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«Il cortocircuito mediatico giudiziario è come un buco nero»

La rabbia dell'ex governatore della Toscana Rossi dopo l'assoluzione di Bassolino: «Ora è tempo di una discussione seria sull'equilibrio tra i poteri»
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«Antonio Bassolino è stato assolto per la diciannovesima e ultima volta con formula piena. Abbraccio l’amico e compagno Antonio Bassolino ma sono più arrabbiato che felice. Chi pagherà per queste tante accuse rivelatesi infondate?». A scrivere queste parole, sul suo profilo Facebook, è Enrico Rossi, ex governatore della Toscana.
Un messaggio lungo e toccante quello del collega di Bassolino, che si associa ai tanti ricevuti nelle ultime ore.

«Chi pagherà per avere rovinato la vita politica ad Antonio, ferito la sua onorabilità, sottratto alla sinistra, al meridione e al Paese una dei dirigenti migliori, autorevoli e competenti? Nessuno: né coloro che quelle accuse hanno espresso, né i magistrati che hanno formulato imputazioni rivelatesi totalmente infondate. E neppure la stampa che lo ha attaccato senza riguardi e senza rispetto per la persona – scrive Rossi -. Ricordo ancora un articolo di Eugenio Scalfari che in un sui domenicale di Repubblica del 2008 decretò la fine dell’esperienza politica di Antonio. Mi aspetto un editoriale di scuse e di riabilitazione per il domenicale di domani».

La verità, afferma l’ex governatore della Toscana, «è che se questo Paese non spezza il cortocircuito mediatico giudiziario non sarà più possibile costruire nulla e sempre prevarrà la distruzione delle buone iniziative e anche delle persone perbene. Il cortocircuito mediatico giudiziario è come un buco nero che assorbe energie, annienta gli entusiasmi e la voglia di fare creando un clima di sospetto e di sfiducia verso le istituzioni e tra gli stessi cittadini. La magistratura non deve essere attaccata se svolge le indagini. Essa però dovrebbe avere maggiore attenzione a formulare le imputazioni, non inseguire teoremi e basarsi sui fatti – continua -. La stampa dovrebbe avere rispetto per le persone e prima di condannare aspettare la sentenza definitiva. Non avviene così e la colpa, ancora una volta, è prima di tutto della politica. Infatti è prevalso il giustizialismo, l’uso politico delle indagini per criminalizzare l’avversario e per eliminarlo».

Rossi ammette le responsabilità di quella sinistra che, negli anni, ha lasciato da solo Bassolino, abbandonandolo al suo destino in attesa degli esiti dei processi. Un silenzio che, però, ha logorato il politico e l’uomo, che ha atteso per 27 anni la fine di un calvario giudiziario ad oggi senza spiegazione. «Anche la sinistra ha commesso gravi errori su questo terreno. Io stesso, in certi momenti, in passato, sono stato trascinato da un clima generale di giustizialismo – afferma Rossi -. Da tempo però mi attengo rigorosamente al comma 2 dell’articolo 27 della Costituzione che recita che l’imputato non è considerato colpevole fino alla sentenza definitiva di condanna. Il che significa che anche il soggetto condannato in primo grado, o in grado di appello, ma non con una sentenza definitiva, non si considera colpevole.
Quindi per me è innocente e tale, io penso, deve essere considerato dalla società e nessuno e niente dovrebbe avere il diritto di fermare il suo lavoro e il suo contributo alla vita della collettività».

L’ennesima assoluzione di Bassolino può, però, essere uno spunto per una riflessione sul rapporto tra politica e magistratura. Una riflessione invocata da tanti, ma che tarda ad arrivare. E ciò nonostante il caso di Bassolino, per quanto eclatante più di altri, non sia l’unico. «Ora è tempo di una discussione seria e pacata che consenta di ristabilire un giusto equilibrio tra i poteri, di rispettare il lavoro dei magistrati e di avere veramente rispetto per tutte le persone – conclude Rossi -. Ammiro Antonio per la coerenza e la serietà esemplare con cui ha affrontato questo calvario giudiziario. Insieme all’onore ora gli venga restituito anche il ruolo e la responsabilità politica che gli spettano per il bene del Paese e della sinistra. Auguro ad Antonio di scalare nuove e più grandi montagne. A lui non mancano né la forza né la passione».

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