Commenti 9 Feb 2020 16:43 CET

Prescrizione, le contraddizioni cerchiobottiste senza che nessuno si preoccupi dei veri effetti

Ha ragione il Pd Zanda: alla ricerca continua del consenso il Parlamento non è più capace di legiferare

La meticolosa descrizione che ha fatto ai lettori del Dubbio Enrico Novi della situazione interna al sindacato delle toghe dimostra come meglio non si poteva come l’Associazione Nazionale dei Magistrati – questo è il suo aulico nome – faccia ormai concorrenza, per come si sono messe le cose in vista delle elezioni sociali di aprile, all’ormai caotico, turbolento e imprevedibile Movimento 5 Stelle. Le cui tensioni condizionano il governo e la maggioranza obbligando l’uno e l’altra a viaggiare a vista, tra vertici interlocutori e rischi continui di deragliamento di un treno pur a bassa velocità, non certamente paragonabile alla Frecciarossa di sfortunata attualità in questi giorni.

Per numeri e intrecci dell’una e dell’altro – Associazione dei magistrati e Movimento grillino tornano alla mente, almeno per i più anziani o meno giovani lettori, le vicende interne della Dc, e anche del Psi, dei tempi peggiori, quando ci volevano le carte di navigazione e le macchine utili a decrittare i messaggi per capire, o cercare di capire, come andassero le cose al loro interno, spesso preparando nuove crisi di governo già all’indomani della soluzione dell’ultima. Ora è chiaro, condizionato com’è dai rapporti fra le correnti o aree del sindacato, ma soprattutto dal peso cresciuto dell’urticante Piercamillo Davigo anche all’interno del Consiglio Superiore della Magistratura, perché il presidente dell’Associazione Nazionale dei Magistrati Luca Poniz quando parla della prescrizione, come ha appena fatto in una intervista al Corriere della Sera, cade in continua contraddizione.

«Tutti sappiamo – ha detto, per esempio, Poniz convenendo con la posizione del ministro della Giustizia Alfonso Bonafede prima che questi aprisse a una soluzione più lunga, di due condanne esecutive necessarie per non conteggiare più i tempi di scadenza dei reati- che non c’è l’apocalisse alle porte perché la sospensione della prescrizione dopo la sentenza di primo grado vale solo per i reati commessi dal 1° gennaio 2020, per cui la nuova disciplina non avrà effetti concreti prima di qualche anno. C’è urgenza di intervenire ma anche tempo a disposizione». Sarebbero quindi “strepiti” inutili e isolati, come li ha definiti Il Fatto Quotidiano, gli allarmi lanciati da Matteo Renzi e la richiesta di sospendere la nuova disciplina della materia, entrata nel codice con la cosiddetta legge spazzacorrotti approvata dalla precedente maggioranza gialloverde, per contestualizzarla davvero con la riforma del processo penale.

Questo della contestualizzazione era, del resto, il progetto concordato fra grillini e leghisti, compromesso dagli stessi leghisti provocando la crisi di governo nella scorsa estate.

Eppure nella medesima intervista Poniz si è trovato d’accordo con «la gran parte dei procuratori generali e dei presidenti di Corte intervenuti alle inaugurazioni dell’anno giudiziario, nella parte in cui non contestano la finalità ma temono l’impatto» del blocco della prescrizione con la gestione della macchina della Giustizia, cioè dei processi. Se questa non è contraddizione, non saprei francamente come altro chiamarla. L’impatto non è cosa irrilevante, da mettere tra parentesi.

Quanto meno curiosa, infine, è la sostanziale diffida ripetuta al ministro della Giustizia e al Parlamento a introdurre «sanzioni disciplinari per i magistrati se non vengono rispettati i tempi contingentati dei processi» : ipotesi – ha detto testualmente Poniz – che «oltre che illusoria, è per noi irricevibile e offensiva». E come si potrebbero garantire diversamente i tempi “ragionevoli” del processo scritti nell’articolo 111 della Costituzione, una volta che non c’è più la prescrizione per tutelare non solo gli imputati, che non cessano di essere cittadini, ma una sana, direi decente amministrazione della Giustizia? Non credo che abbia torto, a questo punto, l’ex capogruppo al Senato e ora tesoriere del Pd Luigi Zanda, non lo scissionista Renzi, a dire – come ha fatto alla Stampa parlando anche della riduzione dei seggi parlamentari in via di ratifica referendaria- che «alla ricerca del consenso il Parlamento sta disimparando a legiferare: si fanno le leggi e delle conseguenze ci si lava le mani. Per inseguire i voti ha aggiunto Zanda – siamo caduti prigionieri dell’analfabetismo giuridico- parlamentare”.