Patrizio Gonnella, presidente dell’Associazione Antigone, i detenuti hanno superato quota 63mila. La ricetta del ministro Nordio comprende la costruzione di nuove carceri, misure alternative per i tossicodipendenti e infine un intervento sulla custodia cautelare: come considera questi rimedi rispetto al problema complessivo?

Quella del ministro Nordio non è una ricetta, sono parole che non si sono mai tradotte in fatti, tant’è che il disegno di legge non si è mai incardinato nella discussione parlamentare. Quella dell'edilizia penitenziaria è sempre la solita ricetta legata all'aumento della capienza. Ma questa è sempre stata una ricetta fallimentare, un mix di inefficienza, di lentezza, di corruzione, di scarsa qualità progettuale e architettonica. Inoltre, il numero dei posti letto non andrà mai a compensare il tasso di crescita della popolazione detenuta. Non ci sono poi risorse per l'assunzione del personale che dovrebbe gestire questi luoghi e fa veramente accapponare la pelle la parola “container” quando ci si riferisce alla gestione di un sistema penitenziario che dovrebbe assicurare opportunità e diritti. È una parola in antinomia alla funzione costituzionale della pena. Infine la norma sulle tossicodipendenze è poca roba. Penso che se non si ha il coraggio di tornare alla madre dei problemi, cioè al codice penale e alle leggi criminogene, ben poco si potrà fare. Se non si interviene sulla legge, sulle tossicodipendenze a monte, perde di senso intervenire a valle, quando il problema si è già posto. Bisogna avere il coraggio di depenalizzare.

Quanto incide realmente il numero di detenuti in attesa di giudizio ( 14,42%) rispetto al totale della popolazione carceraria? Ridurla può migliorare le condizioni del sistema penitenziario o rischia di essere solo una misura simbolica?

È sicuramente vero che rispetto a qualche anno fa c'è un peso minore della custodia cautelare sul totale della popolazione detenuta, ma è un peso ancora rilevante rispetto al quale, se si facessero politiche dirette a diversificare ulteriormente le misure cautelari puntando su quelle meno restrittive, andremmo a migliorare la vita delle persone e la qualità della vita all'interno delle carceri. I peggiori luoghi nel sistema penitenziario italiano sono le circondariali delle aree metropolitane, dove vengono recluse le persone appena arrestate. E se fra queste ci sono giovani, ragazzini, alla prima carcerazione, non con una storia deviante alle spalle, quelle modalità di carcerazione in quei luoghi fanno sì che quelle persone rischino una carriera deviante inaspettata. Perché le carceri sono ricettacoli di devianza, sono fabbriche di criminalità, le stesse parole che usava Turati nel 1904. È chiaro, quindi, che quei luoghi dovrebbero essere luoghi risanati. Le sezioni “nuovi giunti” dovrebbero essere spazi di accoglienza e orientamento, invece sono le peggiori: basti pensare al famigerato settimo reparto di Regina Coeli. Così il sistema diventa esplosivo e criminogeno.

Le proposte di liberazione anticipata allargata, sostenute da accademici, magistrati e avvocati, sono state ignorate: perché secondo lei c’è questa resistenza politica?

Perché oggi domina una logica securitaria e demagogica: conta solo il consenso immediato, non la ragionevolezza a medio termine né i principi costituzionali. Questo è particolarmente evidente con questo governo e lo si vede in ciascuno dei provvedimenti che prende, ma anche nel linguaggio usato. Il linguaggio è sostanza, non è solo forma. Quando si dice che i detenuti non devono respirare o che devono marcire in galera, non è solamente l'espressione, chiamiamola così, un po’ truce del politico di turno, è un messaggio politico che poi qualcuno dovrà tradurre in realtà. Di fronte a quel messaggio, ogni politica che è diretta a umanizzare, decongestionare, innovare, modernizzare diventa una politica inattuabile. Ma questo purtroppo non è solo il frutto di questi tempi. Anche in altri tempi, tempi dove il linguaggio non era truce, dove c'erano state speranze di innovazione, le innovazioni non sono arrivate. Penso alla commissione Ruotolo sul regolamento penitenziario mai attuata dal governo Draghi, o alla legge delega Orlando che produsse decreti svuotati dalla paura del voto.

Quali riforme “immediate” ritiene indispensabili per affrontare oggi l’emergenza?

Difficile rispondere. La madre di tutte le riforme è quella del codice penale, ma non è immediata: la attendiamo dal 1930. Intanto, la prima vera riforma sarebbe smettere di fare nuove leggi penali: le carceri non si riempiono per calamità naturali, ma per scelte legislative. Un passo decisivo sarebbe un provvedimento di clemenza: indulto e amnistia potrebbero ridurre i detenuti da 63mila a 45mila, creando lo spazio per innovare davvero. Non servono nuove commissioni: il miglior pensiero penologico degli ultimi vent’anni ha già scritto tutto, dal potenziamento delle misure alternative alla digitalizzazione, dall’aumento del personale al miglioramento delle condizioni di vita.

Nordio sostiene che il sovraffollamento non causa i suicidi. Come risponde e quali strumenti concreti si potrebbero attivare subito per prevenirli?

È una banalizzazione. Non c’è un rapporto causa- effetto diretto, ma i dati parlano: dove c’è più sovraffollamento ci sono più suicidi. Nelle carceri italiane ci si ammazza 25 volte più che fuori, con un tasso quasi doppio rispetto alla media europea. Non è solamente un problema dei singoli casi individuali di disperazione, che pur saranno tali. Sovraffollamento significa meno psicologi, educatori, assistenti sociali. I detenuti diventano numeri anonimi, e il disagio resta irrisolto. Bisognerebbe intervenire subito nella fase iniziale e finale della carcerazione: accoglienza nei “nuovi giunti” e percorsi di reinserimento prima della liberazione.

Perché in Italia sembra prevalere la logica del “law and order”, anche quando i dati dimostrano l’inefficacia di pene più dure?

Non è solo un problema italiano: parte dagli anni Novanta, con la “Zero tolerance” di Giuliani. È un macigno irrazionale, nato dalla perdita dello spirito solidale delle democrazie. Non si può trasformare il carcere nell’ultima frontiera del welfare né ogni disagio sociale in reato: pensiamo al ritorno di norme sul vagabondaggio: è scandaloso che si incida penalmente e si ritorni all'Inghilterra del Settecento, alle pre- democrazia. Per cambiare serve coraggio politico: trasformare questioni penali in questioni sociali e costruire una grande alleanza costituzionale tra avvocati, magistrati, universitari, associazioni e attivisti, capace di parlare alla vasta zona grigia dell’elettorato.

Come si può restituire centralità al principio costituzionale della funzione rieducativa della pena, oggi spesso accantonato?

Bisogna lavorare con le nuove generazioni: i ragazzi sono più permeabili a idee razionali e potranno diventare cittadini attivi e sensibili a questi temi. Con Susanna Marietti abbiamo scritto Il carcere spiegato ai ragazzi proprio per questo: portare la cultura costituzionale nelle scuole, mostrare che la funzione rieducativa della pena è una garanzia per tutti, oltre che una garanzia di sicurezza.