«Questa è la teratologia del processo, lo studio dei mostri processuali. Si vedono talmente tante distorsioni… Era difficile trovarle tutte insieme». Oliviero Mazza, difensore di Federica Anghinolfi, ex assistente sociale dell'Unione della Val d'Enza, ne è convinto: il processo “Angeli e Demoni”, quello dei cosiddetti “fatti di Bibbiano”, quello sui “ladri di bambini”, non si può svolgere serenamente. E non solo perché l’ambiente è compromesso dalle polemiche e dalle strumentalizzazioni, ma anche perché quanto avviene in aula, solo alla terza udienza preliminare, può essere definito un unicum nel panorama giudiziario. L’udienza di ieri, apparentemente semplice ed interlocutoria, ne è un esempio lampante: la sola richiesta di costituzione di parte civile ha dimostrato quella che, agli occhi di Mazza, appare come l’ennesima cannibalizzazione di una vicenda gravissima, sotto ogni punto di vista. Perché sono diverse le associazioni e i comitati nati dopo l’inchiesta, senza dunque alcuna possibile pretesa, col solo ed esclusivo scopo di chiedere i danni agli imputati.

«Non possono aver subito un danno nemmeno indiretto spiega Mazza al Dubbio -, sono nati ad hoc per venire a chiedere il risarcimenti di un danno derivante da reati commessi prima della loro creazione. Sono, dunque, privati cittadini che hanno deciso di partecipare al processo. Ma nel processo penale i cittadini sono già rappresentati dal pm. La pubblica accusa c’è già. Non c’è bisogno che arrivino gli accusatori privati, che vogliono indossare i panni del giustiziere». Queste associazioni, dunque, «non vengono tanto a chiedere un risarcimento, ma la condanna degli imputati», con il conseguente problema della «distorsione delle figure processuali». Lo scopo, per il legale, è uno solo: «Placare quella sete di vendetta che ormai domina la società».

LA DIFESA ANGHINOLFI CHIAMA IN CAUSA L’UNIONE E REGIONE

Mazza e Rossella Ognibene hanno anche chiesto di essere ammessi dal giudice alla citazione, come responsabili civili, della Regione Emilia- Romagna e dell’Unione dei comuni della Val d’Enza. «La legge stabilisce che il datore di lavoro risponde per i fatti illeciti commessi dal dipendente a livello civilistico - sottolinea Mazza -. La Regione e l’Unione si sono costituite parte civile, asserendo di essere state danneggiati, da un punto di vista dell'immagine e da un punto di vista patrimoniale. Ma c’è un conflitto di interessi, perché da un lato chiedono il risarcimento del danno, dall’altro dovrebbero rispondere in solido con Anghinolfi nei confronti delle parti civili private. Come se ne esce? O si interpreta l’articolo 83 del codice di procedura penale attribuendo a questi enti pubblici un doppio ruolo nel processo, oppure c’è un problema di legittimità costituzionale. Se c’è stato un problema nei servizi sociali la responsabilità è anche di chi doveva vigilare sul loro lavoro: l’amministrazione pubblica non può chiamarsene fuori».

ATTI SPARITI, IL GIUDICE RINVIA LA DECISIONE

Ma c’è anche un’altra notizia tra le pieghe dell’udienza di ieri. Perché il gup Dario De Luca ha deciso di rinviare a gennaio la decisione sull’eccezione sollevata nel corso della prima udienza dai difensori di Anghinolfi, ovvero la presunta «arbitraria selezione degli atti d'indagine» operata dal pm Valentina Salvi, che avrebbe «occultato elementi a discarico», di fatto «rendendo impossibile l'esercizio del diritto alla prova». Il 30 ottobre scorso, infatti, i due difensori avevano dichiarato in aula che molti degli atti indicati dal pm come fonti di prova nel fascicolo non ci sono. Atti «suscettibili di incidere senz'altro in senso favorevole sulla posizione» di Anghinolfi. Proprio per questo motivo hanno chiesto la declaratoria di nullità dell'avviso di conclusione delle indagini preliminari, della richiesta di rinvio a giudizio e di tutti gli atti conseguenti, compreso il decreto di fissazione dell'udienza preliminare iniziata ieri, con la restituzione del fascicolo al pm. Il giudice, però, ha deciso di discutere preliminarmente la costituzione di parte civile, senza risolvere la questione. Una decisione che, da un punto di vista logico, lascia intravedere come si pronuncerà sul punto: «Se il procedimento non è validamente instaurato - osserva Mazza -, che senso ha discutere delle parti civili? C’è una priorità logica nelle decisioni. Quindi c’è una pre- valutazione da parte del giudice, una pregiudizialità logica: è chiaro che rigetterà l’eccezione. Sono tutte cose che metterò nella mia richiesta di rimessione del processo».

CARLETTI VITTIMA DEL PROCESSO SHOW

A contestare la richiesta di costituzione di parte civile ieri c’erano anche Vittorio Manes e Giovanni Tarquini, difensori del sindaco di Bibbiano, Andrea Carletti, diventato, suo malgrado, il volto di un’indagine nella quale il politico ricopre un ruolo marginale. Ma a spingerlo nel tritacarne è stata la sua appartenenza politica, quella tessera del Pd che ha trasformato una questione giudiziaria in vicenda politica. «Il danno di immagine vantato da alcuni - tra i quali il ministero della Giustizia e la Regione - è, per loro stessa dichiarazione, derivante dalla cronaca, più che dai fatti. La deformazione sulla cronaca non è attribuibile certamente al dottor Carletti. Che ne è anzi vittima», spiega Tarquini. Carletti è imputato per abuso d’ufficio, un reato che nulla ha a che vedere con il presunto allontanamento illecito dei minori dalle loro famiglie. «Il problema è che quello che è avvenuto qui non è normale, non è una cosa che accade sempre - sottolinea il legale -. Abbiamo già presentato diverse querele, ma lo sfruttamento della sua immagine come simbolo di questo procedimento giudiziario continua ad andare avanti. Sentirselo addosso è pesantissimo: è costantemente criminalizzato». Nei mesi scorsi il sindaco ha depositato una querela contro 147 persone, ovvero tutte coloro che lo hanno additato, insultato e minacciato. Tra questi anche Luigi Di Maio, che in un post su Facebook accusava Carletti di fare affari con i bambini. Nonostante le azioni legali, spiega però Tarquini, i messaggi d’odio non si sono fermati. «Ci sono state altre esternazioni e messaggi, minacce e attacchi sui social - spiega -. Facendo il sindaco, per quanto misurato e attento, è comunque esposto e capita saltuariamente che queste esposizioni diano luogo a post, messaggi e iniziative che riguardano questa vicenda». In merito alle denunce già depositate, la procura ha identificato per il momento 57 persone, in primis proprio Di Maio. «Il post del 27 giugno 2019 è ancora sul suo profilo - conclude Tarquini -, non ha mai chiesto scusa. E probabilmente nemmeno se ne ricorderà».