Il barometro dei rapporti fra Pd e M5storna a segnare tempesta, dopo il voto sul caso Renzi di ieri, al Senato. La scelta dei dem di votare a favore del conflitto di attribuzione ha contribuito a mettere carburante in quella fetta non residuale del M5s che non vede di buon occhio l’asse con il Partito Democratico. Tensioni che vanno a sommarsi a quelle riguardanti il tira e molla vista nel week end sul campo largo. Ma non solo. Fra le fila Pd serpeggia un certo fastidio per un metodo comunicativo, quello del M5s, giudicato «poco fair». Il Movimento, è il ragionamento che viene fatto in ambienti dem, sta portando avanti una strategia di comunicazione tesa tutta a creare confusione e offrire assist a chi non vede l’ora di creare dei casi politici. L’ultimo episodio che viene citato è quello del fantomatico incontro a due fra Enrico Letta e Giuseppe Conte che, stando a quanto fatto trapelare domenica scorsa, avrebbe dovuto tenersi lunedì ma che, di fatto, non era stato mai programmato. Il risultato è stato che, già lunedì mattina, si rincorrevano le voci che parlavano di «vertice annullato» o «rinviato» e di «gelo» fra i due leader. A certificare questo nervosismo arrivano le parole del leader M5s,Giuseppe Conte che assicura di non voler entrare in un campo largo «annacquato» e rilancia le accuse mosse da alcuni esponenti di spicco dei Cinque Stelle ai dem sul voto riguardante l’inchiesta Open: «I politici devono difendersi nei processi e non dai processi» e «chi vuole lavorare con noi non può eludere queste questioni, deve assumersi queste responsabilità», dice Conte. Punti «non negoziabili», rincara l’ex presidente del consiglio: «Spetta agli altri fare chiarezza sulle proprie scelte di ieri e di domani. Possiamo discutere di tante cose, possiamo confrontarci per trovare nel dialogo tante soluzioni. Ma ci sono alcuni passaggi che non sono negoziabili, perché richiamano valori fondamentali del nostro essere in politica e del nostro modo di fare politica». Il Partito Democratico, sul tema della giustizia, segue da tempo una «linea improntata a rigore e responsabilità», spiegano dal Nazareno: idem supportano la riforma Cartabia che rappresenta «il punto di caduta più alto su tre dei cinque quesiti referendari». Sulla vicenda Renzi, poi, dal Nazareno viene sottolineato che si è scelto guardando «al merito e solo al merito» perché «non vogliamo entrare nella disputa fra giustizialisti e finti garantisti». Il segretario Enrico Letta ha già illustrato in direzione la ricetta dem per la giustizia: «le riforme più importanti sono quelle che sono in Parlamento sia quelle approvate già sia quelle ancora in discussione». Quindi, è il ragionamento, dei cinque referendum proposti da Lega e Radicali «tre hanno materie che stanno dentro la discussione parlamentare e noi pensiamo che le risposte arriveranno là, sugli altri due quesiti non riesco a non esprimere la netta contrarietà sia sulla custodia cautelare sia sulla Severino». E ha puntualizzato: «Si possono fare miglioramenti, ma non stravolgendo tutto». La principale fonte di preoccupazione dei dem, tuttavia, rimane la Lega. Dopo quanto si è visto in commissione affari sociali a inizio settimana, con i leghisti a votare contro il parere del governo sul dl Covid, il Pd stigmatizza la scarsa chiarezza del capo leghista, Matteo Salvini: «Per il capo della politica estera dell’Unione Europea, le sanzioni contro la Russia servono a bloccare lo shopping dei russi a Milano e i loro party a Saint Tropez. Siamo al ridicolo. O forse al tragico», scrive Salvini su Twitter, commentando la "scivolata" di Josep Borrell che aveva definito le sanzioni contro la Russia come uno stop allo shopping a Milano per i russi. «Il tweet di Borrell sulle sanzioni è infelice. Ma Salvini smetta di confondere le acque. La Lega sostiene le sanzioni Ue contro l’aggressività della Russia? Su questo non possono esserci ambiguità e sarebbe bene che il twittatore seriale Salvini ci facesse sapere come la pensa», scrive su Twitter Lia Quartapelle, responsabile Affari internazionali ed Europa nella segreteria del Pd. «È il momento di essere seri e responsabili», viene sottolineato dal Nazareno: «Nessuno vuole una guerra "boots on the ground", ma le sanzioni sono la prima via da percorrere». È per questo stato di incerteza interno alla maggioranza che Letta mira a "puntellare" l’azione del governo e la figura presidente del Consiglio, Mario Draghi, indicando tre priorità: delega fiscale, legge sulla concorrenza e appalti. Tre "pilastri" per avere accesso ai fondi del Pnrr.«Siamo impegnati perché l’approvazione parlamentare avvenga nel più breve tempo possibile perché questi temi sono la condizione per ottenere i fondi del Pnrr», ha spiegato Letta alla direzione nazionale riunita lunedì. Deve essere questo, per il segretario, l’obiettivo della maggioranza perché solo così si metterà al sicuro governo e legislatura, e sarà tutelata la figura del presidente del Consiglio, una risorsa di cui il Paese ha bisogno oggi e di cui potrebbe avere bisogno anche in futuro, specie se il risultato delle politiche 2023 non dovesse incoronare un vincitore certo.