Deve averne combinate davvero di tutti i colori Boris Johnson per fomentare una fronda politica così massiccia e determinata nel chiederne la testa: le dimissioni a cascata di sessanta membri del suo governo tra ministri e sottosegretari alla fine lo hanno costretto a lasciare la poltrona di primo ministro. Resterà in carica ancora qualche settimana fino a quando i tories non troveranno un sostituto. Appena tre anni fa aveva trionfato elle elezioni, con il mandato di realizzare la Brexi e ci era riuscito brillantemente dopo il disastro Theresa May. Nulla sembrava poter offuscare la sua stella con i laburisti messi in un angolo e la popolarità in costante crescita. Con il presidente Usa Trump, poi, i rapporti erano idilliaci. Poi è arrivato il Covid 19 e da quel momento non ne ha azzeccata una, sbagliando ogni scelta e affogando in un mare di scandali. Ha lottato fino all’ultimo Bo-Jo, sperando di camminare tra le gocce di pioggia, negando l’evidenza, battendosi il petto e specchiandosi nel suo smisurato orgoglio. Forse pensava che mai i suoi compagni lo avrebbero sfiduciato nel pieno della crisi interazionale con la Russia e della guerra in Ucraina in cui Londra è in prima linea. Una scommessa perduta. «Mi ha fatto fuori il gregge!» ha ringhiato alla stampa con l’aria di chi non ha nulla da rimproverarsi, vittima di un complotto politico, di intrighi di corridoio come Giulio Cesare. La realtà è che Johnson è stato soprattutto vittima di se stesso, La goccia che avrebbe fatto traboccare il vaso è caso Chris Picher, il deputy chef dei tories assunto da Johnson che in stato di ebbrezza ha molestato due uomini in un gentlemen club di Londra. Picher aveva subito un’altra denuncia per molestie qualche anno prima e Johnson al momento di assumerlo ne era al corrente. Ma lo scandalo che più ha logorato la sua immagine pubblica è senz’altro quello del partygate, la serie di feste e festini organizzati a Downing street durante la fase più dura del lockdown. Dal rapporto dell’alta funzionaria Sue Gray sono emersi dettagli imbarazzanti, testimoni che parlano di decine, forse centinaia di invitati ubriachi fradici, di diverbi verbali ad alta voce, comportamenti aggressivi e volgari nei confronti degli impiegati e del personale di sicurezza. Mentre i britannici erano confinati in casa il loro premier organizzava party libertini: «Le feste erano così affollate che in molti erano seduti sulle ginocchia degli altri invitati». A peggiorare il quadro la strategia difensiva di Bo-Jo, ha sempre negato le accuse e quando ha dovuto arrendersi all’evidenza ha minimizzato le proprie responsabilità. Quasi tutti i media insistono sul quanto i comportamenti inappropriati di Johnson abbiano scavato la fossa politica in cui è caduto. Ma ci sono anche elementi più concreti e materiali che hanno contribuito all’implosione del governo. Su tutti la crisi economica che comincia a mordere la società britannica. L’inflazione, schizzata al 9,1% è infatti la più alta degli ultimi quarant’ anni, la più elevata tra i Paesi membri del G7, con la banca di Inghilterra che ha fissato al 10% la soglia critica, dopo sarà crisi. Allo stesso tempo i prezzi dell’energia aggravati dalla crisi ucraina sono destinati a funestare le bollette di luce e gas già a partire dal prossimo ottobre. L’idea che la Brexit avrebbe magicamente liberato l’economia britannica dalla zavorra dell’Unione europea inaugurando una fase di nuova prosperità si è rivelata per quello che era: un’illusione. Illusione pagata a caro prezzo. L’uscita dal mercato europeo per il momento ha soltanto contribuito a ridurre il potere d’acquisto dei lavoratori d’oltremanica e all’aumento del prezzo dei generi alimentari di circa il 7%, mentre la sterlina è precipitata al minimo sul dollaro da marzo 2020 a causa dei continui attacchi speculativi e dell’instabilità politica. Anche il debito pubblico è in netta crescita. Parallelamente tutti i sondaggi indicano che la fiducia dei consumatori nel Regno Unito è scesa al livello più basso degli ultimi 48 anni, ossia dalla crisi energetica del 1974 quella delle domeniche a piedi, un sfiducia e un pessimismo superiori addirittura a quando nel 2008 scoppiò la recessione mondiale per la crisi dei mutui subprime.