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Carcere, il governo cade e siamo all’ennesima riforma incompiuta

La storia si ripete. Si attendevano i decreti legislativi della riforma Orlando ma il presidente del Consiglio Gentiloni si dimise. La ministra Cartabia aveva il carcere tra le sue priorità, ma non se ne è fatto nulla
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Ancora una volta svanisce la possibilità di cambiare in meglio il sistema penitenziario. È già accaduto con la riforma Orlando, quando mancava il via libera ai decreti legislativi per l’attuazione della riforma dell’ordinamento penitenziario. L’allora presidente del Consiglio Paolo Gentiloni si dimise e tutto si vanificò. Il governo Conte, quello pentastellato, approvò la riforma snaturandola dei contenuti decisivi. Ma anche con il governo Conte due, quello demostellato, non ci fu alcun cambiamento. Tutto rimase immutato: infatti quando arrivò la pandemia, fu la scintilla che scoperchiò il vaso di pandora delle carceri italiane, tanto da provocare delle rivolte senza precedenti con tanto di morti e pestaggi.

La ministra Cartabia creò una commissione per elaborare una proposta

Poi è arrivato il governo Draghi, e la neo ministra della Giustizia Marta Cartabia promise che avrebbe reso le carceri vicino al dettato costituzionale, indicando la giustizia riparativa e l’allargamento delle pene alternative come pilastri fondamentali. Così come creò una commissione di lavoro presieduto dal giurista Marco Ruotolo tanto da elaborare una proposta innovativa. Ma il governo Draghi cade e tutto svanisce. L’eterno ritorno delle riforme incompiute.

Si chiedeva un decreto carcere con misure deflattive e aumento dell’organico

Eppure, sulle pagine de Il Dubbio avevamo messo in guardia su tale rischio. Aumentano i suicidi in carcere, cresce il sovraffollamento come denunciato dal Garante nazionale delle persone private della libertà e dall’ultimo rapporto dell’associazione Antigone. A questo si aggiunge il discorso sanitario e il problema della salute mentale. Gli stessi sindacati di polizia penitenziaria, come la Uilpa pol. pen., hanno chiesto da tempo un decreto carcere affinché si inseriscano misure deflattive e aumento dell’organico. Senza parlare del Partito Radicale, in particolar modo Rita Bernardini che ha intrapreso, per un lungo tempo, lo sciopero della fame.

Da più parti, principalmente dalla popolazione penitenziaria proveniva un’unica parola d’ordine: “Qui e ora”

La ministra della Giustizia Marta Cartabia, indubbiamente sensibile alla questione penitenziaria e che, senza alcuna ipocrisia, non ha nascosto le criticità nelle quali riversano le carceri, com’è detto aveva messo in campo una commissione che ha elaborato proposte importanti e rivoluzionarie, ma la storia recente ci ha insegnato che le soluzioni a lungo termine rischiano di non concretizzarsi a causa dell’instabilità politica e del populismo penale che caratterizza il nostro tempo. Da più parti, principalmente dalla popolazione penitenziaria (detenuti e detenenti) proveniva un’unica parola d’ordine: “Qui e ora”. Non in un futuro incerto quindi, ma adesso.

I detenuti, a differenza delle rivolte del 2020, hanno intrapreso azioni non violente

Nel corso di questa legislatura, a differenza delle rivolte del 2020, i detenuti hanno intrapreso una battaglia nonviolenta, chiedendo quei piccoli, ma efficaci accorgimenti, che avrebbero permesso di alleggerire la popolazione penitenziaria. Le prime ad attivarsi attraverso lo “sciopero del carrello” e altre forme di disobbedienza, sono state le ragazze della sezione Femminile del carcere delle Vallette di Torino. Lo hanno fatto con determinazione nonostante il silenzio e disinteresse. Finito l’effetto pandemia che, grazie soprattutto al lavoro della magistratura di sorveglianza, aveva contribuito a far diminuire il sovraffollamento, ora gradualmente si rischia di ritornare ai numeri allarmanti. Tutto questo, nonostante sia stato prorogato il decreto Ristori per quanto riguarda licenze premio, permessi premio e detenzione domiciliare.

L’Italia non è un Paese per le riforme, soprattutto penitenziarie

Evidentemente le misure non sono bastate, perché sarebbe servito un decreto ad hoc. Una terapia d’urto che disinneschi il malessere che affligge sia gli operatori penitenziari che detenuti e detenute. Invece si è puntato alla riforma della Giustizia e alla promessa non mantenuta di attuare i punti indicati dalla commissione Ruotolo. La ministra Cartabia aveva detto che a gennaio scorso il carcere sarebbe stato la sua priorità. «Dovrò valutare le proposte contenute nella relazione che la Commissione mi ha consegnato e, sulla base di esse, elaborare con il Dap un piano di azione da proporre su tutto il territorio – ha specificato la Guardasigilli – perché Il carcere ha sterminati bisogni: il mio obiettivo è introdurre cambiamenti molto concreti, che incidano anzitutto livello amministrativo allo scopo di migliorare la vita quotidiana di chi vive e lavora in carcere».

Sono passati sette mesi da allora, ma nulla di fatto. Ora il governo è caduto e qualsiasi formazione futura non farà nulla di innovativo e coraggioso su questo versante. In ogni caso ci sarà la Lega, fratelli d’Italia e il Movimento cinque stelle (con il Pd che tentenna a seconda gli equilibri) che avranno sempre un peso. Senza parlare dei soliti giornali che faranno il cane da guardia del populismo penale. L’Italia non è un Paese per le riforme, soprattutto penitenziarie.

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