Intervenire sulle misure cautelari, come prospettato dal ministro della Giustizia Carlo Nordio, non è la soluzione per ridurre il sovraffollamento carcerario. A confermarlo, dopo l’intervento sul Dubbio dell’ex procuratore di Milano Edmondo Bruti Liberati, è Mauro Palma, già Garante nazionale per le persone private della libertà. «Contenere il più possibile la custodia cautelare è secondo me un elemento di civiltà giuridica - spiega Palma al Dubbio -. Ridurla ai casi di estrema necessità è comunque un elemento valoriale da tenere presente, ferme restando tutte le garanzie. Ma che questa misura incida in maniera significativa sul sovraffollamento non è vero».

Una delle cause principali del sovraffollamento, secondo Palma, è la costruzione, nel corso degli anni, di reati “endocarcerari”, cioè violazioni commesse all’interno del carcere e che avrebbero potuto essere gestite attraverso procedure disciplinari. A ciò si aggiungono le condizioni difficili e spesso inumane degli istituti di pena, che favoriscono episodi sempre più gravi. «L’intervento dovrebbe partire da qui: sulla scelta di contenere le misure penali in un sistema di esecuzione penale che deve prioritariamente reggere sulla capacità di garantire all’interno sicurezza e disciplina, ma con regole interne di tipo disciplinare», spiega Palma.

Le persone in attesa di giudizio sono attualmente circa 9.000, secondo i dati ufficiali del Dap, un numero alto ma in diminuzione rispetto a ottobre 2022, quando il governo si è insediato. «Da ottobre 2022 al 31 luglio 2025, stando agli ultimi dati, i detenuti sono aumentati di 6.344 unità - aggiunge Palma -. Significa che su mille giorni di governo Meloni ogni giorno sono entrate in carcere sei persone e mezzo. Nello stesso periodo, il numero di posti è aumentato di 126. Questo ci dice che c’è stato un aumento enorme, ma non a causa della custodia cautelare». Un altro dato significativo riguarda l’età dei detenuti: dieci anni fa, quelli con più di 50 anni rappresentavano il 32,6% del totale, oggi sono il 42,3%. «Il problema non è sulle entrate sottolinea Palma - ma nel fatto che in carcere si sta sempre di più per una serie di fattori. Faccio un esempio: nell’ordinamento è stato introdotto il reato di detenzione dei telefonini in carcere. Prima era un’infrazione disciplinare, oggi è punito con due anni di pena. I telefonini, però, non sono diminuiti, anzi, ogni giorno abbiamo notizie del loro dilagare. Ma averlo fatto diventare reato ha prodotto una maggiore permanenza in carcere». Insomma, la solita storia: introdurre nuovi reati non è un deterrente, ma un semplice atto simbolico. E si attendono ancora gli effetti del decreto sicurezza, che, tra le altre cose, ha trasformato anche le proteste passive in carcere in reato, contribuendo ad aumentare ulteriormente la permanenza dei detenuti negli istituti di pena.

Un altro elemento del dibattito pubblico riguarda i suicidi, che secondo Nordio non sarebbero collegati al sovraffollamento. «È vero che il sovraffollamento non determina direttamente i suicidi in termini di causa- effetto - spiega Palma -, ma c’è una correlazione molto forte. Riduce le attività e aumenta le tensioni, perché spesso non ci sono spazi sufficienti per le persone. Chi è emotivamente fragile vive in un mondo distante dalla propria realtà, e questo può favorire il suicidio». Quanto alle possibili soluzioni immediate per ridurre la pressione sugli istituti - escludendo la possibilità che si opti per un provvedimento di indulto - Palma suggerisce tre interventi concreti. «Possiamo avviare un dibattito, essere d’accordo o meno con la prospettiva del ministero di costruire nuove carceri - sottolinea - ma per realizzare questi progetti serve intervenire nell’immediato». Il primo passo sarebbe un provvedimento analogo a quello adottato durante il Covid, ma più flessibile, per chi ha un residuo di pena fino a 18 mesi, affinché sia concessa la detenzione domiciliare, «ovviamente con le dovute cautele a seconda dei reati, ma facilitando anche la modalità di azione per la magistratura di sorveglianza». Il secondo provvedimento riguarda i senza fissa dimora, per estendere tale possibilità anche a chi non ha casa, «concordando immediatamente, con i Comuni, la possibilità di fornire alloggi formali per garantire questi 18 mesi di detenzione domiciliare, strutture anche di controllo, ma di responsabilità comunale, in collaborazione con le associazioni». Il terzo provvedimento riguarda i cosiddetti “liberi sospesi”, persone che hanno avuto la sospensione della pena e attendono una misura alternativa. «Sono circa 100.000 persone, che rappresentano un lavoro enorme per la magistratura. Bene, se una persona ha ottenuto la sospensione di una pena breve e per un congruo numero di anni, mettiamo cinque, non ha commesso alcun reato, quella pena dovrebbe essere estinta». Questi tre passi, conclude Palma, «possono dare un po’ di respiro, permettendo di realizzare anche i progetti di diversificazione con le comunità, con tutto quello di cui parla il ministro, ma che oggi non ha possibilità di realizzarsi a causa dei numeri attuali».