E' morto Nuccio Ciconte. Forse molti di voi non sanno chi era Nuccio Ciconte ma io che lo ho conosciuto vi posso garantire che era un giornalista di razza. Non ce ne sono mica tanti in giro.

Era uno di quegli esemplari ormai molto rari di giornalista, che sono al tempo stesso lavoratori e intellettuali, e che considerano il giornalismo non una mazzafionda, o un titolo d’onore, o una casta, ma - se per una volta mi consentite un termine un po’ retorico - lo immaginano come una specie di vocazione. E pensano che fare il giornalista voglia dire adoperarsi per informare, per far conoscere, per aumentare il livello della cultura e la limpidezza dello spirito pubblico. Nuccio, anche se ha vissuto al “Fatto Quotidiano” gli ultimi anni della professione, non ha mai amato la faziosità. Gli piaceva l’odore della battaglia politica, questo sì, ma - per quel che ne so io non conosceva l’odio, l’accanimento, la gioia del randello.

Aveva 68 anni. Lo ho conosciuto 43 anni fa, quando prima io e una settimana dopo lui, siamo entrati all’Unità di Roma. Eravamo ragazzini, più o meno studenti. Di sfuggita lo avevo già incontrato qualche volta nei “corridoi” della politica. Lui ed io eravamo militanti del Pci. E lui, prima di venire all’Unità, era stato un dirigente dei giovani comunisti di Torino e poi aveva fatto il redattore per qualche anno al settimanale della federazione giovanile, che si chiamava “Nuova Generazione”, con Lucio Caracciolo, Federico Rampini, Paolo Soldini e tanti altri.

Abbiamo lavorato gomito a gomito per trent’anni. Prima in cronaca di Roma, a occuparci di nera, o a seguire il consiglio comunale. Poi lui si dedicò soprattutto agli esteri, io alla politica italiana. Nei primi anni ottanta fu mandato a fare il corrispondente a Cuba. L’Unità stava vivendo un periodo complicato e molto affascinante. Emergeva una generazione giovane, quella nata negli anni cinquanta, che non concepiva più il giornalismo come una forma speciale di militanza politica. La generazione precedente, quella che aveva fatto la Resistenza, considerava la militanza comunista la vera identità, e il giornalismo un accidente. Noi pensavamo esattamente il contrario, e con noi l’Unità stava cambiando pelle. Così, quando Nuccio andò a Cuba, il partito si aspettava di avere come al solito un suo funzionario alla corte di Castro. Nuccio invece vedeva, osservava, ragionava, studiava. E poi scriveva articoli di critica. I comunisti cubani non se ne facevano una ragione. I castristi italiani nemmeno., Alla fine intervenne il partito, anzi intervenne personalmente uno dei mostri sacri del Pci, Giancarlo Pajetta, e chiese al direttore dell’Unità di richiamare Nuccio in Italia.

Fu mandato a fare il redattore degli esteri. Più o meno in punizione. Lui fece quello che sapeva fare: lavorare sodo. E in un paio d’anni tornò in pista: diventò il capo degli esteri In quegli anni io facevo il caporedattore. Si alternarono vari direttori (Macaluso, Chiaromonte, D’Alema, Foa, e poi Veltroni). Nuccio ed io lavoravamo insieme tutti i giorni. Anche perché gli esteri, in quegli anni, avevano sui giornali un peso enorme. Poi, dopo il '92 iniziò la dittatura della cronaca giudiziaria, e gli esteri quasi scomparvero.

Mi ricordo di quella sera che Nuccio venne nella mia stanza, verso le sette, e mi propose di aprire il giornale su una notizia che aveva scovato non so dove. Pare che a piazza Tienanmen, a Pechino, fosse in corso da diversi giorni una manifestazione di giovani contro la dittatura. Era il maggio del 1989. A me l’idea piacque. E disegnammo la prima pagina con questa apertura molto originale. Mentre stavamo lì a scarabocchiare, entrò D’Alema, il direttore, e ci chiese come pensavamo di fare la prima pagina. Lui faceva così: faceva finta di lasciarci fare il giornale a noi, poi in realtà un po’ si fidava ma molto lo decideva lui. Gli risposi che avevamo pensato di aprire con Tienanmen. Ci guardò stupito. Poi ci chiese: «Quanti sono questi studenti in piazza?». Gli dissi che erano 10 mila. Lui, con la sua solita aria adorabile e arrogante, che a me è sempre piaciuta, commentò con un’altra domanda acidina. Chiese: «10.000 su un miliardo e mezzo di cinesi?». Nuccio gli rispose di si, 10 mila su un miliardo e mezzo, però non era mai successo, dal 1948, che diecimila cinesi scendessero in piazza. D’Alema sorrise, apprezzò la battuta e ci consegnò quell’assenso senza assenso che al lui piaceva molto. Disse: «I giornalisti siete voi, mi fido».

Il giorno dopo da Botteghe Oscure bombardarono. Erano furiosi. Solo l’Unità aveva questa notizia dalla Cina. Dove l’avevamo presa? L’avevamo inventata? L’avevamo gonfiata? L’ambasciata aveva protestato, il partito era furioso. Devo dire che D’Alema non ci scaricò. Tenne botta. Nemmeno ci rimproverò. E il giorno dopo tutti i giornali avevano Tienanmen in prima pagina. Nuccio ci aveva visto bene. Gli capitava spesso. Potrei raccontarvi tanti altri episodi. La guerra in Irak, e poi quando andò a Sarajevo a fare l’inviato durante l’assedio, e dirvi di Nuccio sindacalista che gestì la crisi drammatica dell’Unità del 2000, quando il giornale restò chiuso per sei mesi.

Non c’è spazio. Di lui ricordo con certezza due cose: se ti portava una notizia ti diceva esattamente cosa era successo, senza enfatizzare e senza improvvisare. E l’altra sua capacità era quella di mediare sempre, anche sul piano umano, e di appianare i conflitti.

Io andai via dall’Unità nel 2004, lui restò ancora tre o quattr’anni. Mi pare che alla fine era diventato caporedattore centrale. E quando Padellaro se ne andò, in rotta con l’editore, e fondò il Fatto, lui lo seguì. Nuccio è stato uno dei quattro o cinque giornalisti che hanno partecipato alla fondazione del Fatto, e Padellaro mi racconta che la sua esperienza e il suo sangue freddo furono decisivi nel far partire quella avventura.

Magari chi segue questo giornale avrà intuito che a me “Il Fatto” non è mai piaciuto molto. Però con Nuccio, seppure raramente, continuavamo a sentirci. Parlavamo di politica, di giornalismo, parlavamo di tutto, credo che avessimo un grande rispetto reciproco delle nostre scelte giornalistiche e politiche così distanti.

Mi mancherà parecchio. Credo che mancherà a tutti quelli che lo hanno conosciuto bene. Mi mancherà la sua ironia, l’immagine che avevo di lui, uomo forte e fragilino, mi mancherà la sua generosità illimitata, mi mancherà il suo accento calabrese, di Catanzaro, che non aveva mai perduto.