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La procura generale: «Niente risarcimento per Stefano Binda»

L'uomo ha passato 1268 giorni in galera da innocente per l'omicidio di Lidia Macchi, ma per le toghe non andrebbe risarcito, in quanto si è avvalso della facoltà di non rispondere
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La procura generale ha fatto ricorso contro il risarcimento di 300mila euro per ingiusta detenzione stabilito per Stefano Binda, 54 anni, accusato e assolto di essere l’omicida di Lidia Macchi, la 21enne trovata morta nel gennaio 1987, violentata e accoltellata, a Cittiglio (Varese). Secondo la pg, infatti, «con i suoi silenzi» Binda avrebbe «contribuito all’errore sulla sua carcerazione», come  riporta oggi il Corriere della Sera.

Una questione giurisprudenziale di rilievo, dato che «il fatto che Binda si fosse avvalso più volte della facoltà di non rispondere è un diritto dell’indagato» e perché la «recente normativa sulla presunzione d’innocenza ha ribadito che tale condotta non incide sulla riparazione per ingiusta detenzione».

Ma la Procura generale, sulla base di un verdetto di quest’anno della IV Sezione della Cassazione, ritiene che «la condotta mendace» negli interrogatori costituisca «condotta fortemente equivoca» tale, evidentemente, da creare concorso nell’errore. Binda è stato condannato all’ergastolo in primo grado nel 2018 a Varese, poi sia in Appello sa in Cassazione è stato assolto nel merito. In carcere ha trascorso circa tre anni e mezzo.

Il caso Lidia Macchi

L’omicidio di Lidia Macchi fu commesso il 5 gennaio 1987 vicino a Cittiglio. Lidia, che aveva 20 anni, era stata a trovare un’amica in ospedale. Il suo corpo, martoriato da numerose coltellate, venne ritrovato in un boschetto della zona due giorni dopo. Dopo quasi 30 anni di stallo, l’inchiesta sull’omicidio arriva a un punto di svolta il 15 gennaio 2016. Binda, 49enne, di ambienti vicini a Comunione e Liberazione, viene arrestato con l’accusa di omicidio volontario aggravato. Alla base dell’arresto, un confronto calligrafico tra la scrittura dell’indagato e quella di una lettera anonima recapitata alla famiglia Macchi il 10 gennaio 1987, giorno dei funerali di Lidia.

 

L’ergastolo, poi l’assoluzione

 

Il 24 aprile del 2018, il processo di primo grado a Varese si conclude con la condanna all’ergastolo di Binda: secondo i giudici della Corte d’assise l’imputato uccise Lidia Macchi “per procurarsi l’impunità dal reato di violenza sessuale su di lei commesso”. Un verdetto, questo, che viene ribaltato dalla Corte d’assise d’appello di Milano il 24 luglio 2019, quando Binda viene assolto e, quindi, scarcerato. I giudici di secondo grado, nelle motivazioni della loro sentenza, parlano di “vero e proprio deserto probatorio”.

 

«Un incubo ad occhi aperti»

 

«È un incubo che ho vissuto ad occhi aperti. Altri forse hanno dormito, quel sonno della ragione che produce mostri», ha dichiarato Binda al nostro giornale dopo la decisione della Cassazione. L’uomo ha attraversato l’inferno. E ne è uscito, cinque anni dopo un arresto che più ingiusto non si può. Dal 2016 al 2021, mezza Italia è stata convinta che fosse lui l’assassino di Lidia Macchi. Ma il delitto è rimasto senza colpevole.

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