Intervista a Gherardo Colombo

«Per me - avverto l’ex Pm di Mani Pulite il punto principale è la fiducia. Che non riguarda solo le intercettazioni ma investe in generale il tema sociale del controllo. Con le telecamere negli asili, negli ospedali, negli ospizi e così via. Quando e dove succede che si ricorra così pesantemente a strumenti di controllo di questo genere? Lei, come me, avrà sicuramente visto il film Le vite degli altri. Perché la Stasi operava in quel modo? Perché esisteva un grandissimo scollamento tra il cittadino e le istituzioni. Sta di fatto che era venuto meno il collante della società e si ricorreva a qualunque forma allora ipotizzabile di controllo. A mio avviso oggi noi stiamo seguendo, almeno un po’, la medesima tendenza. Il ricorso così frequente a qualsiasi forma di controllo possibile dipende dalla sfiducia che esiste da parte delle istituzioni verso i cittadini; dei cittadini nei riguardi delle istituzioni e dei cittadini tra di loro».

GHERARDO COLOMBO «GUAI A CALPESTARE LA DIGNITÀ PERSONALE»

Le regole ci sono, anche piuttosto dettagliate. Ma prima ancora delle regole — ed è l’elemento che determina e scandisce il loro funzionamento — viene ciò che le sottende: ossia la cultura, lo spirito che codifica e impregna i comportamenti sociali. Non basta. Ancora più in profondità c’è la fiducia: sia dei cittadini verso le istituzioni che viceversa. «Il cerchio si stringe», mormora Gherardo Colobo seguendo il filo del suo ragionamento. Un filo che parte dalle leggi e si dipana a cerchi concentrici per ricomprendere i comportamenti. È il filo che tiene unite le aggregazioni sociali e che oggi presenta evidenti ( e pericolosi) segmenti di logoramento.

Partiamo dalle intercettazioni, dottor Colombo. Dove bisogna porre il discrimine tra esigenze d’indagine e rispetto della privacy? Esattamente quanto ampio è il campo di lavoro dei trojan?

Ci sono due diritti costituzionalmente garantiti: quello alla riservatezza e quello alla sicurezza. Da una parte il diritto dei cittadini ad avere una vita non esposta all’intrusione; dall’altra limitazioni alla libertà personale per tutelare altri diritti che hanno il medesimo rango costituzionale. Per le intercettazioni la legge dispone limiti come per tutti gli strumenti investigativi. Possono essere effettuate solo per reati di una specifica gravità. Quando ci sono gravi indizi di reato e quando risultano assolutamente indispensabili ai fini della prosecuzione delle indagini. Quanto all’uso dei trojan, cambia a seconda se le intercettazioni riguardano persone presenti oppure conversazioni con altri. Se ricordo bene, le prime possono essere autorizzate solo se nel luogo si sta commettendo attività criminosa. Poi vanno contemplate le norme della legge Spazzacorrotti, che prevede l’agente sotto copertura e che io invece chiamerei agente provocatore. Dunque ricapitolando. Le intercettazioni possono essere autorizzate solo per determinati reati; solo se esistono gravi indizi di colpevolezza; solo se risultano assolutamente indispensabili ai fini della prosecuzione delle indagini e infine, se nel domicilio, solamente se si sta consumando l’attività criminosa.

Questo il perimetro normativo. E la sostanza, almeno dal suo punto di vista, qual è?

Per me il punto principale è la fiducia. Che non riguarda solo le intercettazioni ma investe in generale il tema sociale del controllo. Con le telecamere negli asili, negli ospedali, negli ospizi e così via. Quando e dove succede che si ricorra così pesantemente a strumenti di controllo di questo genere? Lei, come me, avrà sicuramente visto il film Le vite degli altri. Perché la Stasi operava in quel modo? Perché esisteva un grandissimo scollamento tra il cittadino e le istituzioni. Queste non si fidavano per niente del cittadino e viceversa. Lasciamo perdere le ragioni di questa sfiducia reciproca. Sta di fatto che era venuto meno il collante della società e si ricorreva a qualunque forma allora ipotizzabile di controllo. A mio avviso oggi noi stiamo seguendo, almeno un po’, la medesima tendenza. Il ricorso così frequente a qualsiasi forma di controllo possibile dipende dalla sfiducia che esiste da parte delle istituzioni verso i cittadini; dei cittadini nei riguardi delle istituzioni e dei cittadini tra di loro.

E questo dove porta? Qual è il rischio che si corre?

A mio avviso il rischio più forte è che più si utilizzano questi strumenti e maggiormente quell’utilizzo concorre a diminuire la fiducia. Ad un certo punto ci troveremo ad essere obbligati al loro uso perché nessuno si fida più di nessuno. Peraltro non dimentichiamo che si tratta di forme di controllo assai incerte. Perché fotografano, filmano o registrano dei momenti com- pletamente avulsi dal resto. Quando facevo il magistrato affrontavo le intercettazioni con grandissima cautela perché un conto è leggere e un conto è sentire. E con ancora un rischio ulteriore. Pensiamo alle telecamere negli asili. In quel caso sembra diventi più importante acquisire la prova rispetto all’esigenza di tutelare le persone. La telecamera filma, per dire, per tre mesi i maltrattamenti verso i bambini e solo dopo tre mesi si fa la notizia di reato. Così viene privilegiata la repressione rispetto alla prevenzione. La ricerca della prova in questo modo confligge con la prevenzione del maltrattamento.

Stiamo dicendo che le intercettazioni cosiddette a strascico sono una violenza?

