GIAN MARIA FARA*

La sensazione maturata nel corso di questi ultimi anni è quella di assistere ad una generale e ben organizzata fuga di massa dalla realtà e dalla possibilità di organizzare, di programmare, di progettare. Ci siamo beati nella comoda condizione di consumatori del presente, senza fare gli sforzi che la costruzione del futuro richiede.

Di fronte ad eventi predeterminati, che non abbiamo oggi la possibilità di conoscere e quindi di governare, la nostra risposta non potrà che essere quella di prepararci ed essere pronti a reagire per controllare e limitare gli eventuali, possibili danni. Se, invece, riteniamo che questi eventi del nostro domani possano essere pensati oggi attraverso la nostra capacità di scelta, la nostra prudenza e lungimiranza essi diverranno uno strumento attraverso il quale ridurre le possibilità del caso. Siamo in fuga dalla realtà, condannati a un eterno presente

La sensazione maturata nel corso di questi ultimi anni è quella di assistere ad una generale e ben organizzata fuga di massa dalla realtà e dalla possibilità di organizzare, di programmare, di progettare. Ci siamo beati nella comoda condizione di consumatori del presente, senza fare gli sforzi che la costruzione del futuro richiede.

Si è operato affidandosi esclusivamente al presente, al giorno per giorno, con risposte parziali, spesso improvvisate, con misure utili al massimo a tamponare qualche falla. Il nostro ormai è un Paese incardinato sul presente e il “presentismo” è diventato la nostra filosofia di vita.

Si è praticata a livello istituzionale l’arte del rattoppo quotidiano che ha trasformato l’Italia in un povero Arlecchino che col suo costume multicolore sollecita il sorriso e la compassione allo stesso tempo, ma che non genera fiducia e stima in chi governa le Istituzioni.

Di fronte e come risposta alla complessità si è affermata quella cultura dello spot e dello slogan della quale sono lastricati i pavimenti degli studios dei talk show che hanno tritato, sminuzzato la politica e trasformato i politici in penose macchiette capaci di liquidare in poche battute problemi epocali.

L’essere è stato sacrificato all’apparire, il futuro al presente, la cultura ai quiz e per anni ci siamo cullati nell’idea di vivere nel migliore dei mondi possibili.

Miracoli della televisione, peccato mortale degli spettatori.

Abbiamo celebrato il presente senza capire che, considerata la velocità dei processi che attraversano la nostra vita e le società evolute, esso è già passato e assume un senso solo se riusciamo ad utilizzarlo per organizzare il futuro.

Il futuro è quella parte di tempo che comprende tutti gli eventi che devono accadere. Questi eventi possono essere concepiti come predeterminati sebbene siano sconosciuti o come una indefinita potenzialità non predeterminata e soggetta al caso, alla libera scelta, alla decisione statica o all’intervento divino, per coloro che credono. O ancora, e questo vale sia per i soggetti sia per le Istituzioni, come la risultante di azioni mirate al raggiungimento di un obiettivo.

Di fronte ad eventi predeterminati, che non abbiamo oggi la possibilità di conoscere e quindi di governare, la nostra risposta non potrà che essere quella di prepararci ed essere pronti a reagire per controllare e limitare gli eventuali, possibili danni. La cifra specifica del nostro agire, insomma, sarà la strategia di reazione agli eventi.

Se, invece, riteniamo che questi eventi del nostro domani possano essere pensati oggi attraverso la nostra capacità di scelta, la nostra prudenza e lungimiranza essi diverranno uno strumento attraverso il quale ridurre le possibilità del caso. Saremo capaci, tutti noi cittadini, di passare dalla re- azione alla pro- azione?

Già oggi noi sappiamo con ragionevole certezza quali potranno essere i risultati delle nostre decisioni. Purtroppo, però, tendiamo – in ossequio al presente e alla contingenza – a privilegiare un possibile vantaggio immediato rispetto ad uno certo, ma futuro.

Il sistema politico, istituzionale, mass- mediale ci ha diseducati e programmati per il presente non per il futuro. Il presente non è esigente, basta viverlo così com’è, adeguandosi, cercando di trarne il maggior vantaggio possibile.

Il futuro, o meglio la costruzione del futuro è faticosa, impegnativa, richiede applicazione e capacità di immaginare e di progettare. Il presente è dei consumatori di tempo e di se stessi, il futuro è dei cittadini, di chi vorrebbe costruire un mondo migliore. Purtroppo, noi siamo interessanti soprattutto come consumatori piuttosto che come cittadini e ciascuno di noi sembra aver accettato come gradevole e ineluttabile questo destino.

Si dirà che è già difficile gestire il presente già così denso di difficoltà e di ostacoli, figurarsi immaginare e preordinare il futuro, il tempo che ancora non c’è. Eppure, le cose sono meno complicate di quanto non si possa credere.

Basterebbe riscoprire i vantaggi del “pensiero semplice” e tornare a ragionare sull’elementarmente umano, sull’elementarmente ragionevole o più modestamente col vecchio, sano buonsenso, il cosiddetto “senso comune”, del quale in Italia da molto tempo sembrano essersi perse le tracce. Dovremmo avere l’umiltà intellettuale di riconoscere un ruolo “alto” al buon senso, facendone il sale della conoscenza.

Facciamo qualche esempio.

Se curiamo e proteggiamo il nostro territorio avremo la ragionevole certezza di poter evitare in futuro frane, incendi, allagamenti. Ci risparmieremo costosi interventi domani, ma soprattutto lutti e dolori.

Se dedichiamo le giuste risorse alla ricerca, alla formazione e all’istruzione dei nostri figli, potremo domani contare su una classe dirigente preparata ed essere avvantaggiati culturalmente ed economicamente nella competizione internazionale.

Se praticassimo una corretta e puntuale manutenzione dei nostri edifici scolastici, non metteremmo a rischio i nostri ragazzi e gli stessi insegnanti e non dovremmo piangerci sopra, come pure è avvenuto.

Se favorissimo l’accesso al mondo del lavoro di un numero maggiore di donne, ne riceveremmo un enorme vantaggio in termini economici e sociali.

Se investissimo oggi qualche piccola risorsa per favorire l’integrazione dei nostri immigrati o se, a costo zero, concedessimo la cittadinanza ai figli degli immigrati nati in Italia, costruiremmo una società più coesa e solidale.

Tutto questo può accadere oggi, ma è già un lavorare per il futuro. Deve essere ben chiaro alla coscienza individuale e collettiva che è con le nostre scelte di oggi che ipotechiamo pezzi di futuro.

Ebbene, nonostante questa evidenza, lineare e semplice, noi italiani perseveriamo nei nostri comportamenti e nei nostri egoismi cercando di sfuggire alle nostre responsabilità. È un male antico, che già il Leopardi lucidamente individuò e analizzò, ma che dobbiamo avere voglia di curare. Oggi, non domani.

Il problema vero è che siamo diventati ormai completamente autoreferenziali, incapaci di proiettare le nostre azioni nel tempo.

Così agendo abbiamo perso parte della nostra umanità e, si potrebbe tranquillamente affermare, della nostra intelligenza.

* Presidente Eurispes