AreaDg ha concluso le primarie per la scelta dei candidati al prossimo Csm. Concorreranno per i seggi dei giudici di merito: Francesca Abenavoli (Collegio 1), Marcello Basilico (Collegio 2), Tullio Morello (Collegio 3), Genantonio Chiarelli (Collegio 4). Per i seggi dei requirenti: Mario Palazzi (Collegio 1) e Maurizio Carbone (Collegio 2). Per i seggi dei giudici di legittimità: il dottor Antonello Cosentino, Consigliere di Cassazione, che in questa intervista ci spiega le prospettive di recupero di credibilità della magistratura.
È molto semplice: trent’anni fa la corsa agli uffici direttivi e la conseguente ricerca di autopromozione - pur presenti anche allora - erano meno accentuate di oggi perché le relazioni organizzative tra i magistrati erano più egalitarie; il potere dei dirigenti all’interno degli uffici era meno incisivo, il sistema delle impugnazioni non veniva percepito come una modalità di organizzazione della magistratura in uffici sovraordinati e sottordinati. La magistratura era percepita dai cittadini e dagli stessi magistrati come un potere diffuso, non ordinato gerarchicamente, in conformità al disposto dell’articolo 107 della Costituzione, per il quale “i magistrati si distinguono fra loro soltanto per diversità di funzioni”. Questa percezione si è andata perdendo, sia per le modifiche introdotte con la riforma dell’ordinamento giudiziario Castelli- Mastella, sia per il profondo mutamento della figura dei dirigenti degli uffici, oggi investiti di responsabilità gestionali assai maggiori rispetto al passato. Si tratta, a mio avviso, di rilanciare l’idea costituzionale del potere giudiziario come potere diffuso.
No. Le sanzioni disciplinari riguardano responsabilità personali, da accertare secondo le regole del giusto processo e da sanzionare in conformità alla legge. Il malcostume si contrasta con la trasparenza dell’azione di autogoverno e con la rigenerazione dell’associazionismo giudiziario.
Negli ultimi dieci/ quindici anni le correnti hanno appannato la propria capacità di elaborazione culturale, seguendo un percorso che per qualche aspetto ricorda la crisi vissuta dai partiti politici italiani a partire dalla fine della cosiddetta prima Repubblica; il dibattito al loro interno si è insterilito, a volte riducendosi al solo tema della leadership, e la loro azione si andata appiattendo su un ruolo di mera gestione del potere nel sistema dell’autogoverno. È dalle correnti stesse che deve ripartire la loro rigenerazione.
Credo che la ricostruzione di un rapporto di fiducia tra la magistratura e la società italiana passi, in primo luogo, dal miglioramento del servizio reso ai cittadini, in termini di celerità di risposta, di capacità di ascolto, di accuratezza del lavoro giudiziario. È nella quotidianità della vita giudiziaria che i magistrati si mostrano ai cittadini ed è lì, assai più che sui giornali e davanti ai dibattiti televisivi, che i cittadini si formano la loro opinione della magistratura. È decisivo, allora, affrontare il problema della durata dei processi, penali e civili. Su questo l’autogoverno deve giocare un ruolo propulsivo, dialogando costruttivamente con il mondo politico, con l’avvocatura e con il mondo accademico.
Certo. La trasparenza è precondizione della fiducia. Trasparenza significa molte cose. Significa adottare procedure che consentano ad ogni magistrato di ricevere le informazioni relative allo stato dei procedimenti amministrativi che lo riguardano attraverso canali istituzionali. Significa rendere accessibili, nel rispetto della disciplina sulla privacy, gli atti su cui si fondano le valutazioni consiliari. Significa rendere le decisioni consiliari più leggibili agli occhi dei colleghi e dell’opinione pubblica.
Guardo con grande favore alla recente istituzione dell’Ufficio per il processo. Pur con i limiti legati alla temporaneità del rapporto di lavoro degli addetti, alla carenza di spazi negli uffici, alle difficoltà della formazione dei nuovi assunti, l’Ufficio per il processo rappresenta, tuttavia, una grandissima opportunità, che la magistratura non deve farsi sfuggire. Esso - ideato già molti anni fa dagli Osservatori sulla giustizia civile può alleggerire il magistrato di taluni incombenti, liberando spazi da destinare all’attività strettamente decisionale, e può incidere in profondità sull’organizzazione del lavoro giudiziario. Ma l’Ufficio per il processo non basta. È necessario aumentare il numero dei magistrati in operatività, coprendo interamente gli organici recentemente ampliati dal ministero, ed è necessario, soprattutto, intervenire su quei nodi strutturali della società italiana che scaricano sull’amministrazione della giustizia molte inefficienze degli apparati amministrativi ( basta pensare alla rilevanza quantitativa del contenzioso in cui una delle parti è una pubblica amministrazione); in Italia la magistratura è investita della gestione di tensioni nel rapporto tra mano pubblica e cittadini di cui le magistrature di altri Paesi non devono farsi carico.
A mio avviso è necessario trovare la strada per coinvolgere maggiormente la Scuola Superiore della Magistratura sia nella formazione dei laureati nella fase precedente al concorso, sia nello stesso meccanismo di selezione degli aspiranti magistrati, ragionando su modelli di “corso- concorso” utilizzati per altre pubbliche amministrazioni.
La Cassazione dovrà misurarsi sempre più con le diverse istanze di giustizia che provengono dalla società, con la necessità di tutelare vecchi e nuovi diritti, con il dovere di dialogare con il Giudice costituzionale e con le Corti sovranazionali. Oggi, però, la Corte di Cassazione patisce una crisi da sovraccarico, notissima a tutti gli operatori del diritto, che ne rallenta fortemente l’operatività. Le ipotesi affacciatesi nel dibattito pubblico per affrontare tale situazione sono molte e non se ne può parlare in questa sede. Ma un serio esame della “questione Cassazione”, con un’assunzione di responsabilità collettiva che coinvolga l’intera cultura giuridica italiana, mi sembra non più differibile.