Una volta può essere una coincidenza. Tre o quattro allusioni in pochi giorni, anzi in poche ore no. Salvini, considerato dai nemici politici un ducetto redivivo, fa il possibile per confermare l’allarme. Mentre la manovra del governo viene accerchiata dalle istituzioni finanziarie in patria e fuori si presenta al vertice di maggioranza in maglietta nera.

Cosa farete di fronte a questo coro di no?

«Noi tireremo diritto».

Esce qualche ora dopo, stavolta con la giacca della Marina, conferma e rincara.

Ci fermeremo?

«Chi si ferma è perduto».

Senza contare quello sprezzante «Me ne frego» che ha aperto la serie nera e che il duce aveva ripreso dagli Arditi della prima guerra mondiale e poi dai legionari fiumani di D’Annunzio.

Qui il copyright Benito è letterale, ma ci sono anche le allusioni appena meno esplicite. Lo spread falcidia i mercati? ' Ci sostengono 60 mln di italiani' e come si fa non sentire l’eco, peraltro infausta, di quegli «8 milioni di baionette» ? Ma ci sono anche evocazioni più sostanziali.

Quando il leghista allude alla possibilità di chiedere agli italiani di finanziare il debito acquistando titoli a condizioni agevo- late lo fa con toni che rinviano alle «inique sanzioni» all’ «autarchia», all’ «oro alla patria» molto più che all’espediente già utilizzato, con minor enfasi, da Renzi.

All’uomo forte del governo l’imbarazzante paragone con Benito Mussolini da Predappio, insomma, non solo non sembra dare alcun fastidio ma, al contrario, pare faccia il possibile per incentivarlo e giustificar- lo. In un certo senso si tratta di una novità assoluta.

In Italia si sa l’accusa di calcare le orme del “puzzone” viene dispensata con generosità massima. Ne sanno o sapevano qualcosa, tra gli altri, Amintore Fanfani, Bettino Craxi, Silvio Berlusconi e persino Matteo Renzi. Nessuno di loro, però, avrebbe mai ammesso e sottoscritto una somiglianza considerata a priori quanto di più sgradito e imbarazzante. Persino Arturo Michelini, segretario del msi neofascista negli anni ‘ 50 e ‘ 60, quando lo accusavano di vagheggiare il regime si schermiva: «Vi sembro Mussolini?». Per non parlare del diretto antenato del ruvido padano, Umberto Bossi, sul quale i sospetti di fascismo grandinavano e che rispondeva, avendo peraltro avuto davvero la tessera del Pci in tasca: «Fascista? Noi siamo gli eredi della lotta antifascista e partigiana».

Salvini no.

Lui civetta con l’addebito, occhieggia all’accusa, flirta con la cupa ombra. Forse esagera, forse si è un po’ montato la testa come è umano che capiti a chi in pochi anni passa da un consenso raso terra alle vette del 30% e passa predetto dai sondaggi. Ma forse, invece, sa quello che fa e scommette su una carta che col passare dei decenni è passata da maledetta a vincente. In campagna elettorale l’impronta antifascista è stata molto più marcata di quanto le circostanze meritassero.

I neri propriamente detti, quelli di Casapound e Forza Nuova, sono stati promossi a furor di propaganda a emergenza nazionale. Nidi di nostalgici sono stati scoperti e debitamente denunciati con gran squillar di trombe. Leggi speciali sono state proposte e invocato a gran voce l’uso di quelle già esistenti. Il risultato è stato palesemente controproducente. Anche peggio è andata a Macerata dove la mobilitazione antirazzista dopo l’attentato del febbraio scorso riempì le piazze di manifestanti di sinistra e le urne di voti per la Lega.

I partiti dichiaratamente neofascisti, o vicini alla destra estrema come FdI, in realtà restano all’angolo. Ciò su cui Salvini fa leva non è la nostalgia per il regime. Probabilmente sa, a differenza dei rivali, che in Italia c’è sicuramente una richiesta diffusa autoritaria, spaventata dall’immigrazione, spesso con tratti xenofobi ma non una richiesta di ritorno al fascismo o comunque a un regime.

C’è in compenso un’insofferenza ormai dilagante per una retorica dell’antifascismo ridotta spesso a puro veicolo di propaganda o di escamotage identitario. E’ su quella ormai diffusa ripulsa che Salvini conta per aumentare il proprio consenso.

Almeno stando ai test delle elezioni prima e poi dei primi mesi di governo, segnati da una campagna martellante e spesso surreale sul “nazismo” del governo gialloverde, certamente sì.

Ma la sfida vera per il leader leghista è lo scontro con l’Europa e con tutte le istituzioni finanziarie in atto. E qui, se il gioco si farà davvero duro come è possibile, l’appello alla “resistenza nazionale” non è affatto certo che funzioni altrettanto bene.

LUI CIVETTA CON L’ADDEBITO, OCCHIEGGIA ALL’ACCUSA, FLIRTA CON LA CUPA OMBRA. FORSE ESAGERA, MA SENZA NOSTALGIE PER IL REGIME. E FIN QUI LA SCOMMESSA È STATA VINCENTE