Pubblichiamo di seguito la relazione integrale del presidente del Consiglio Nazionale Forense Francesco Greco in occasione della cerimonia di inaugurazione dell’anno giudiziario 2024 del Cnf. 

Il mondo della giurisdizione sta profondamente cambiando, con disagio per gli avvocati e smarrimento dei cittadini, nei quali è ormai diffuso un sentimento di lontananza dalla funzione giudiziaria.

Quella funzione che ormai, da più parti, viene definita “servizio giustizia”, così manifestando una visione minimalista, quando invece è una tra le più importanti “funzioni” che uno Stato democratico deve assicurare ai cittadini, alle imprese, agli investitori nazionali ed internazionali. Una funzione molto alta ed essenziale, perché attraverso essa si riaffermano la supremazia dello Stato, i principi di democrazia, di libertà, di sicurezza dei cittadini, di uguaglianza, principi tutti che trovano nella Costituzione il loro fondamento.

La Giustizia, proprio in quanto rivolta ad assicurare il rispetto delle leggi, non può che essere esercitata dallo Stato in forma pubblica e non è ipotizzabile una Giustizia affidata ai privati. Ciò, ovviamente, a prescindere dall’importante rilevanza dalle forme alternative di risoluzione delle controversie, quali la mediazione, la negoziazione e gli arbitrati, che sono strumenti con cui le parti, quando si verte in diritti disponibili, cercano un rimedio al di fuori della giurisdizione, alla quale comunque si rivolgono qualora non riescano a trovare una composizione extragiudiziale del loro contrasto.

Da tempo, però, come dicevo, ha preso piede una visione minimalista della funzione Giudiziaria, una visione che porta tanti a parlare di “servizio giustizia”. Tale visione minimale ha inciso sul piano del rispetto dei principi di efficienza della Giustizia, sul piano del rispetto del fondamentale principio della certezza del diritto, della coerente e razionale interpretazione delle norme, al punto da fare assurgere la giurisprudenza - secondo alcuni autorevoli autori (Lipari N. Il diritto civile tra legge e giudizio, Giuffrè, 2017) – ad una funzione surrogatoria del legislatore come fonte del diritto; al punto da portare il legislatore, a conferma di quanto sostenuto da quella parte della dottrina di cui ho detto, ad inserire nel codice di procedura civile una norma (art. 360 bis cpc) che dispone che il ricorso è inammissibile se la difesa ha seguito una linea contraria alla giurisprudenza della Cassazione; al punto da portare il legislatore ad incidere sul contenuto degli atti giudiziari, intervenendo sul numero di battute o di parole che un atto difensivo può avere.

A questa invasione di campo del legislatore sul contenuto delle nostre difese non ci siamo piegati e non ci piegheremo. Sinteticità e chiarezza devono costituire le linee maestre cui devono essere ispirate le nostre difese, ma non si può tollerare alcuna sanzione per l’avvocato che per sviluppare la linea difensiva, talvolta per la complessità del caso, rediga un atto più lungo dell’ordinario, come invece è già accaduto innanzi qualche tribunale italiano e come è ripetutamente accaduto dinnanzi la giurisdizione amministrativa.

In questo contesto confuso, difficile, caratterizzato da riforme accavallatesi l’una sull’altra, in tutti i Tribunale d’Italia si è diffuso il ricorso ai protocolli di udienza, per cercare di dare un senso pratico a norme processuali troppo spesso difficilmente applicabili. I protocolli, però, non possono essere il rimedio alla farraginosità delle leggi, anche perché non si può pretendere né immaginare che gli avvocati di tutta Italia conoscano i protocolli stilati localmente nei vari tribunali.

L’ultima riforma, comunemente chiamata “Riforma Cartabia”, ha reso abissale la distanza del processo dai cittadini (rectius dagli avvocati, che dei cittadini sono i rappresentanti anzi, preciso, i procuratori, e noi giuristi sappiamo cosa significhi essere procuratore di una persona, fisica o giuridica). La riforma del processo penale, fin dai primi effetti, ha destato grandi problemi: la prevista entrata in vigore del processo penale telematico, in assenza di adeguamento dell’organizzazione degli uffici giudiziari e della preventiva verifica se gli uffici fossero pronti, ha provocato significativi disagi, al punto da portare il Consiglio Superiore della Magistratura, appena lo scorso marzo, a pronunciarsi in modo allarmato sulle ricadute negative che l’entrata in vigore del ppt può che avere nel contesto organizzativo attuale dei tribunali italiani.

