IL CASO SALA

Il licenziamento del direttore d’orchestra Valery Gergiev, cacciato dalla Scala in quanto non si sarebbe dissociato da Vladimir Putin è una triste pagina della nostra vita culturale. E la disinvoltura con cui il Sindaco Beppe Sala ha annunciato la fine della collaborazione con il maestro russo un capolavoro di ipocrisia benpensante: «Non gli ho chiesto un’abiura, ma soltanto di prendere le distanze dalla guerra», spiega il felpato primo cittadino di Milano giocando a briscola con le parole. Sala e il sovrintendente Dominique Meyer chiedevano in sostanza a Gergiev di sottoscrivere una lettera preconfezionata in cui si auspicava «una soluzione pacifica del conflitto». E non avendo ricevuto risposta gli hanno dato il benservito. Un’operazione farlocca, in perfetto stile “saliano”, concepita per tutelare il buon nome della Scala e per poter consumare l’aperitivo con la coscienza tranquilla. Roba da operetta. Ma a cosa ( e a chi) serve la pubblica dissociazione di un artista dalle scelte suo governo se non a umiliarlo? Si ribatte che molti vip russi, soprattutto sportivi, hanno criticato l’invasione dell’Ucraina, omettendo di dire che quasi tutti vivono all’estero e non rischiano grandi ritorsioni. Pare invece che Gergiev sia vicino all’entourage di Putin. Non sappiamo quanto questo sia vero e quanto il direttore d’orchestra sia organico alla cerchia del Cremlino. Di certo non ha alcuna responsabilità per i bombardamenti delle forze armate russe sulle città ucraine. Eppoi: ammettendo che non sia personalmente favorevole a questa sciagurata guerra, avrebbe mai la libertà di poterlo affermare senza subirne le conseguenze? Se è facile fare i moralisti con le terga altrui, pretenderlo è un metodo decisamente schifoso.

Visto che Gergiev non ha mai rilasciato nessuna dichiarazione sulla crisi attuale, non è stato accusato di un reato di opinione come scrivono alcuni. Qui siamo oltre, e cioè al reato di “non opinione”: chi tace acconsente, chi tace è complice. E invece chi tace sta zitto. Che poi la facoltà di non rispondere è uno dei diritti fondamentali delle persone sospettate. Il piccolo tribunale meneghino che lo ha licenziato in tronco questo dovrebbe saperlo.