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Tensioni, suicidi e sovraffollamento, ma finora nessuna azione concreta

Altri due morti a Milano, cresce la popolazione carceraria, ricominciano le proteste dei detenuti, il personale sanitario scarseggia e il problema della cura mentale è sempre più insostenibile. Nessuna riforma, nessun decreto
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Doppio suicidio al carcere di Milano, incendio provocato dai detenuti a Cremona, scarseggiano medici nelle carceri tanto che la asl locale di Foggia ha dovuto fare un avviso pubblico urgente. Oltre 4000 detenuti in più rispetto alla capienza regolamentare ufficiale. Nel frattempo, secondo i dati raccolti da Ristretti Orizzonti, siamo a 29 suicidi dall’inizio dell’anno.

«Quanto sta avvenendo in queste ore, sperando che si debba fare la conta di danni solo materiali, conferma che la grave emergenza penitenziaria è ancora in atto e che dalle rivolte e dai tredici morti del marzo 2020 la situazione non è affatto cambiata», queste sono state le dure parole di Gennarino De Fazio, segretario generale della Uilpa polizia penitenziaria, quando venerdì sera alcuni detenuti del carcere di Cremona, a causa della mancata somministrazione di uno psicofarmaco, hanno inscenato una protesta appiccando il fuoco alle rispettive celle. Ottanta ristretti sono stati evacuati. Ma sempre venerdì c’è stata la notizia che al carcere milanese di San Vittore due giovani detenuti, uno di 24 anni e uno di 21, si sono tolti la vita in pochi giorni nel settimo reparto della casa circondariale. Notizia data dall’Osservatorio carcere e territorio, di cui fa parte anche Caritas Ambrosiana, sottolineando la crescente presenza nell’istituto milanese di persone affette da disturbi mentali.

UNO DEI DUE SUICIDI ERA IN ATTESA DEL TRASFERIMENTO IN UNA REMS

Uno dei due giovani, il 21enne che si è tolto la vita giovedì 2 giugno, era in attesa del trasferimento presso la residenza per l’esecuzione delle misure di sicurezza (Rems), e nelle settimane precedenti aveva già tentato due volte il suicidio. L’altro, il 24enne, si è invece tolto la vita nella notte di giovedì 26 maggio. Secondo l’Osservatorio, l’intervento di supporto psichiatrico in carcere è totalmente insufficiente perché i servizi per la salute mentale non riescono a garantire continuità terapeutica.

IL PERSONALE PSICHIATRICO NON VA NEL CARCERE DI ARIANO IRPINO

Ma il problema della salute mentale in carcere non è solo una peculiarità di San Vittore, ma generale. Proprio ieri, gli osservatori campani dell’associazione Antigone hanno visitato il carcere di Ariano Irpino (provincia di Avellino), dove sono attualmente ristrette circa 220 persone. Gli osservatori denunciano che il carcere soffre di una grave carenza di personale medico, in particolare, il personale psichiatrico del Dsm di Avellino non si reca in istituto nonostante la presenza di 8 detenuti con diagnosi psichiatrica grave. Quasi la totalità dei detenuti assume ansiolitici blandi. Inoltre, osservano, nessun dirigente sanitario è assegnato alla struttura. Gli osservatori di Antigone sottolineano che il penitenziario si compone di due padiglioni: uno, vecchio e in attesa di ristrutturazione, dove all’interno di alcune celle, ancora in uso, sono visibili macchie di muffa. Il nuovo, di recente fattura, non presenta evidenti problemi strutturali. Soltanto in 4 delle 11 sezioni – tutte di media sicurezza – vige il regime delle celle aperte. Nel reparto di infermeria, composto da cinque celle, sono attualmente ristretti alcuni detenuti con diagnosi psichiatrica e di difficile gestione da parte del personale di polizia penitenziaria.

AVVISO URGENTE DELLA ASL DI FOGGIA PER RECLUTARE PERSONALE MEDICO- SANITARIO

C’è anche l’urgenza del poco personale medico che opera nelle carceri. C’è l’esempio eclatante del carcere di Foggia, tanto che la Asl locale ha pubblicato un «avviso pubblico urgente» per reclutare il nuovo personale di profilo medico- sanitario. In particolare l’azienda sanitaria sottoscriverà contratti per «incarichi provvisori» della durata di 18 ore settimanali. Ma con alcune varianti: ad esempio occorrono medici SIas (Servizio Interno di Assistenza Sanitaria) per 24 ore settimanali; richiesti inoltre specialisti in Psichiatria e con esperienza nel settore delle tossicodipendenze.