Per non dire, poi, della previsione, inserita nel codice di procedura penale, al comma 1 quater dell’art. 581, che afferma: Nel caso di imputato rispetto al quale si è proceduto in assenza, con l'atto d'impugnazione del difensore è depositato, a pena d'inammissibilità, specifico mandato ad impugnare, rilasciato dopo la pronuncia della sentenza e contenente la dichiarazione o l'elezione di domicilio dell'imputato. Questa norma finisce, di fatto, col precludere ai meno abbienti, agli emarginati, ai deboli, la possibilità di appellare la sentenza di condanna di primo grado.

Si tratta - quelli che il legislatore ha chiamato “assenti” - quasi sempre di persone che in primo grado non sono state in condizione di dotarsi di un difensore di fiducia e per questo ne hanno avuto assegnato uno d’ufficio, in base all’art. 24 Cost., il quale, pur con ogni impegno e diligenza, raramente riesce anche solo a comunicare con loro.

Queste persone, non abbienti, deboli, “assenti” nel processo di primo grado, incapaci di dotarsi di un’efficace difesa durante il lungo tempo delle indagini e del dibattimento, molto difficilmente si troveranno in condizione di conferire, nei tempi brevi per proporre l’impugnazione, un regolare e speciale mandato ad un difensore per l’appello. A costoro sarà riservato un solo grado di giudizio e rimarrà loro preclusa ogni possibilità di rivedere la condanna di primo grado.

Ciò, chiaramente, in palese violazione dell’art. 24 Cost., che sancisce (comma 2) che La difesa è diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento e (comma 3) che Sono assicurati ai non abbienti con appositi istituti, i mezzi per agire e difendersi davanti ad ogni giurisdizione.

Nel processo civile l’abuso, consentito, della trattazione scritta ha avuto effetti negativi senza che ci sia stato, almeno ad oggi, alcun miglioramento nella qualità della giurisdizione, della efficienza della giurisdizione, di risultati positivi della giurisdizione. Le sezioni civili dei tribunali italiani si sono svuotate ed i cittadini hanno perso consapevolezza di come viene amministrata la giustizia.

Il sacrificio dell’oralità non è privo di conseguenze: non è indifferente che il Giudice decida la causa soltanto leggendo gli atti, senza avere mai incontrato, visto od ascoltato le parti e neanche i loro difensori. L’abuso – perché di questo si tratta – del sistema della trattazione scritta nel processo civile, colpisce direttamente il contradditorio ed il diritto di difesa. Credo che si possa affermare che oggi il principio costituzionale del giusto processo, di cui all’art. 111 Cost., nel nostro sistema processuale sia un miraggio.

Le riforme dei codici di rito non servono ed anzi sono inutili: ce lo insegnano quasi venti anni di storia della giurisdizione italiana, in cui si sono susseguite riforme su riforme, che hanno avuto solo l’effetto di rendere difficile, come un percorso ad ostacoli, l’accesso alla Giustizia, in violazione all’art. 3 Cost., che prevede che la Repubblica rimuove gli ostacoli di ordine economico e sociale, e mi sento tra questi di potere inserire anche giuridico, che limitano la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impedendo il pieno sviluppo della persona umana e del già richiamato art. 24 Cost., che dispone che tutti possono agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e interessi legittimi e che la difesa è diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento, assicurando ai non abbienti i mezzi per agire e difendersi davanti ad ogni giurisdizione.

È urgente intervenire sul numero dei magistrati in servizio, unico strumento per rendere la giustizia celere e Giusta. Apprezziamo molto le dichiarazioni del Ministro della Giustizia sulla necessità di provvedere all’aumento del numero dei magistrati, anche se mi permetto di manifestare qualche perplessità sulle ipotesi di cui si è parlato di reclutamento straordinario. Auspichiamo, invece, che vengano banditi nuovi concorsi, questo sì in modo straordinario, eliminando l’autografia degli elaborati e prevedendo l’uso di computer per la scrittura dei compiti, onde accelerare i lavori delle commissioni giudicatrici e consentire agli aspiranti di poter scrivere direttamente a video, come oggi facciamo tutti.

