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Il caso Cloe spacca le correnti delle toghe. Mi contro Md: «Da voi parole pericolose»

I giudici “moderati” attaccano i colleghi “progressisti”: «Mettono a rischio il magistrato che diede torto alla professoressa»
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Il caso Cloe Bianco, la professoressa transgender morta suicida nel bellunese, divide la magistratura. E dopo la presa di posizione di Magistratura democratica, che nei giorni scorsi ha commentato la vicenda criticando la sentenza con la quale, sei anni fa, il giudice Luigi Perina respinse il ricorso della professoressa contro la sospensione di tre giorni inflittale dalla scuola per essersi presentata in aula con abiti femminili, a replicare è Magistratura indipendente, che ha respinto al mittente quelle che, secondo la corrente di destra, sono vere e proprie accuse capaci di mettere in pericolo l’incolumità dello stesso Perina.

«Non possiamo accettare che venga posta una relazione tra quel drammatico epilogo e una decisione giudiziaria assunta da un collega oltre sei anni prima», si legge in un documento licenziato dal direttivo di Mi. Una sentenza, aveva commentato la corrente di sinistra delle toghe, «giuridicamente sbagliata», pur precisando, dalle colonne di questo giornale, di non voler «processare» nessuno, consapevoli delle difficoltà che stanno dietro ogni decisione. L’intento, ha infatti chiarito Elisabetta Tarquini, giudice del Lavoro a Firenze e membro della segreteria di Md Toscana, era quello di «richiamare tutti noi operatori del diritto a questa cultura della diversità – che allora era meno diffusa di adesso e che invece dovrebbe esserlo sempre di più – come nostro dovere professionale, non come opzione ideologica».

Per Mi, però, le accuse di Md sarebbero irricevibili. «Non è in discussione il diritto di critica dei provvedimenti giudiziari, se esercitato nei limiti della continenza e con serietà di argomentazioni, ma la vicenda di personale sofferenza della professoressa Cloe Bianco, culminata in un tragico gesto sulle cui intime e profonde ragioni potremmo a lungo, ma forse inutilmente, interrogarci, avrebbe meritato anzitutto un rispettoso silenzio», si legge in un documento. Secondo il quale la mossa di Md sarebbe stata un «pericolo azzardo», in quanto «potenzialmente in grado di sovraesporre e anche mettere a rischio l’incolumità dei colleghi estensori di difficili provvedimenti, su temi fortemente discussi e contrastati anche nella società civile».

Quello che indigna Mi, però, è anche la scelta di «attaccare» pubblicamente il collega, «sull’onda del clamore mediatico», mentre sarebbe stato necessario, continua il documento, «interrogarci tutti, nelle sedi opportune e con umiltà, se vi sia o meno un problema diffuso di adesione inconsapevole al pregiudizio di genere nell’attività giudiziaria, e mettere a tema questi interrogativi» . ù Pregiudizio sul quale pure Tarquini si è interrogata, evidenziando la necessità «rimanere sempre vigili», dal momento che «gli operatori del diritto fanno parte a loro volta della comunità discriminante».

Per Mi i toni della corrente di sinistra sarebbero però «censori», al punto da richiamare i colleghi alla necessità di «un impegno comune nell’acquisizione di consapevolezza circa la necessità di una formazione interdisciplinare estesa alle scienze psico- sociali, quale prerequisito per affrontare con competenza il lavoro giudiziario, quando involge questioni di genere». Direzione già intrapresa da Mi, da ultimo con il convegno di maggio scorso sul tema “Stereotipi di genere e decisioni giurisprudenziali” in collaborazione con l’osservatorio italiano sulla violenza di genere, «nel quale si è riflettuto sul fatto che il pregiudizio più pericoloso, perchè sotto traccia e spesso inconsapevole, è quello che influisce sulla ricostruzione del fatto, invece che sull’interpretazione della norma. Questo, riteniamo, è il modo migliore per onorare la memoria della professoressa Bianco».

E sul punto, almeno, le due correnti possono dirsi d’accordo: Tarquini, infatti, ha evidenziato l’esigenza di una formazione costante, «anche extragiuridica, perché alcune questioni, come quelle di genere, richiedono delle conoscenze non giuridiche. Inoltre – aveva concluso dobbiamo esercitare una critica fortissima su noi stessi: è dovuta, dato il potere che esercitiamo sulla vita delle persone».

 

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