Da quell’estate del 1991 i colpi di scena non sono mai mancati nel delitto dell’Olgiata, rimasto per anni uno dei più intricati gialli romani. E anche ora, 33 anni dopo l’omicidio della contessa Alberica Filo della Torre, la vicenda è di nuovo a una svolta: la Terza Sezione civile della Corte di Cassazione ha accolto il ricorso presentato dai figli Manfredi e Domitilla Mattei contro i consulenti tecnici di cui si era avvalsa la procura all’epoca dell’indagine, che erano stati prima condannati e poi assolti in appello nel 2020. 

Il lavoro dei tre medici legali, secondo la Suprema Corte che ha annullato la sentenza della Corte d’appello di Roma, fu svolto con una negligenza tale da ritardare di anni l’accertamento dei fatti e da giustificare il nuovo processo che dovrà valutare in sede civile la richiesta di risarcimento da parte dei familiari della contessa assassinata il 10 luglio 1991 nella sua villa all’Olgiata.

«La Corte di Cassazione ha totalmente accolto il ricorso contro i medici legali ai quali avevano imputato negligenze nell’espletamento dell’incarico di analizzare i reperti inerenti l’omicidio di Alberica Filo della Torre - sottolinea l’avvocato Jacopo Squillante, legale della famiglia Mattei - La domanda era stata accolta in primo grado, ma successivamente respinta dalla Corte d’Appello, la cui sentenza è stata oggi annullata dalla Corte di Cassazione. In particolare ai medici legali era contestato l’omesso esame dell’orologio che la medesima indossava il giorno del delitto ed il negligente esame del lenzuolo che fu rinvenuto stretto al collo della vittima. I Carabinieri del Ris che vennero incaricati dalla Procura per rinnovare le indagini peritali, dopo avere analizzato per la prima volta l’orologio e molto più approfonditamente il lenzuolo (71 analisi anziché 2 soltanto) ed in tempi assai più ristretti (4 mesi anziché 2 anni) individuavano immediatamente la piena corrispondenza del profilo genetico di uno degli indagati».

Il caso, come è noto, si concluse nel 2011 con un clamoroso colpo di scena: la confessione di Manuel Winston, l’ex maggiordomo della donna arrestato e incastrato dal test del Dna. Ma perché ci volle tanto per scoprire la verità? A finire sotto accusa ora sono le indagini e quella catena di errori che portò gli investigatori a seguire decine di piste diverse, dai servizi segreti alle tangenti, tralasciando ciò che avevano già sotto gli occhi. A farne le spese fu soprattutto Piero Mattei, vedovo della nobildonna, inizialmente sospettato per il delitto. Fu lui, molti anni dopo, a chiedere di riaprire il caso effettuando ulteriori analisi del Dna alla luce delle nuove tecniche investigative su tutti i reperti e in particolare sul lenzuolo che venne utilizzato per avvolgere il capo della vittima e sul suo orologio. 

 «Questo verdetto va a supportare la battaglia di mio padre contro i consulenti della Procura, che agirono in modo inetto e poco professionale – commenta il figlio Manfredi - I reperti furono trattati in modo vergognoso. Si arrivò al punto di mescolare quelli relativi all'omicidio di mia madre, le bobine con le intercettazioni, gli indumenti, le lenzuola, le macchie di sangue, con quelli del delitto di Cogne. Ora la Cassazione ha rimesso le cose a posto, e ne siamo felici per l'intero sistema della giustizia. Attendiamo fiduciosi il nuovo verdetto».