I nuovi concorsi avranno un tempo di definizione più lungo rispetto al reclutamento straordinario, ma riteniamo che i magistrati vadano selezionati con un unico sistema. I dati dell’ultimo rapporto pubblicato dal CEPEJ, la Commissione europea per l’efficienza della giustizia del Consiglio d’Europa, vedono l’Italia agli ultimi posti delle classifiche europee. Si tratta di una indagine statistica non solo sui 27 Stati dell’Unione Europea, ma sui 44 Paesi che geograficamente fanno parte del continente europeo. Quello a cui mi riferisco è il rapporto del 2022 e siamo in attesa della pubblicazione del rapporto per l’anno 2023, le cui prime notizie, tuttavia, non sembrano indicare miglioramenti rispetto all’anno precedente.

In Italia, rileva il CEPEJ, abbiamo 11,86 giudici professionali ogni 100.000 abitanti, a fronte della media dei 44 Paesi europei ove invece ce ne sono quasi il doppio, 22,2 su 100,000 abitanti.

Nel nostro Paese, sempre su 100.000 abitanti, abbiamo 35,76 assistenti giudiziari a fronte dei 56,13 dei Paesi europei, così come abbiamo 3,83 Pubblici ministeri per 100.000 abitanti a fronte degli 11,10 nella media dei Paesi europei.

Tutto ciò si riflette, inevitabilmente, sui tempi medi di definizione dei procedimenti: in Italia, in primo grado, il termine medio di definizione di un processo civile è di 675 giorni e di 498 giorni di un processo penale, a fronte della media dei Paesi europei, ove è di 237 nel civile e 149 nel penale. In appello ed in cassazione la distanza aumenta sino quasi a triplicarsi. Nel civile è di 1026 giorni la durata media di un processo in grado di appello e di 1526 giorni in cassazione: nella media europea è di 177 giorni in appello e172 in cassazione. Nel rito penale, i tempi medi sono di 1167 giorni in un processo di appello e di 237 giorni in cassazione, mentre in Europa sono di 121 giorni in appello e di 120 giorni in cassazione.

Queste differenze tra l’Italia e la media dei Paesi Europei non sono più tollerabili e l’Avvocatura ha il dovere di segnalarlo.

È un dato ormai acclarato che la lentezza della giustizia costa al sistema Paese due punti percentuali in termini di PIL. Eppure il Presidente della Repubblica, in occasione della Sua seconda elezione, nel febbraio del 2022, aveva rivolto al Paese, con fermezza, la richiesta di un “profondo processo riformatore della giustizia, diventata terreno di scontro che ha sovente fatto perdere di vista gli interessi della collettività”, chiedendo nel Suo intervento “…profondo rigore…” per fare recuperare la fiducia nella Giustizia, con il superamento di “logiche di appartenenza” e interessi corporativi.

Mi sembra di poter affermare che il processo riformatore richiesto dal Capo dello Stato non sia stato interpretato nel senso dovuto, alla luce delle riforme approvate che hanno portato ad un allarmante allontanamento della giurisdizione dai principi fondanti del nostro sistema giuridico e dai cittadini. In questo contesto l’Avvocatura e le sue istituzioni hanno un ruolo fondamentale, in attuazione di quella funzione sociale richiamata anche dall’art. 8 della L. 247/2012.

Ma quale sarà la società dei prossimi anni? Quanto inciderà l’evoluzione tecnologica nei rapporti sociali? l’Intelligenza Artificiale costituirà una risorsa per l’umanità o, piuttosto, una compressione del libero arbitrio? È facile dire che nessuna macchina, per quanto sofisticata, potrà mai sostituire la mente umana e ogni scelta dovrà sempre essere fatta dalla persona e mai dagli algoritmi. Sarà davvero così?

Nel campo della Giustizia, per esempio, abbiamo forse la ragionevole certezza che chi dovrà decidere un processo accetterà di farsi carico del peso della decisione, piuttosto che affidare alla macchina intelligente la scelta della soluzione ?

Perché, anche solo prevedere che la macchina intelligente predisponga la bozza di provvedimento, su cui il Giudice può intervenire, costituisce il punto di partenza che invece deve e sottolineo deve nascere, crescere, svilupparsi e consolidarsi solo nella mente del giudice ed essere scritta solo dalla mano del giudice, senza alcun tipo di condizionamento o di interferenza esterna.

