti democrat: una “carta” ricca di proposte sgradite all’Anm. Alcune magari sono sul confine: per esempio la fine dell’esclusiva riservata ai magistrati nell’Ufficio studi del Csm.

Ma poi c’è anche l’apertura al diritto di voto degli avvocati nei Consigli giudiziari, diritto che un emendamento alla riforma del Csm, già depositato dal Pd, estenderebbe alle valutazioni di professionalità dei giudici. Già qui dovrebbe saltare all’occhio una cosa: l’auspicata, dall’avvocatura, riforma dell’autogoverno locale è proprio l’oggetto di uno dei referendum radical- leghisti. Il Pd propone la stessa cosa: semplicemente lo fa per via legislativa. Ma la norma che ne verrebbe fuori è la stessa. Fino ad arrivare alle due chiavi del grande freddo apertosi fra democratici e Anm.

Le cause del “grande freddo”

Il primo è l’improcedibilità: a proporre l’estinzione del processo sono stati innanzitutto i dem della commissione Giustizia di Montecitorio, che ne hanno fatto un emendamento con settimane d’anticipo rispetto alla relazione Lattanzi ( promotrice, peraltro, di una norma assai più lontana, rispetto all’ipotesi Pd, dalla versione finita nel ddl Cartabia). Ma più di ogni altra cosa, a radicare nella magistratura associata la convinzione che il Pd abbia smesso di essere un interlocutore anche solo culturale concorre la presenza, nel ricordato documento di maggio, della seguente proposta: “Introdurre la previsione che le valutazioni di professionalità dei magistrati, quali il pubblico ministero, debbano essere condotte anche sulla base del parametro costituito dal dato percentuale di smentite processuali delle ipotesi accusatorie, prevedendo un massimo di percentuale significativo”.

Nella piattaforma Pd sulla giustizia, è al “punto 3” del capitolo dedicato all’ordinamento giudiziario. È facile comprendere come un simile progetto di riforma sia quanto di più divisivo per l’ipotetico asse sinistra- magistrati. Siamo alla negazione di quell’asserita, da tanti esponenti del centrodestra, organicità fra i democratici e la correnti progressiste “Area” e “Magistratura democratica”. Dal punto di vista di giudici e pm, penalizzare chi riporta insuccessi processuali rispetto alle richieste o ordinanze di rinvio a giudizio è quanto di più lesivo si possa immaginare per l’autonomia del magistrato. Vista con l’ottica dell’Anm, la proposta finirebbe semplicemente per dissuadere tanti pm dal chiedere il processo e tanti gup dall’accogliere le richieste. In particolare per i reati in cui la prova è più difficile da far emergere, vale a dire quelli estranei ai circuiti della criminalità organizzata o dei delitti di strada.

Le posizioni di Orlando

Insomma, oggi non si può dire che tra largo del Nazareno e almeno una parte della magistratura esista una saldatura. A pesare sull’imprevedibile scollamento è forse anche l’eclissarsi dal tema giustizia dell’ultimo dirigente progressista che ne abbia fatto un impegno “militare”: Andrea Orlando. Prima ancora di insediarsi a via Arenula, l’attuale ministro del Lavoro era stato responsabile Giustizia del partito. E tante figure di primo piano dell’Anm ancora ricordano «quel giovane silenzioso che veniva ai nostri convegni, si siedeva nelle file lontane dal palco e prendeva appunti». Ha studiato, li ha conosciuti, ne ha compreso le aspettative. Si dirà che proprio quel dialogo così immersivo ha raffreddato Orlando, quand’era ministro, dal riformare il Csm. Ma in fondo l’ascolto della magistratura penale gli consentì anche di introdurre una riforma della prescrizione migliore sia di quella Bonafede che del lodo votato dieci giorni fa alla Camera con il ddl Cartabia.

Non c’è più Orlando. Non ci sono più i magistrati che pure nel Pd rappresentavano un avamposto influente. Donatella Ferranti, per esempio: attivissima sulla giustizia, da deputata, prima ancora di diventare presidente della relativa commissione. O Lanfranco Tenaglia, Felice Casson. Dopo Orlando, il Pd ha sì affidato il dipartimento Giustizia a un dirigente di assoluto spessore come Walter Verini, che però ha dovuto occuparsi soprattutto delle difficili mediazioni con le linee intransigenti dei 5 Stelle, più che ascoltare la voce delle toghe.

Ora tocca ad Anna Rossomando

Ora c’è un’altra autorevolissima responsabile come Anna Rossomando: ma da una vicepresidente del Senato non ci si può certo aspettare che vada a prendere appunti in ultima fila come faceva Orlando. Ed è sempre più sfumata la presenza di una figura insostituibile come Luciano Violante, forse il vero architrave di un rapporto ormai evaporato. Si dirà che tutto questo è un bene. Che c’è bisogno di una politica autonoma davvero dai giudici e che l’emancipazione dem è un elemento indispensabile. Certo. Ma si deve anche riconoscere che dietro le esuberanze referendarie di sparute “avanguardie” come Bettini e Gori, c’è qualcos’altro. E che forse proprio per questo l’iconoclastia di Letta sui quesiti radical- leghisti sarà ancora più difficile da preservare.

 

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