L’INCONTRO FRA LA MINISTRA E I DIRIGENTI PANNELLIANI

La giustizia penale internazionale può essere promossa dall’Italia senza una specifica articolazione ordinamentale interna? Evidentemente no. Lo sapeva bene Marco Pannella, quando preconizzò la Corte penale internazionale. Lo sanno anche i suoi eredi del Partito radicale di oggi che, già a fine febbraio, avevano chiesto al governo di attivare tutte le procedure necessarie perché Roma potesse perseguire i «crimini contro la pace». Ma è la stessa guardasigilli Marta Cartabia a comprendere come sia impercorribile, con gli strumenti giuridici attuali, un’azione contro le autorità russe protagoniste dell’invasione in Ucraina. La ministra ha recepito le sollecitazioni rivolte dai radicali, rinnovate nell’incontro svoltosi due giorni fa a via Arenula, e ha assicurato di voler assumere un’iniziativa: istituirà a breve una «Commissione ministeriale per l’elaborazione di un codice per i crimini internazionali. Sarà così data piena attuazione», ha spiegato, «allo Statuto di Roma del 1998». Si tratta di creare nuove procedure. È chiaro che il passaggio successivo, l’incriminazione, sarà tutt’altro che immediato. Ma la scelta della guardasigilli è stata accolta positivamente dalla delegazione radicale presente giovedì all’incontro: c’erano il segretario Maurizio Turco, la tesoriera Irene Testa, il presidente d’onore Giulio Terzi di Sant’Agata e l’avvocato Ezechia Paolo Reale. «Abbiamo appreso che il ministero sta lavorando in quella direzione», hanno i dichiarato i vertici di via Torre Argentina, «è una buona notizia per l’attuazione concreta, all’interno del nostro ordinamento, di quel primo segmento di giurisdizione internazionale rappresentato dalla Corte penale internazionale, fortemente voluto da Marco Pannella».

Nella lettera inviata due settimane fa alla ministra, i dirigenti del Partito radicale avevano riassunto i limiti dell’attuale quadro giuridico: «I responsabili dell’aggressione dell’Ucraina non potranno essere portati al giudizio della Corte penale internazionale perché né la Russia né l’Ucraina hanno ratificato lo Statuto di Roma. E il deferimento della questione alla Corte da parte del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite», avevano osservato. «è evidentemente non realistico dato, a tacer d’altro, il potere di veto concesso alla Russia e alla Cina. Ciò però non significa che essi non possano essere chiamati a rispondere delle loro azioni avanti le giurisdizioni nazionali, e con le regole proprie di tali giurisdizioni». In particolare, hanno scritto Turco, Testa, Terzi e Reale, «l’Italia riconosce e regola la propria giurisdizione universale sui crimini più gravi prevedendo, all’articolo 7 del suo codice penale, la punizione anche dello straniero che commette in territorio estero ogni reato per il quale le convenzioni internazionali, qual è lo Statuto di Roma, stabiliscono l’applicabilità della legge penale italiana». Oltre a ricordare altri aspetti legati ai reati politici, il Partito radicale aveva chiesto alla ministra Cartabia «l’avvio di un’attenta istruttoria sui crimini contro la pace perpetrati in Ucraina» al fine di adottare le eventuali richieste di procedimento nei confronti dei responsabili «e di adempiere all’obbligazione di esercitare la giurisdizione universale sugli autori di quelli che sempre il Preambolo dello Statuto di Roma, e lo stesso Statuto al suo articolo 5, definiscono i “crimini più gravi, motivo di allarme per l’intera comunità internazionale” ».

RIUNIONE DELLA DUMA, PARLAMENTO RUSSO, LA CUI COMMISSIONE LEGISLATIVA HA DISCUSSO NEI GIORNI SCORSI UNA NORMA CHE DÀ AL GOVERNO IL POTERE DI SCHEDARE I GIORNALISTI STRANIERI “SGRADITI” DI TUTTI IL MONDO