Indietro tutta, compagni. O meglio, prudente stop. Se la maggioranza di governo sembrava aver trovato la quadra nella volontà politica di riportare la sanità sotto potestà statale una volta conclusa l'emergenza sanitaria, a fermare le macchine ci pensa proprio il ministro di quel dicastero. Roberto Speranza butta acqua sul fuoco della polemica che rischiava di incrinare ancora di più i già tesissimi rapporti tra Stato e regioni e lancia un appello ai governatori: «Oggi è il momento di lavorare insieme, in piena sinergia, senza polemiche perchè oggi non hanno senso, ci sarà tempo per discutere. Ora è la fase dell’emergenza, abbiamo bisogno di lavorare insieme 24 ore al giorno per uscire da questa fase». Poi ripete: «Non facciamo ora discussioni sulla centralizzazione della sanità». In Parlamento, tutt'ora sostanzialmente commissariato, le voci autorevoli che spingono già in questa direzione sono molte: il primo a dirlo esplicitamente è stato il vicesegretario del Pd, Andrea Orlando, che ha parlato di questo come il primo provvedimento da approvare una volta conclusa la crisi. Lo stesso ha fatto anche il capo politico del Movimento 5 Stelle, Vito Crimi e a benedire il tutto è arrivato anche il placet di Maria Elena Boschi, capogruppo di Italia Viva e "madrina" proprio della riforma costituzionale poi bocciata al referendum. Le ragioni politiche dietro l'appello di Speranza, tuttavia, sono evidenti. I rapporti con le regioni, Lombardia in testa, sono sempre più difficili a mano a mano che si procede nella quarantena; il governo procede giorno per giorno, con qualche errore di troppo nella comunicazione (l'ultimo in ordine di tempo, il capo della Protezione civile Borrelli che di fatto annuncia la chiusura fino al 16 maggio dopo che il premier Conte aveva parlato del 13 aprile) e la prospettiva per la fase 2 ancora molto fumosa. Meglio concentrarsi sul presente, dunque. «Continuo a fare il mio appello ai cittadini: siamo consapevoli di aver chiesto sacrifici molto difficili, questi sacrifici hanno dato qualche primo segnale, ma dobbiamo insistere. Dobbiamo continuare su questa strada - ha ripetuto il ministro - perché è l’unica che al momento dà certezze». Per poi aggiungere: «Senza vincere la battaglia sanitaria non ci potrà essere una ripartenza economica. Queste due battaglie non vanno messe in contrapposizione».