Nell'immaginario contemporaneo Kim Kardashian è un'influencer globale, una socialite planetaria con centinaia di milioni di follower, proprietaria di un impero miliardario che include linee di cosmetici, capi di abbigliamento intimo e profumi.

Dietro questa immagine da icona pop, però, si cela un impegno sorprendente nel campo della giustizia penale americana. Qui Kardashian ha costruito una seconda identità, quella della studentessa di legge e attivista che denuncia la ferocia e la disumanità del sistema penale americano.

Da anni Kardashian collabora con avvocati e associazioni legali, utilizzando la propria visibilità per portare casi individuali all’attenzione delle istituzioni e dei media.

Uno dei simboli di questa battaglia è Chris Young, un trentenne del Tennessee condannato a due ergastoli per reati di droga ma non violenti. Una condanna imposta dalla regola dei three strikes laws, le leggi federali che hanno inchiodato migliaia di detenuti a pene automatiche e fuori scala. La sua vicenda è arrivata all’attenzione di Kardashian, che insieme all’avvocata Brittany Barnett e a una rete di associazioni ha fatto pressione politica fino a ottenere, nel gennaio 2021, la commutazione della pena dopo 11 anni trascorsi dietro le sbarre.

Dal palco del Teatro Goldoni di Venezia è stato proprio Young a consegnarle il Diane von Furstenberg Leadership Award, premio dedicato ogni anno a donne che hanno messo la propria influenza al servizio di cause sociali. Young ha annunciato per il 2026 l’uscita del suo libro autobiografico La ferita è dove entra la luce, mentre Kardashian, nel suo intervento, ha ricordato che «il carcere non può essere la fine di una vita», frase che riassume l’essenza delle sue battaglie.

Nel 2018 aveva abbracciato la causa di Alice Marie Johnson, una donna afroamericana condannata all’ergastolo sempre per traffico di droga. Johnson aveva già passato più di vent’anni dietro le sbarre quando Kardashian portò la sua vicenda addirittura nello Studio Ovale, ottenendo da Donald Trump la grazia presidenziale (impresa tutt’altro che facile). Quella liberazione non solo restituì a Johnson la possibilità di vivere fuori dal carcere, ma segnò anche la svolta pubblica di Kardashian: da star televisiva a figura impegnata in un terreno che richiede competenza, costanza e capacità di pressione politica.

Negli anni successivi sono arrivati altri interventi. La campagna 90 Days to Freedom, finanziata e sostenuta direttamente da Kardashian, ha portato alla scarcerazione di diciassette detenuti condannati all’ergastolo per reati non violenti. Nel 2023 si è occupata del caso di Dawn Jackson, imprigionata da tre decenni in New Jersey per l’omicidio del nonno acquisito, responsabile di abusi sessuali ai suoi danni. La commutazione della pena è stata letta come un riconoscimento tardivo del contesto di violenza che aveva segnato la sua vita. In parallelo Kardashian ha prodotto il podcast The System: The Case of Kevin Keith, otto episodi che ripercorrono una condanna controversa in Ohio, interrogando pubblicamente il malfunzionamento del sistema giudiziario. Queste storie hanno un tratto comune: Kardashian non si è limitata a prestare il volto a campagne ideali, ma ha scelto di legare il proprio nome a vicende precise, con persone in carne e ossa.

Ha messo a disposizione avvocati, denaro, e tutta la forza della sua notorietà. E per rendere ancora più credibile il suo impegno ha intrapreso un percorso personale inedito: il Law Office Study Program in California, che consente di prepararsi all’esame di avvocato senza frequentare l’università tradizionale. Dopo aver superato il cosiddetto baby bar, nel 2025 ha completato la formazione necessaria per presentarsi all’esame da avvocato.

Nata a Los Angeles nel 1980, è figlia di Robert Kardashian, un autentico principe del foro divenuto celebre come membro della difesa di O. J. Simpson nel processo più seguito d’America negli anni Novanta. Prima ancora di quella ribalta, Robert aveva costruito una solida reputazione professionale nella comunità armena di Los Angeles, unita a una discrezione che lo distingueva dall’esuberanza della figlia. Morì nel 2003, a soli 59 anni, lasciando in Kim un vuoto profondo e una memoria che spesso lei stessa ha ricordato come la radice del suo impegno giuridico.

Il legame con il padre non è solo un vincolo affettivo. Robert Kardashian era noto per la sua integrità e per il rispetto quasi sacrale della legge, qualità che la figlia evoca ogni volta che parla dei suoi studi e del desiderio di diventare avvocato. Anche chi guarda con scetticismo all’attivismo di Kim non può ignorare che la sua scelta affondi le radici in quella eredità paterna, in una figura che rappresentava insieme il successo professionale e un ideale di responsabilità verso la propria comunità.

La madre, Kris Jenner, ha incarnato invece la dimensione manageriale: è stata lei a trasformare la notorietà familiare in un brand globale, orchestrando la nascita e il successo del reality Keeping Up with the Kardashians campione d’ascolto oltreoceano e non solo. In quel contesto Kim ha costruito la sua fama mondiale, spesso oggetto di critiche per l’eccesso di esposizione e per la centralità della sua immagine.

A Venezia è stato premiato un lavoro che dura da anni con tenacia e ispirazione. È questo paradosso – una delle figure più esposte della cultura di massa impegnata nel terreno tecnico e severo della giustizia penale – a rendere la sua evoluzione così singolare. E a spiegare perché, sul palco del Teatro Goldoni, la stretta di mano con Chris Young abbia avuto più forza di qualsiasi discorso.