Non è come per il taglio delle ferie o la riforma della responsabilità civile. Questa volta, per le toghe, la misura è colma. E l'unica soluzione possibile è quella di proclamare una giornata di sciopero se non ci saranno modifiche al decreto legge con cui il governo ha deciso martedì scorso di prorogare di un anno il trattenimento in servizio dei vertici della Corte di Cassazione e delle altre magistrature superiori.Questa la cronaca di una giornata convulsa per la magistratura italiana. Di quelle che non si vedevano dai tempi dei governi berlusconiani. Erano trascorse poche ore dall'approvazione del decreto con cui l'esecutivo garantiva a circa 30 alti magistrati che sarebbero dovuti andare in pensione quest'anno, fra cui il presidente e il procuratore generale della Corte di Cassazione, di rimanere invece in servizio fino al 31 dicembre 2017, che Area, la corrente progressista della magistratura, diramava un comunicato stampa di fuoco in cui si esprimeva "sconcerto" per quanto accaduto. «Una proroga inutile e foriera di gravi ingiustizie, disposta con un decreto legge di dubbia costituzionalità, privo dei requisiti d'urgenza, che esautora il Parlamento e lo stesso Csm». E poi: «Il governo interviene in spregio alla contraria opinione espressa dalla magistratura associata, in tutte le sue componenti, ed appare come un rimedio improvvisato ed inutile - a beneficio di pochi - ad una riforma attuata nel peggiore dei modi, facendo inutile sfoggio di una logica di vuoto rinnovamento».A stretto giro, arrivava anche la nota di Magistratura indipendente, la corrente che riunisce le toghe più conservatrici, in cui si evidenziava come questa proroga fosse percepita come un provvedimento «ad personas, con conseguente appannamento dell'immagine e dell'indipendenza della magistratura». Un provvedimento di fatto inutile e che non risolve il problema della scopertura degli organici.Nel sottolineare gli aspetti di incostituzionalità del decreto veniva richiesto «un Plenum straordinario e un incontro urgente con il Capo dello Stato».Anche l'Anm, nel caos che si stava creando, dopo una iniziale fase di attesa, inviava un proprio comunicato in cui si sottolineava come il governo oltre a «dimostrare una scarsa lungimiranza nella politica giudiziaria, produce chiare situazioni di disparità di trattamento, viziate da profili di illegittimità costituzionale, che saranno certamente fatti valere da chi non beneficerà della norma». Ribadendo, poi, che «per la prima volta nella storia repubblicana, si crea la distinzione, peraltro decisa dall'esecutivo, tra magistrati di serie A e magistrati di serie B, trattandosi di un provvedimento che, come tutti gli atti legislativi destinati a pochi, pone in essere un grave vulnus costituzionale, auspicando un immediato ripensamento nell'interesse dell'intera magistratura, disorientata e quantomeno sdegnata da questa politica dei due pesi e due misure, e di tutti i cittadini, i quali con difficoltà comprenderanno le ragioni di questa scelta».Il colpo finale era, però, di Aldo Morgigni, il componente togato di Autonomia&Indipendenza. La corrente del Presidente dell'Anm Piercamillo Davigo. Il quale richiedeva al comitato di presidenza del Csm di fissare un Plenum straordinario, proponendosi fin da subito come relatore della pratica, in cui «esprimere l'incostituzionalità di questo decreto con cui il governo, di fatto, oltre a "scegliersi" i vertici della Cassazione si era scelto anche i membri di diritto del Csm».Insomma, uno scontro durissimo che vede il sindacato dei magistrati e una fetta dei togati del Csm sulle barricate. Nei prossimi giorni si capirà se a Matteo Renzi, per salvare per un anno ancora dalla pensione alcuni alti magistrati, converrà avere contro tutta la magistratura. Sempre che il presidente Sergio Mattarella decida di non firmare il decreto.