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Omicidio Cerciello Rega: «Fu legittima difesa»

Le difese ricostruiscono in aula i tortuosi momenti della morte del carabiniere
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«In quest’aula si è chiesto il trofeo dell’ergastolo, ma l’ergastolo per un ragazzo di 19 anni equivale alla pena di morte. Per lui non chiedo cinismo ma speranza»: così due giorni fa si è espresso l’avvocato Renato Borzone nella sua arringa a difesa di Finnegan Lee Elder accusato, insieme a Gabriel Christian Natale Hjorth, dell’omicidio del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega. Il processo di primo grado è arrivato, dopo circa 30 udienze tutte registrate da Radio Radicale, alle battute finali: la sentenza è prevista per il 5 maggio.
La storia è nota: nella notte tra il 25 e il 26 luglio 2019 i due ragazzi in vacanza in Italia erano andati all’appuntamento con Sergio Brugiatelli, mediatore di un pusher (inizialmente tenuto fuori dalle indagini perché informatore dei carabinieri), al quale avevano sottratto lo zaino dopo uno scambio di droga finito male, per poi trovarsi davanti due uomini, i carabinieri Andrea Varriale e Mario Cerciello Rega, chiamati ad incontrarli per recuperare lo zaino. Da quel momento le versioni dell’accusa e della difesa divergono: per la procura i due ragazzi erano consapevoli di trovarsi dinanzi a due esponenti delle forze dell’ordine e li hanno aggrediti per sfuggire ad un probabile arresto; mentre per la difesa, i due si sono spaventati pensando di trovarsi davanti a dei malviventi che li stavano aggredendo e per questo avrebbero reagito.
Se per il pubblico ministero Maria Sabina Calabretta i due devono essere condannati all’ergastolo con isolamento diurno, per la difesa – gli avvocati Roberto Capra e Renato Borzone – si tratta invece di legittima difesa putativa: «Chiedo alla Corte – ha detto Borzone nella sua arringa durata ben sei ore – il coraggio dell’indipendenza dalle aspettative della pubblica opinione».
Infatti la vicenda ha toccato il cuore di molti italiani e la narrazione che è passata quasi dappertutto è quella del vice brigadiere Cerciello Rega, appena tornato dal viaggio di nozze, che viene ucciso efferatamente da diverse coltellate inferte dal giovane americano in preda ad alcol e droghe.
Però poi ci sono i processi e le questioni vanno poste all’attenzione del dibattimento durante il quale si formano le prove. Come ha detto l’avvocato Borzone, citando Arthur Conad Doyle, «non c’è mai nulla di così ingannevole come un fatto ovvio» e ha invitato la Corte a «giudicare con il massimo scrupolo, fino all’angoscia», soprattutto perchè sembrerebbe che il dibattimento abbia dimostrato una serie di bugie e menzogne dei carabinieri, così come anomalie delle indagini da parte della Procura. «Le omissioni e le menzogne da parte di alcuni carabinieri – ha detto Borzone – hanno confuso l’accertamento della verità. Per la prima volta la stampa di diversi orientamenti culturali ha parlato di “notte degli inganni”». L’avvocato Borzone si richiama poi ad un contesto più generale: i fatti accaduti nella caserma di Piacenza, il caso Cucchi, il caso Marrazzo «sollevano dubbi sulla catena di comando all’interno dell’Arma».
«Qui però noi non vogliamo attaccare l’Arma – replica Borzone ad alcune parti civili – , noi parliamo di singole persone non delle Istituzioni, pensiamo ad esempio che vi sia stato un ausilio al carabiniere Varriale per le ragioni che vedremo».
Si badi bene che tutto ruota sulle testimonianze di tre persone: i due imputati e il carabiniere Andrea Varriale che si è recato all’incontro con i due americani insieme a Cerciello Rega. Quindi è fondamentale che il teste Varriale sia «credibile», ma per l’avvocato Borzone «Varriale è un bugiardo», adducendo undici motivazioni a sostegno di questa affermazione e ricordando che «Varriale è imputato in un procedimento connesso e quindi le sue dichiarazioni non sono valutabili allo stesso modo delle dichiarazioni di un altro testimone. E poi il fatto che uno sia carabiniere non significa che non menta mai, vedasi il caso Cucchi».
Varriale è stato infatti indagato dalla Procura militare per il reato di “violata consegna” in quanto si era presentato disarmato all’appuntamento, mentre i militari sono obbligati a portare al seguito l’arma d’ordinanza ogni qualvolta sono in servizio, anche se in borghese, come erano loro quella maledetta notte. Alla luce di questo, sostiene Borzone, «Varriale aveva tutto l’interesse personale a dire in aula che ha mostrato il tesserino ai due americani altrimenti avrebbe potuto essere accusato di un altro reato dinanzi al Tribunale militare».
Ma è chiaro – ribadisce l’avvocato – che «Varriale ha inquinato le indagini: durante due interrogatori avvenuti il 28 luglio l’uomo dice che aveva la pistola con sé e che l’aveva consegnata al comandante della stazione Farnese Sandro Ottaviani in ospedale, poi il 5 agosto che l’aveva consegnata ai colleghi arrivati sul posto dell’incidente e poi solo il 9 agosto ritratta dicendo che non avevano portato l’arma».
Ma l’aspetto più incredibile, ricorda Borzone, è che il 30 luglio «il generale Gargaro in una conferenza stampa seguita a livello internazionale ha inconsapevolmente dichiarato che Varriale aveva l’arma con sé quella sera e per i cinque giorni successivi nessun carabiniere ha detto invece la verità. Allora mi chiedo cosa era quella caserma Farnese?. Due sono le ipotesi: o Varriale e il comandante Ottaviani si sono messi d’accordo in ospedale sulla versione da dare oppure Varriale, come si evince dai messaggi successivi, sapeva di poter contare su Ottaviani che gli teneva bordone».
