IL RETROSCENA

Fare presto e anticipare le primarie per la selezione del nuovo segretario. È questa la richiesta che buona parte del Partito democratico consegnerà sabato, all'assemblea nazionale, nelle mani del segretario uscente - ma non dimissionario, precisano dal Nazereno - Enrico Letta. Obiettivo: concludere il processo “rifondativo” prima di marzo. Entro febbraio, dice qualcuno. Entro gennaio ipotizza qualcun altro. Accorciare i tempi però potrebbe comportare più di una controindicazione.

A I governatori Pd del Sud contro Bonaccini e per la segreteria dem spunta Orlando

Solo Base riformista sostiene il presidente dell’Emilia. Letta, Franceschini e Zingaretti puntano su Elly Schlein. Ma la sinistra non starà a guardare

Fare presto e anticipare le primarie per la selezione del nuovo segretario. È questa la richiesta che buona parte del Partito democratico consegnerà sabato, all'assemblea nazionale, nelle mani del segretario uscente - ma non dimissionario, precisano dal Nazereno - Enrico Letta. Obiettivo: concludere il processo “rifondativo” prima di marzo. Entro febbraio, dice qualcuno. Entro gennaio ipotizza qualcun altro. Accorciare i tempi però potrebbe comportare più di una controindicazione per alcuni aspiranti leader. La velocizzazione, infatti, costringerebbe i candidati segretario a ufficializzare la loro discesa in campo entro poche settimane, prendendo di soppiatto chi ancora sperava in qualche giorno in più per organizzare alleanze e limare accordi interni. Ufficialmente al nastro di partenza non c'è ancora nessun corridore capace di arrivare fino in fondo alla gara, eppure i big pronti a scattare sono già parecchi.

Il governatore dell'Emilia Romagna, Stefano Bonaccini, è praticamente in campo dal giorno delle dimissioni di Nicola Zingaretti. Il suo nome risuona nelle stanze del Nazareno da mesi, sussurrato a mezza bocca da tutti. Lui, il diretto interessato, lascia fare, lascia intendere ma non si sbilancia pubblicamente più di tanto perché sul piatto rimangono troppe incognite da risolvere. Come l'improvvisa candidatura di Elly Schlein, sua vice in Regione e fino a poco tempo fa corpo estraneo al partito. E da outsider che era, Schlein, si è trasformata in pochi giorni in concorrente da battere, sostenuta dalla base in attesa di una boccata d'aria fresca e, a sorpresa, dall'establishment dem. Sì, perché non solo Letta, ma anche capicorrente del calibro di Dario Franceschini, non proprio l'ultimo degli arrivati in casa Pd, hanno scelto di scommettere sulla “papessa straniera” per la scalata al trono. E con loro pezzi da novanta come Nicola Zingaretti e buona parte di quella che un tempo sarebbe stata definita la sinistra Dc, a cominciare dal fondatore Romano Prodi. Un'insidia micidiale per il presidente emiliano, sponsorizzato attualmente quasi esclusivamente da Base riformista, la corrente di ex renziani che vede in Bonaccini lo strumento per tornare al centro del progetto dem. Solo con queste forze il governatore difficilmente potrà vincere un congresso. Per riuscire nell'impresa servirebbe quantomeno il sostegno dei colleghi governatori meridionali: il pugliese Michele Emiliano e il campano Vincenzo De Luca, campioni di consensi e di tessere. In linea teorica i due non avrebbero alcun problema ad appoggiare Bonaccini, se in mezzo non si fosse inserito un elemento che rende impossibile il dialogo tra il Sud e Nord: l'Autonomia differenziata. L'Emilia Romagna, infatti, è una delle tre regioni ( insieme alle “leghiste” Veneto e Lombardia) ad aver tenuto referendum locali sul tema e a pretendere ora dallo Stato il diritto a onorare la volontà delle loro popolazioni. Un pugno nello stomaco per i presidenti meridionali, convinti che l'Autonomia non produrrà altro che ulteriori scompensi e ingiustizie a danno del Mezzogiorno. Senza un'abiura al progetto, Bonaccini difficilmente potrà convincere Emiliano a De Luca a sostenere la sua corsa. Un “problemino” che potrebbe indurre il governatore anche ad abbandonare la sfida.

Ma mentre Schlein e il presidente dell'Emilia Romagna si studiano, la sinistra dem scalpita. Non tutti infatti si sentono “tutelati” dall'ex leader di Ocuppy Pd. Così, l'ex ministro Andrea Orlando sta valutando molto seriamente l'eventualità di gettare il cuore oltre l'ostacolo per spostare a «sinistra» l'asse del partito. Orlando, spinto dall'area che fa riferimento a Goffredo Bettini, sembra pronto a giocarsi le sue carte per evitare ulteriori sbandate centriste al Pd ma dovrà superare parecchie diffidenze interne, se è vero che persino esponenti molto vicini come l'ex ministro Peppe Provenzano hanno già sposato la causa Schlein. «Sì, ma Andrea sembra comunque convinto di andare fino in fondo», confessa chi ha avuto modo di parlare con Orlando in queste ore, confermando la possibile corsa a tre per la segreteria.

O a quattro, visto che non sembra affatto escluso l'ingresso sul ring di Dario Nardella, che da tempo scalcia per pesarsi come leader ( almeno di corrente) all'interno del partito. Il sindaco di Firenze vuole testare il proprio consenso fuori dal recinto di Base riformista per scrollarsi di dosso e una volta per tutte lo “stigma” di renziano e proporsi come interlocutore di peso per il Pd che verrà.