E la evoluzione della giurisprudenza, il diritto vivente, l’interpretazione analogica o quella estensiva, il richiamo ai principi generali, la giurisprudenza creativa che fine faranno? Siamo destinati ad una società che, nel mondo del diritto e della giurisdizione, è arrivata al suo apice per cui d’ora in avanti dopo avremo solo decisioni e sentenze fotocopia che si ispirano ai precedenti od all’applicazione algoritmica, matematica, del precedente?

Il diritto non è una scienza esatta: la sentenza è frutto della evoluzione intellettuale della mente del giudice, sulla scorta delle difese degli avvocati, i quali applicando i principi giuridici e le norme di legge al caso concreto portano il giudice alla decisione del singolo caso. Sarà ancora così, oppure il diritto diverrà una scienza esatta, la scienza esatta del precedente?

Per questo noi avvocati, consapevoli che l’intelligenza artificiale costituisce una grande opportunità per il genere umano, chiediamo che nel campo della giustizia la macchina non sostituisca la mente umana. E perché ciò non accada chiediamo che sia vietato l’uso della macchina intelligente e degli algoritmi per scrivere i provvedimenti giudiziari. A pena di nullità del provvedimento.

Il provvedimento giudiziario, la decisione, la sentenza, l’ordinanza dovranno sempre essere il frutto della mente del Giudice, privo di ogni tipo di inquinamento esterno. La macchina intelligente non potrà predisporre neanche la bozza di provvedimento su cui il giudice deve lavorare, perché la bozza presuppone già una scelta sulla soluzione del caso concreto e, comunque, influenza il lettore, anche se qualificato.

Parliamo di diritti, non di merce, come affermava qualche anno fa il titolo di un congresso forense. In questo contesto occorre che l’Avvocatura sia capace di gestire i cambiamenti sociali, presentandosi in modo autorevole e ponendosi come punto nodale della tutela dei diritti.

E parlando di diritti non posso non rivolgere una forte, fortissima sollecitazione ai componenti del Governo e del Parlamento oggi presenti, perché si intervenga in modo deciso e risoluto per la sicurezza sul lavoro e si ponga fine alla strage di lavoratori che ogni giorno perdono la vita sul luogo di lavoro.

1208 morti nel 2022, 1041 nel 2023 e già 45 alla data del 6 marzo 2024. Stragi come quella di Suviana, in una azienda ancora a prevalente partecipazione pubblica non devono accadere.

Si tratta di civiltà, di diritti, di etica, di libertà, la libertà di ogni lavoratore di svolgere il proprio lavoro in sicurezza.

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Tornando ai temi dell’Avvocatura segnalo che abbiamo iniziato un percorso, arduo ma importante, per la riscrittura della nostra legge professionale.

In attuazione della delibera approvata lo scorso dicembre al Congresso Nazionale Forense, è stato costituito un tavolo di lavoro, composto da tutte le rappresentanze dell’Avvocatura: dal Consiglio Nazionale Forense, dalla Cassa Forense, dall’Organismo Congressuale Forense, dai Consigli dell’Ordine distrettuali, dalle Unioni Regionali Forensi, dalle Associazioni forensi maggiormente rappresentative.

Insomma tutte le componenti, che per la scrittura del testo si confronteranno con tutte le ulteriori articolazioni istituzionali dell’Avvocatura: i Comitati Pari Opportunità, i Consigli Distrettuali di Disciplina, i 140 Consigli degli Ordini circondariali.

Il compito che è stato affidato al tavolo delle riforme è quello di riscrivere la nostra legge professionale, affrontando tutti i temi più delicati, a partire dalla formazione dall’universitaria dei giovani giuristi per accompagnarli fino alla fase di accesso alla professione; al tema delle modalità di esercizio della professione di avvocato, al regime delle incompatibilità, ai tipi di aggregazione professionale in associazioni o società tra avvocati, alla formazione ed alla specializzazione, da rivedere entrambe in modo che costituiscano realmente una forma di qualificazione professionale, alla deontologia ed al procedimento disciplinare. Senza dimenticare anche le forme di rappresentanza, il Congresso forense, gli organi istituzionali.

Insomma, un nuovo ordinamento forense, predisposto guardano alla società del futuro e di un ceto forense protagonista del futuro. Porteremo alla politica, al Governo, al Parlamento il nostro progetto di legge, il progetto dell’Avvocatura unita e chiederemo che come tale venga tradotto in legge dello Stato. In questo contesto generale il Consiglio Nazionale Forense è impegnato su molti fronti.