E ancora sullo scandaloso video girato da Varriale a Natale Hjort bendato in caserma: «Varriale ci dice che quel video faceva parte delle indagini per fare una valutazione della voce del ragazzo ma è stato smentito qui dal colonnello Lorenzo D’Aloia che ha ci ha detto che invece questo tipo di accertamento era conferito ai Ris».
Un altro elemento riguarda le telefonate: «Dopo il fatto Varriale cerca di contattare più volte Ottaviani, ma poi le telefonate vengono cancellate dal registro delle chiamate. Perché?».
E poi il referto medico: «Una diagnosi ottenuta sulla base della sola dichiarazione del Varriale, dunque una diagnosi riferita, parla di lesioni dorsali e lombari. Eppure il 29 luglio, a tre giorni dai fatti e nello stesso giorno del funerale di Cerciello Rega, Varriale organizza in una chat prima una “bevuta in scioltezza” e poi una partita a padel. Ma non aveva una dorsolombalgia?».
Ma non finisce qui: nelle udienze precedenti era stato fatto ascoltare in aula un audio in cui un maresciallo della stazione Farnese dice a Varriale: «Andrea di questa cosa dell’ordine di servizio non ne parlare con nessuno. Ottaviani già sa tutto. Vieni dritto da me e lo compiliamo». «Si tratta di un audio molto importante – ci aveva detto Borzone – perché dimostrerebbe che sull’intervento a Trastevere l’ordine di servizio non era stato compilato, così come sostenuto invece finora dai militari». Si tratta di un verbale falso? Siamo dinanzi a nuovi depistaggi, come nel caso Cucchi? Il dubbio viene, ma saranno i giudici a scioglierlo.
E arriviamo al punto nevralgico. Secondo Varriale, lui e il collega avrebbero mostrato i tesserini ai due ragazzi e si sarebbero qualificati come carabinieri ma – dice Borzone – «dopo tutti questi elementi che ho esposto è chiaro che la credibilità del carabiniere è pari a zero».
E arriviamo alla versione di Lee Elder. Innanzitutto bisogna ricordare che «il ragazzo ha prima subìto un interrogatorio illegale – se vogliamo chiamarlo “informale” – in assenza del suo avvocato. E poi gli è stato fornito un avvocato d’ufficio che non sapeva parlare inglese».
Il ragazzo non ha mai cambiato versione «ed è stato sempre onesto e leale. Parlando della colluttazione con Cerciello Rega avrebbe potuto dire che l’uomo aveva cacciato una pistola per giustificare la sua reazione ma non lo ha fatto. Come ha detto il professor Ferracuti, Lee Elder è un ragazzo che “non simula e né dissimula”. Un elemento forte a favore della sua versione per cui lui e Natale pensavano che i due carabinieri fossero dei malavitosi assoldati da Brugiatelli per recuperare lo zaino, si evince dal fatto che è stato proprio Lee a dare questa versione alla fidanzata Cristina pochissimo tempo dopo i fatti, come riferito da lei stessa. Qualcuno potrebbe pensare che lei stesse mentendo, ma è lo stesso Lee, nel rispondere ai carabinieri che gli chiedevano se avesse parlato con qualcuno dell’accaduto, a dire che ne aveva discusso con la ragazza. E poi è lui stesso a chiedere agli inizi di agosto di acquisire tutte le immagini delle videocamere della zona. Se aveva qualcosa da nascondere perché fare questa richiesta? Stranamente però proprio la telecamera che inquadrava un lato della farmacia dinanzi alla quale sono accaduti i fatti non ha registrato. Non posso certo presumere che le immagini siano state occultate, ma è strano che proprio quella non abbia funzionato».
L’aspetto più grave è forse la presunta manomissione delle traduzioni delle intercettazioni. Come già vi avevamo raccontato, ad esempio, la frase «Ho chiamato mia madre e le ho detto di trovarmi alla stazione di polizia e mi stavano dicendo che avevo ucciso un poliziotto» per i traduttori della Procura della Repubblica di Roma si è trasformata in una confessione: «Ho chiamato casa dicendo di aver fatto la decisione sbagliata colpendo un poliziotto». E due giorni fa in aula Borzone ha ricordato una pesante omissione degli inquirenti relativamente alla intercettazione ambientale in cui Elder dice al suo legale americano che i poliziotti Rega e Varriale non avrebbero mostrato loro alcun tesserino: «They didn’t show anything, didn’t say anything (Non hanno mostrato nulla, non hanno detto nulla)» e ancora «I didn’t know that he was a cop. I thought he was a random criminal guy… mafia guy. (Non sapevo fosse un poliziotto. Pensavo fosse un malvivente… un mafioso)».
Su quanto accaduto quella notte, dunque, la versione di Elder, che mai avrebbe potuto pensare che Brugiatelli avesse chiamato i carabinieri per farsi aiutare, è che Cerciello gli si era messo sopra, con lui steso a terra, e temendo di essere strangolato da una persona che in quel momento riteneva essere un malvivente, si era difeso sferrandogli una prima coltellata sul fianco e poi altre in rapidissima successione sino a quando non è riuscito a divincolarsi e a fuggire.
Un racconto che per l’avvocato Borzone «è coerente e lineare e conduce alla legittima difesa». In ogni caso, a prescindere da quella che sarà la sentenza, questo processo, a dispetto delle ricostruzioni della prima ora diffuse dagli inquirenti, ha fatto emergere pesanti ombre sull’operato di alcuni appartenenti all’Arma dei Carabinieri.

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