Il Dubbio di oggi

Il Dubbio del lunedì

Lo chiamavano “rinvio”. Così Conte ha fatto dell’indecisione uno stile

Giuseppe Conte
Procrastinatore seriale fin dai tempi di Palazzo Chigi, il leader 5S rimane ancora in bilico tra il ramoscello d’ulivo e le barricate
Share on facebook
Share on twitter
Share on linkedin

Giuseppe Conte non ama scegliere. Quando era presidente del consiglio lo definivano “un uomo chiamato rinvio” e proprio la tendenza a posporre ogni decisione difficile è stato il suo principale limite a palazzo Chigi e una delle cause principali della sua defenestrazione. Ora deve scegliere anche se si trova alle prese con un dilemma oggettivamente lacerante.

Mario Draghi, Enrico Letta e soprattutto Sergio Mattarella lo hanno messo in trappola togliendogli la via d’uscita più semplice: quell’appoggio esterno che gli permetterebbe di smarcarsi dal governo senza doversi assumere la responsabilità pesante di provocare la crisi e le elezioni anticipate in uno dei momenti più critici della storia repubblicana. Non è affatto detto che quella strada sia sbarrata davvero. In politica il bluff si usa molto più che ai tavoli da poker. Lo stesso Conte ne sa qualcosa dal momento che la barricata che proteggeva il suo governo era proprio la conclamata determinazione del Pd e a lungo anche del Colle a sciogliere le camere ove il suo secondo governo fosse caduto. Era un bluff e Renzi scelse di andarlo a vedere, ma avendo già costruito l’alternativa Draghi. È il non secondario elemento di cui non dispone il capo dei 5S. In compenso proprio le argomentazioni addotte dal capo dello Stato nel colloquio di mercoledì sera per fermare Conte, la somma impressionante delle difficoltà e dei rischi che incombono sull’Italia, giocherebbero contro la crisi se i 5S passassero all’appoggio esterno. Il governo godrebbe comunque di un ampia maggioranza. Prima di scegliere il salto nel buio per punire Conte ci penserebbe molto più di quanto non sia stato detto e fatto capire nelle ultime 48 ore. Così, forse, le scelte che attendono Conte sono due e la prima è proprio decidere se andare a vedere le carte del Colle e di palazzo Chigi o credere alla minaccia.

Ma questo è poker, non politica, anche se troppo spesso le due logiche si sovrappongono. Dal punto di vista strettamente politico la scelta è tra il restare prigioniero in una gabbia forse dorata, e non è neppure detto, o sfidare una campagna mediatica e politica che lo dipingerebbe come irresponsabile se non addirittura traditore e quinta colonna di Putin. Nella conferenza stampa di giovedì il premier si è affidato al classico “pugno di ferro in guanto di velluto”. Ha riempito i 5S di elogi mielosi, ha definito il loro contributo all’azione di governo «troppo importante per accontentarsi di un appoggio esterno». Ma, tra una sviolinata e l’altra, ha detto persino brutalmente a Conte che non gli è permesso sganciarsi parzialmente dal governo e che ove scegliesse la porta d’uscita il prezzo sarebbero le elezioni.

Dunque, come in ogni dilemma, l’ex premier deve optare tra due scenari entrambi per lui disastrosi: quello in cui resta al governo come ostaggio e quello che lo vedrebbe massacrato politicamente da un coro con pochissime stecche. Le possibilità di trarsi fuori dalla trappola provando almeno a non rimetterci politicamente la pelle sono limitate e difficili. La via maestra passa per lo spostare il terreno del conflitto sul piano delle scelte concrete: sull’accettare il rischio della crisi indicando però come via per evitarla la trattativa sui singoli punti. In particolare sul salario minimo e sul Superbonus evitando lo scontro suicida sulle armi, versante sul quale Draghi può far pesare il vincolo esterno delle scelte della Nato e del G7. Significherebbe sì accettare il rischio di provocare crisi e (forse) elezioni ma a viso aperto e sottraendosi all’immagine di ambiguo guastatore che gli stanno cucendo addosso.

In alternativa Conte potrebbe assicurare che in nessun caso ritirerebbe i suoi ministri invocando però il diritto di impegnarsi in battaglie parlamentari sui punti cardine dell’agenda 5S anche a costo di contrastare le scelte del governo in nome dell’autonomia del Parlamento e chiedendo da subito, formalmente, l’impegno a non esautorare come d’abitudine le Camere, in quei casi, con il ricorso al voto di fiducia. Non è affatto detto che su questioni come appunto il salario minimo o la proroga del Superbonus una battaglia parlamentare, senza il ricatto del voto di fiducia, sia persa in partenza e non sia invece possibile organizzare all’interno della maggioranza un fronte in grado di condizionare l’azione del governo ben più di quanto Draghi abbia sin qui permesso.

In entrambi i casi sarebbe però necessario scegliere una posizione ferma, accettando i rischi che comporta. L’alternativa, per Conte, è rinviare sino alla legge di bilancio in autunno: quando sarà comunque troppo tardi per uscire dalla sfida anche solo limitando i danni.

Ultime News

Articoli Correlati