E così la versione originale dell’appello di Venice4Palestine non comparivano i nomi di Gerard Butler e Gal Gadot.

Sono stati aggiunti dopo, furtivamente, quando le 1500 personalità del mondo della cultura lo avevano già firmato. Nessuno di loro aveva dunque sottoscritto per l’esclusione dalla Mostra del cinema dei due attori, accusati pubblicamente di connivenza con il governo Natanyahu e con i massacri commessi dall’Idf nella Striscia di Gaza.

È stato il regista Carlo Verdone a denunciare il trappolone: «Mi hanno messo in mezzo, mi ha chiamato Silvia Scola chiedendomi se volevo firmare un appello contro quello che sta accadendo a Gaza che va condannato in ogni forma, ma solo in un secondo momento i promotori hanno inserito i nomi di Butler e Gadot. Ma io non sono d’accordo nell’escludere gli artisti, non lo sono neanche per i russi noi non siamo il tribunale dell’inquisizione. Un festival è un tavolo di confronto, di tolleranza e di libertà. Questo invece significa censurare».

Pare che anche Toni Servillo si sia arrabbiato non poco per il tranello e probabilmente molti altri firmatari che pensavano di aderire a una petizione di solidarietà con il popolo palestinese e non a una lista di proscrizione.

Insomma le ruvide polemiche di questi giorni sul grado di “sionismo” di Butler e Gadot, sulla distinzione tra governi e artisti, sulla pertinenza di boicottaggi e censure sono state alimentate da un espediente da prima liceo (pensavano di non venire scoperti?), da un sotterfugio cialtrone.

Viene da chiedersi se è davvero questo il livello di responsabilità della nostra “società civile” e dei nostri intellettuali, capaci di trasformare l’impegno per una giusta causa in una puerile commedia degli inganni per poi venirne travolti.

La questione palestinese ha bisogno di difensori seri e credibili e non di manipolatori di bassa lega.