La legge è la legge, e Marla-Svenja Liebich - alla nascita Sven - ci ha messo sopra un grosso cappello di paglia a tese larghe. Quello che indossava la prima volta che si è presentata in un’aula di tribunale vestita da donna, con un paio di occhiali da sole tondi, degli orecchini dorati e un rossetto scintillante sotto i baffi da cowboy.

Il trucco non è riuscito a mascherare l’inganno, ma il celebre neonazista tedesco condannato a 18 mesi di reclusione è riuscito comunque a reclamare i propri diritti: scontare la pena in una prigione femminile, come quella di Chemnitz, dove ieri ha fatto il suo ingresso dopo aver mandato in tilt un pezzo di società e politica della Germania.

La provocazione di Liebich, infatti, è servita ad almeno due scopi: ottenere il trattamento penitenziario riservato alle minoranze - compreso il cibo kosher per i ristretti di religione ebraica (che il militante di estrema destra sostiene di aver abbracciato) - e riaprire il dibattito sulla legge tedesca per l’autodeterminazione di genere approvata dal Bundestag nel 2024.

Accolta da alcuni come una svolta storica sulla strada dei diritti, e fortemente contestata a destra, la norma promossa dall’ex cancelliere Olaf Scholz rende più semplici le procedure per il cambio di genere e di nome all’anagrafe: dallo scorso novembre basta un’autodichiarazione per modificare la propria identità sui documenti, senza che sia necessario il via libera di un tribunale o una perizia medica. L’obiettivo era archiviare norme obsolete e tutelare le persone transgender e non binarie. Almeno nelle intenzioni dell’allora “coalizione semaforo” composta da socialdemocratici, verdi e liberali, il cui provvedimento ora rischia di essere rottamato dal governo Merz.

Il ministro degli interni Alexander Dobrindt, del partito di centrodestra CSU, ha infatti già annunciato una stretta sulla scia del caso Liebich, che dimostrerebbe le criticità della norma appena approvata. «È un esempio di un abuso molto semplice della legge sull’autodeterminazione», ha spiegato il ministro alla rivista Stern. «Ora abbiamo bisogno di un dibattito su come ripristinare regole chiare contro l’abuso dei cambiamenti di genere... La magistratura, l’opinione pubblica e i politici vengono ingannati perché la legge sull’autodeterminazione offre questa opportunità».

A pensarla così sono anche altri esponenti del governo, tra cui il ministro della famiglia Karin Prien, per la quale la vicenda «dimostra chiaramente che la legge sull’autodeterminazione, nella sua forma attuale, contiene debolezze che potrebbero incoraggiare abusi mirati». Mentre per la commissaria federale per i diritti queer Sophie Koch (SPD) faremmo bene a non «cadere nella trappola degli agitatori di destra». Una beffa bella e buona, un cortocircuito che imbarazza il sistema giudiziario e illumina anche il “curriculum” politico di Liebich.

Classe 1970, figura di spicco della scena nera tedesca fin dagli anni Novanta, già membro della rete neonazista (messa al bando) “Blood & Honor”, è stato descritto dall’agenzia di intelligence della Sassonia-Anhalt come un “estremista di destra” con attività a livello statale e nazionale. Secondo i rapporti del 2022 e del 2023 dell’Ufficio per la protezione della Costituzione della stessa regione, le azioni di Liebich sono “senza precedenti”: ogni anno i report gli dedicano un sottocapitolo separato nella sezione dedicata all’estremismo di destra.

Le sue idee non sono mai rimaste nel cassetto, e negli anni si è dato da fare per agitarle pubblicamente contro il “nemico” di turno. Nel 2022 interrompendo il corteo pro-Lgtbq+ del Christopher Street Day ad Halle, i cui partecipanti definì «parassiti della società». I trans? «transfascismo», dice Liebich. Che durante la pandemia si è tatuato una stella di David con la scritta “non vaccinato” per protestare contro la presunta persecuzione dei No-vax, paragonata a quella subita dagli ebrei durante l’Olocausto. Il complottismo è uno degli ingredienti del suo credo, e le provocazioni nel periodo del Covid - dopo aver distribuito spillette e mazze da baseball con incisa la frase “aiutanti alla deportazione” - gli sono valse alcune delle denunce accumulate. La parabola si è chiusa nel 2023, quando è stato condannato per incitamento all’odio, diffamazione e altri crimini senza possibilità di libertà condizionale.

Una volta perso anche il ricorso, Liebich non si è dato per vinto, e ha trasformato la sentenza nei suoi confronti in un palcoscenico: prima avviando le pratiche per il cambio di genere, quindi calandosi perfettamente nel personaggio. Al punto che sui social è possibile rintracciare post a sostegno della sua nuova identità trans, che Liebich reclama anche contro i giornali tedeschi che ne parlano usando il vecchio nome e i pronomi al maschile. È la stessa legge a vietarlo, per tutelare chi ha affrontato un percorso di transizione. E Liebich deve saperlo bene, come autore di una tempesta perfetta.

Anche l’ultimo atto, ovvero mettere piede in un carcere femminile, è compiuto. Anche se l’epilogo non è ancora scritto: sarà la direzione penitenziaria a stabilire, dopo il suo arrivo, se potrà restare tra le detenute o se verrà trasferito.