Una nuova crisi extraparlamentare, dopo quella che portò proprio Renzi a Palazzo Chigi. Una crisi in cui si è dimesso un governo che aveva appena avuto la fiducia in Senato. Un governo nato con consultazioni parallele, non essendosi Renzi mai presentato al Colle nelle vesti di segretario del Pd. E, alla fine, il neonato gabinetto Gentiloni nel quale - per non sconfessare il Giglio Magico - si dan le deleghe per l’Editoria e il Cipe ( leggi: potere sulle prossime nomine Eni, Enel etc) al Ministro dello Sport ( Luca Lotti). Se la natura delle cose « sta nel loro cominciamento» , come diceva Giovan Battista Vico, il governo Gentiloni nasce sotto un cielo stellato di anomalie.

La crisi- lampo è stata una crisi extraparlamentare, ed è questo che ha davvero fatto spirare un’aria da Prima Repubblica, epoca in cui i governi nascevano e morivano nelle segrete stanze di Piazza del Gesù. Una crisi extraparlamentare, ovvero che non si è svolta nella sede nella quale istituzionalmente si 'regge' un governo, grazie al voto di fiducia: nata per giunta dalle dimissioni di un presidente del Consiglio, Renzi, che quella fiducia dopo le sue dimissioni proclamate a telecamere unificate l’aveva appena ottenuta, in Senato, sulla legge di bilancio. Lo stesso governo Renzi del resto era il primo della Seconda Repubblica ad esser sorto da una crisi extraparlamentare: Napolitano - come ha ricordato anche recentemente - si limitò a prendere atto che il partito di maggioranza ( relativa) aveva cambiato cavallo in corsa, e la sostituzione di Enrico Letta con Matteo Renzi arrivò per ratifica presidenziale di una semplice decisione della direzione nazionale del Pd. Ma se nel 2013 Letta non chiese a Napolitano di verificare quella decisione andando alla conta in Parlamento ( come invece fece Prodi nel 2008) per non spaccare il Pd, stavolta la velocità è stata da salto nell’iperspazio.

Nessuna decisione è stata presa nemmeno da un organismo di partito, le dimissioni del presidente del Consiglio sono avvenute anzitutto in diretta televisiva, e il primo voto parlamentare è stato quello di ieri, per il varo del gabinetto Gentiloni. La direzione del Pd, poi, stavolta è durata il tempo di un caffé: Renzi voleva evitare che si discutesse del referendum nel quale era stato appena sconfitto.

Il Partito Democratico è stato successivamente lanciato dal segretario ed ex premier a rotta di collo verso congresso e primarie, che Renzi concepisce come lavacro plebiscitario della sconfitta referendaria, la via per tornare a Palazzo Chigi in carrozza: ogni discussione politica è avvenuta a mezzo stampa, non nelle sedi di partito. Metodo usato anche per la soluzione della crisi: una delle meno raccontate, sui media, dell’intera storia repubblicana.

Due i colloqui rimasti in un cono d’ombra: quello di circa 50 minuti di Mattarella e Renzi, al momento delle formali dimissioni al Colle, e quello di un’ora tra lo stesso Renzi e Franceschini a Palazzo Chigi. Il primo è stato l’unico vero faccia a faccia tra il capo dello Stato e il capo del governo uscente: con la motivazione dell’atto di cortesia, Renzi non ha accompagnato, da segretario del Pd, i capi dei gruppi di Camera e Senato al Colle, e dunque è in quel colloquio che Mattarella deve averlo persuaso che andare a elezioni subito era impossibile, e che se non accettava il reincarico ( nel suo caso, quasi di prassi) doveva garantire il sostegno al capo di governo scelto dal presidente della Repubblica. Poi però Renzi ha provveduto a far circolare il nome del futuro premier a lui gradito ricevendo due volte nello stesso giorno Paolo Gentiloni: non sappiamo se il Quirinale ne fosse al corrente, ma le ' consultazioni parallele' di Renzi han suscitato se non disappunto perlomeno stupore. Se non altro perché era evidente cosa stesse facendo l’ex premier: contrapporre se stesso - tornato alle origini leopoldine, veloce, irriverente e decisionista- ai farraginosi riti che della democrazia ( parlamentare) sono invece sostanza.

Infine, quando si è trattato di andare al Colle con la lista dei ministri da proporre a Mattarella, Gentiloni ha dovuto spostare l’orario fino alle 17,30: prima, c’era la direzione del Pd. E di lì, mentre altrove si cercava di dare un governo al Paese, Renzi informava in diretta streaming che occorre considerare comunque « le elezioni come imminenti » . Anche qui, lo spostamento d’orario è stato motivato come un atto di cortesia: ma è più che lecito supporre che il premier non ancora in carica dovesse discutere con quello uscente composizione del governo, e soprattutto ruolo dei renziani, a cominciare da Boschi e Lotti.

Sempre a Palazzo Chigi si è svolto l’incontro politico chiave per il via libera a Gentiloni, quello tra Renzi e Franceschini. Per quanto si possa considerare quest’ultimo durante la crisi nel ruolo di ufficiale di collegamento tra governo e Colle, è Franceschini che ha sbloccato la crisi di governo: senza quella trentina e passa di parlamentari che ormai fan capo al ministro dei Beni culturali non se ne sarebbe potuto far nulla.

Anomalia delle anomalie, quello di Gentiloni sarebbe un governo a scadenza limitata ( come uno yogurt, s’è detto). Fosse stato per Renzi, non sarebbe neppure nato. Ma forse proprio per questo potrebbe arrivare sin sulla soglia della scadenza di legislatura: a furia di non preoccuparsi di regole, riti e liturgie, e anzi di picconarle, si finisce per far sì che anche gli altri imparino ad usarle come un elastico, a propria convenienza. L’anomalia nelle istituzioni genera prassi, e questa può essere riutilizzata.

ANTONELLA RAMPINO