Sulla diffusione della cultura della legalità nei giovani: abbiamo stipulato un protocollo con il Ministero dell’Istruzione e del Merito, che prevede il nostro inserimento nei percorsi educativi delle scuole per trasmettere ai ragazzi in età scolastica i valori dei diritti civili, ma anche degli obblighi che ciascun cittadino deve rispettare, il senso dello Stato, il valore della nostra Nazione, il rispetto per l’Autorità costituita, il rispetto dei diritti altrui, la non violenza, la tolleranza, la solidarietà, la non discriminazione e tutti i valori su cui si fonda la nostra Costituzione.

Il Consiglio Nazionale Forense è molto impegnato anche sul piano della formazione degli avvocati, per innalzare sempre di più il livello qualitativo, già eccellente, degli avvocati italiani. Abbiamo affrontato il tema del sovraffollamento carcerario, stipulando un protocollo con il Garante dei Detenuti e visitando anche le carceri italiane.

Ci siamo occupati della emergenza umanitaria della migrazione, visitando alla guida di una delegazione di avvocati di ben 9 Paesi dell’Unione europea, il centro di accoglienza di Lampedusa. La migrazione dei popoli più poveri non è un problema che riguarda solo l’Italia e per questo abbiamo voluto guidare una rappresentanza delle avvocature europee.

Monitoriamo costantemente il tema degli avvocati in pericolo nel mondo, che vengono perseguitati solo perché svolgono il loro lavoro di difensori ed abbiamo inviato osservatori nei Paesi ove gli Avvocati sono messi sotto processo, per vigilare che vengano rispettati i diritti fondamentali riconosciuti nei trattati.

Abbiamo incontrato rappresentanti degli Ordini degli avvocati ucraini, palestinesi, israeliani. Siamo presenti in moltissime commissioni ministeriali e di ciò ringrazio il Ministro: siamo nell’osservatorio sull’equo compenso ed a tal fine abbiamo approvato la modifica del Codice Deontologico Forense, regolando la condotta dell’avvocato per il corretto comportamento in base alle disposizioni della L. 49 del 21 aprile 2023.

Siamo stati nella commissione del Ministero della Giustizia per la riforma dell’Ordinamento giudiziario e siamo Commissione Europea e del Consiglio d’Europa per la convenzione a tutela della professione di avvocato. Siamo nella commissione per la riforma del processo penale, nella rete europea in materia civile e commerciale, nel tavolo di lavoro sui diritti delle persone deboli, nel gruppo di lavoro per il monitoraggio e l’implementazione degli interventi tecnico - informatici per l’operatività del processo penale telematico, nella commissione Europea a tutela della professione di avvocato, istituita presso il Consiglio d’Europa.

Sul piano disciplinare, quale organo di secondo grado in materia disciplinare nel 2023 abbiamo tenuto 28 sedute ordinarie e 13 straordinarie, per un totale di 41 sedute, esaminando e decidendo 475 e già depositato 350 sentenze.

Il Consiglio Nazionale Forense si sta impegnando in una grande attività e per questo ringrazio particolarmente e calorosamente i colleghi Consiglieri Nazionali per il grandissimo impegno e l’abnegazione, insieme ai componenti del nostro ufficio studi ed a tutti il personale amministrativo. Stiamo cercando di dare all’Avvocatura il ruolo che merita nella società moderna ed agli avvocati il riconoscimento dell’importanza della funzione sociale che svolgiamo.

Il Consiglio Nazionale Forense è impegnato in numerose attività a favore degli avvocati e tra le altre, presso il MEF, quella relativa alla proposta di un regime fiscale di favore per incentivare le modalità collettive di esercizio della professione forense (associazioni professionali, società tra professionisti) e per conciliare i principi di tema obblighi di segnalazione con il segreto professionale dell’avvocato.

Stiamo lavorando per ampliare il raggio di attività degli avvocati nel settore extragiudiziale: mi riferisco al settore dei contratti pubblici, alla crisi di impresa, alla certificazione di parità delle imprese, che costituiscono settori in cui la consulenza forense può avere un grandissimo spazio di intervento.

In nostro impegno è per migliorare le condizioni d’esercizio della professione forense degli avvocati italiani, non solo nell’ambito del processo quanto anche fuori del processo, essendo certi che una avvocatura indipendente, autonoma, libera, forte, non condizionata nel suo operare e non mortificata sul piano economico e reddituale non può che contribuire a costruire una società migliore.