La mancanza di medici, stando all’escalation di episodi segnalati negli ultimi tempi, avrebbe acuito lo stato di disagio dei detenuti del carcere di foggia in considerazione dei numerosi episodi di autolesionismo (anche suicidi) registrati nell’ultimo anno e mezzo. Un problema esploso il 9 marzo 2020 quando 72 detenuti evasero dalla Casa circondariale di Foggia dopo la fuga di notizie sui rischi di contagio Covid nelle strutture ristrette che allarmarono sia i ristretti che il personale interno dell’istituto (gli evasi furono poi tutti ripresi e in gran parte trasferiti in altri istituti). La cronaca purtroppo registra negli ultimi tempi ben due suicidi nel carcere foggiano: il 12 maggio un detenuto barese si tolse la vita impiccandosi con una corda rudimentale appesa alla finestra della sua stanza; il 23 aprile un altro detenuto si tolse la vita con le stesse modalità, altri due mesi e avrebbe riconquistato la libertà. Pare che l’uomo soffrisse di disturbi psichiatrici che in carcere non sarebbe stato possibile affrontare.

A FINE MAGGIO I DETENUTI ERANO 54.771 SU UNA CAPIENZA DI 50.859

Nel frattempo, cresce anche il sovraffollamento. Secondo i dati aggiornati a fine maggio, risulta un totale di 54.771 detenuti su una capienza ufficiale di 50.859 posti. Come si è sempre detto, i posti disponibili sono anche di meno, perché il dato sulla capienza non tiene conto di eventuali situazioni transitorie tipo i posti inagibili oppure in via di rifacimento. In tutto ciò c’è da aggiungere l’alto tasso dei suicidi che riguarda anche quest’anno. Ma, finora, nessun intervento legislativo.

Eppure, a fine marzo, la stessa ministra Cartabia, proprio durante un convegno organizzato dai garanti territoriali e la camera penale, ha annunciato che è tempo di operare. Proprio in quell’occasione, il garante regionale e portavoce di quelli territoriali Stefano Anastasìa ha anche offerto una via di uscita: «Tra i mille ristori che la comunità nazionale ha dovuto riconoscere a categorie economiche e gruppi sociali, non è possibile che non si riconosca che la detenzione in pandemia è stata enormemente più dura di quanto non sia normalmente. Questa maggiore sofferenza va riconosciuta con equità dalle istituzioni. Da un anno a questa parte diciamo “un giorno di liberazione anticipata speciale per ogni giorno passato in pandemia”.

In Parlamento ci sono proposte per tornare alla liberazione anticipata speciale già sperimentata ai tempi della condanna europea per sovraffollamento. Sarà l’una, sarà l’altra, o una via di mezzo tra le due, ma non si può non riconoscere che circostanze eccezionali hanno costretto decine di migliaia di persone a pagare più del dovuto il loro debito nei confronti della giustizia. E la giustizia, se vuole essere tale, deve essere capace di riconoscerlo». Ma nulla, tutto è rimasto immutato. Lo stesso sindacalista De Fazio della Uilpa ha osservato senza peli sulla lingua: «Più che le parole, le declamazioni di principio e le passerelle, alla ministra della Giustizia, Marta Cartabia, e al presidente del Consiglio, Mario Draghi, chiediamo fatti concreti, quale l’emanazione di un decreto- legge che affronti l’emergenza e crei le precondizioni per una riforma complessiva che ripensi il sistema d’esecuzione penale, rifondi il Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria e reingegnerizzi il Corpo di polizia penitenziaria».

Per ora, tutto è fermo nonostante mesi fa è stata depositata la relazione della commissione Ruotolo dove offre una rivisitazione complessiva del sistema penitenziario. Ma il tempo scade, e la prossima legislatura potrebbe non avere più tale sensibilità. Il populismo penale è più vivo che mai.

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