«La vicenda di Bibbiano è stata una leggenda. Una leggenda che ha convinto soprattutto i media, che hanno acquisito, con la qualità dell’evidenza, informazioni che una sorta di ufficio stampa della procura diffondeva, presentando la leggenda con la qualità e la certezza dell’evidenza assoluta. Ma questa leggenda non poteva resistere, stante l’assoluta infondatezza dell’impianto accusatorio». A parlare è Claudio Foti, lo psicoterapeuta divenuto il volto simbolo del processo “Angeli e Demoni”, assolto definitivamente dopo la sentenza in Cassazione.

Si aspettava la conferma dell’assoluzione?

Sapevo, razionalmente, che questa persecuzione non poteva continuare a lungo. Tuttavia emotivamente, avendo vissuto ciò che ho vissuto, avevo una forte carica di ansia e di incertezza. Questa vicenda ha sconvolto tutta la mia vita personale e professionale. La gogna mediatica, che è il frutto di quell’atteggiamento con cui le notizie sono state presentate con la qualità dell’evidenza, ha distrutto la mia attività sul terreno dell’intelligenza emotiva e della tutela. Per me è stato come uscire di casa dopo un terremoto, una casa che è rimasta miracolosamente in piedi, ma tutto attorno le strade, le case, le chiese sono state distrutte. La onlus Hansel & Gretel è come una bottega di Pompei sepolta dalla lava: non è sopravvissuta. C’è stato un fuggi-fuggi dei collaboratori. Tutti gli esperti che lavoravano sui terreni della prevenzione e del contrasto del maltrattamento all’infanzia erano terrorizzati.

Da cosa?

Tutti avevano paura di essere intercettati, tutti avevano paura di prendere posizione, rischiando di presentarsi come gli amici degli ladri, dei torturatori dei bambini, di quelli che avevano fatto l’elettroshock ai bambini. Il potere del processo mediatico è stato particolarmente decisivo, efficace e in qualche modo ha creato il sentimento di isolamento che ho provato. Ma ora spero che sia finito.

Secondo lei c’era qualcosa di ideologico nell’accusa che le è stata mossa?

Penso di aver studiato a fondo questa vicenda, perché dovevo capire, accettare, per poter tollerare quello che stava capitando. Questa è una domanda da 100 milioni, perché penso che ci sia stato qualcosa, che adesso mi è difficile definire, sul piano delle indagini. La procura ha preso alla lettera alcune risultanze senza esaminarle in maniera più critica. Dopodiché c’è stato un combinato disposto. In primo luogo i media, che non avevano bisogno della certezza, ma di fare spettacolo, e si sono gettati come moscerini sulla frutta matura, avendo in mano un copione facilmente notiziabile. Bibbiano era particolarmente notiziabile perché c’erano i bambini di mezzo, perché si poteva sollecitare il sentimento dell’indignazione. Il lettore poteva sentirsi buono a confronto di questi demoni accusati delle peggiori schifezze. E poi c’era l’allarme “potrebbero farlo anche a voi, potrebbero entrarvi in casa e mettere in discussione la vostra genitorialità”. I media - che non hanno ritenuto di verificare alcuna notizia -, in questo, hanno avuto una funzione molto potente. Dopo è arrivata la politica, che ha fatto campagna elettorale per le Regionali. E poi un gruppo di persone variegate, tra genitori separati, rivali professionali e quelli che in qualche modo hanno visto l’occasione per far fuori tutte le persone che si occupavano, con un certo taglio, di maltrattamento all’infanzia. È stata un’occasione per invalidare posizioni come la mia. Ciascuno ha fatto il suo gioco, ciascuno ha perseguito i propri interessi. Sono riusciti a costruire dei mostri, confondendo il processo mediatico con il processo giudiziario.

Quali sono le conseguenze di questo accanimento non solo sulla sua vita, ma in generale sul mondo della cura?

È quello che io chiamo il trauma collettivo di Bibbiano. Ovvero la crescita di un atteggiamento di sospetto, di diffidenza e di critica nei confronti degli assistenti sociali, degli psicologi e degli operatori che si occupano della tutela dei bambini. Diffidenza e sospetto che hanno colpito le stesse famiglie affidatarie, accusate di guadagnare sulla pelle di bambini.

E c’è un guadagno?

Ma quale guadagno! Le famiglie affidatarie mettono in campo una grande generosità, perché hanno delle retribuzioni minime per farsi carico di un compito gravosissimo, cioè accogliere in famiglia bambini fortemente disagiati senza avere alcun diritto sul loro futuro, a differenza di quel che avviene per esempio nell’adozione. Questa risorsa umana di generosità e impegno è stata squalificata. Sul versante degli operatori, ora gli psicoterapeuti hanno paura a prendere in carico dei bambini con alle spalle una sospetta violenza, evitando di esporsi al rischio di ostilità e di guai giudiziari.

C’è stato un calo delle segnalazioni delle situazioni a rischio?

Sì e si può dimostrare. Questo significa una riduzione della capacità di protezione sociale dei bambini, perché se gli insegnanti, gli educatori hanno paura di segnalare, tante situazioni che possono configurare un danno evolutivo rimangono nascoste dal silenzio e le autorità non possono occuparsene. Sono effetti a valanga, che vanno oltre le sorti giudiziarie dei singoli.

Qual è stato il momento più traumatico, più brutto di questi cinque anni?

Subito dopo l’arresto, alcuni giornalisti si sono appostati davanti casa mia. Mio figlio, che all’epoca non aveva nemmeno 14 anni, è uscito fuori ed è stato assalito da gente che lo ha intervistato sperando che lui potesse rivelare di essere maltrattato. Per fortuna lui gli ha tenuto testa e l’intervista non è andata in onda. Però gliel’hanno fatta, nel tentativo di costruire uno scoop. Alla tv, al telegiornale, ho sentito che ero indagato per maltrattamenti in famiglia. Non era vero: la pm aveva solo trasmesso gli atti a Torino per competenza, ma la notizia è stata archiviata. Nessuno, però, lo ha mai detto. Quella informazione è rimasta.

È riuscito a reagire alla gogna?

Mi sono sentito tante volte impotente di fronte a una macchina mediatica che mirava chiaramente a squalificare la mia immagine, senza che io avessi alcuna possibilità di replica. Ero privato di qualsiasi diritto. La solitudine che ho vissuto è stata terribile. All’inizio ero risentito, ma poi ho capito che la macchina giudiziaria fa paura. E non mi sento di condannare nessuno.

Molti personaggi pubblici le hanno dato contro. Cosa l’ha ferita di più?

Ornella Vanoni, un personaggio rappresentativo di quella fetta di opinione pubblica dai sentimenti democratici, a un certo punto ha detto: “Queste persone dovrebbero andare in galera senza processo”. Il condizionale è sparito in questa storia, era tutto all’indicativo, con la qualità dell’evidenza. Se anche una persona sensibile come Vanoni non vede la necessità di fare un processo, vuol dire che la gogna ha vinto. La gogna esiste quando sparisce il condizionale.

Con questa sentenza cambia qualcosa?

Oggi è come se il sistema giudiziario mi avesse detto: Foti, siamo spiacenti per l’errore. Io cosa potrei dire? Sono solo cinque anni della mia vita deturpati, assieme alla mia immagine. Per fortuna il sistema mi ha chiesto scusa. Però, forse, il sistema dovrebbe riflettere su se stesso. Altrimenti queste “scuse” diventano tragicamente comiche, a cospetto del danno subito.