A rigore dovrebbero essere impossibili. Se infatti leggiamo le disposizioni del Codice del 1989, dovremmo essere garantiti da quel pericolo. Forse non è sempre così. Poi ovviamente bisogna fare delle distinzioni. Se pensiamo ai reati di associazione — mafiosa, terroristica, delinquenziale — è giustificabile l’idea che l’intercettazione possa essere legittima praticamente sempre. Perché l’attività dell’associazione a delinquere è continua. L’interrogativo si pone se si tratta di un reato singolo. E si pone sempre più pesantemente quanto più lo strumento è invasivo. Senza dimenticare un’altra questione decisiva, e cioè se le intercettazioni al di fuori del processo penale sono utilizzabili oppure no. Forse non sarebbe male organizzare un convegno su questo.

E quali devono essere — se ci devono essere — i limiti alla diffusione e pubblicazione delle intercettazioni?

Io penso che bisognerebbe tornare allo spirito originario del Codice di procedura penale dell’ 89. Prevedeva che tutto quello che stava prima della formazione della prova non esistesse. Che l’informazione di garanzia mai e poi mai equivaleva alla contestazione di un reato, e tanto meno di una condanna. Che la prova si formasse in dibattimento e non prima. Come dovrebbe essere anche adesso.

E invece non è. Il vento spira in senso opposto. E mette paura.

Sa qual è il problema vero? È della cultura. Del modo di intendere le cose. La Costituzione dice che tutte le persone sono degne e sono degne quanto tutte le altre. Invece succede, spesso anche da parte dei media, che la dignità della persona sia considerata un incidente, un bene calpestabile. E anzi più la notizia sconvolge la dignità di una persona e più è considerata ghiotta. Le norme esistono. Anche riguardo la pubblicabilità delle notizie e delle intercettazioni. Invece sembra che un po’ di persone lavorino per fini opposti. Ai giornalisti le intercettazioni arrivano da qualche parte, no? Non è che vengono comunicate ufficialmente.

Infatti. Peraltro quel tipo di pubblicazione in taluni casi sarebbe anche un reato...

Beh però se qualcuno vi chiede come vi sono arrivate, avete la facoltà di non rispondere...

Dottore, quel difetto culturale, come lo chiama lei, come si supera?

Secondo me siamo messi male. Oggi è dominante una cultura che punta alla discriminazione. Che vuole considerare chi commette un reato una specie di diverso, un deviante: un indegno. Al contrario la Costituzione dice che le pene non devono ledere la dignità, devono tendere al recupero. Anche chi ha commesso un reato per cui è stato condannato in via definitiva comunque non potrebbe essere sottoposto a trattamenti inumani e non potrebbe subire violenze fisiche o psicologiche. Se oggi invece la cultura si muove su piani opposti, qualsiasi disposizione venga emanata risulta fallace. Solo che un intervento culturale può avere effetti solo in tempi non brevi, né medi. Per questo la vedo abbastanza male.

Recuperando il concetto di fiducia. Come fa la magistratura, dopo le vicende del Csm, a recuperare autorevolezza, prestigio, attendibilità?

Guardi, può apparire paradossale rispetto a tutto quel che ho detto finora. Può apparire paradossale, cioè, che io mi richiami alle procedure. Se mettiamo insieme due cose, la trasparenza e le procedure, allora certi comportamenti, certe degenerazioni diventano più difficili. Facciamo un esempio su un piano totalmente diverso. Mettiamo che si debbano stabilire alcune regole, condivise, per la convivenza dentro casa: a che ora si pranza, chi fa la spesa e come, chi si occupa di pagare le bollette eccetera. Si condividono e si stabiliscono delle procedure. Per quel che riguarda il Csm, per esempio, le domande di trasferimento devono essere decise secondo l’ordine cronologico...

... non a pacchetto...

Secondo l’ordine cronologico punto e basta. E tutto si deva fare in maniera trasparente.

Cioè come, che significa?

Significa che l’attività svolta deve essere pubblica, chiunque deve essere messo in grado di verificare se la procedura è stata seguita, e deve conoscere il perché della decisione alla quale la procedura ha portato. Poi potranno magari esserci anche momenti, rari e temporanei, di necessaria segretezza. Ma la regola generale deve essere la trasparenza. E attenzione: se ci sono delle eccezioni, devono poter essere spiegate. Ritorno al punto principale: è una questione di cultura, altrimenti è inutile.

Ma secondo lei è davvero il carrierismo il male oscuro della magistratura? O c’è anche Guardi, quando il carrierismo non era così esasperato e le nomine tendenzialmente seguivano il criterio dell’anzianità, penso che in ogni caso chi non era coerente con il pensiero dominante veniva comunque escluso. Il posto di Procuratore, dopo un breve periodo in cui identificava il Dirigente, è ritornato ad essere più un posto di comando che di coordinamento. Capo e Dirigente son due cose diverse: a noi italiani il Dirigente non piace, ci piace molto il Capo. La spinta ad occupare posizioni di comando era meno sentita. Adesso la tendenza è opposta. C’è l’affermazione del Sé ma c’è anche tanto altro.

Ma in conclusione, dottor Colombo. Lei ha fatto il magistrato in periodi, diciamo così, assai complicati. Cos’ha provato leggendo cosa succedeva nel Csm per le nomine?

Ma, sa: io sono rotto a tutte le esperienze. Nel 1981, quando abbiamo scoperto la P2, il vice presidente del Csm risultava avere il suo nome tra gli appartenenti alla Loggia di Gelli. E il ministro della Giustizia dell’epoca aveva presentato domanda per entrarvi. Abbiamo trovato la sua richiesta autografa di adesione. Per cui, ormai, non sono particolarmente portato allo stupore.