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«La morte di Cloe richiama noi giudici alla cultura della diversità»

Le toghe di Md intervengono sul caso di Cloe Bianco. Parla Elisabetta Tarquini: «Non esiste un dovere di transizione “decorosa”»
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«La cultura della diversità è un dovere professionale, non un’opzione ideologica». A parlare è Elisabetta Tarquini, consigliere presso la sezione lavoro della Corte d’Appello di Firenze e membro della segreteria toscana di Magistratura democratica, che nei giorni scorsi ha diffuso un documento sul caso di Cloe Bianco. Un documento con il quale la corrente di sinistra delle toghe definisce «giuridicamente sbagliata» la decisione con la quale il giudice Luigi Perina respinse il ricorso della professoressa contro la sospensione di tre giorni inflittale dalla scuola per essersi presentata in aula con abiti femminili. «Non esiste un dovere di transizione “decorosa”», aveva ammonito Md.

Qualcuno vi accusa di aver voluto processare Luigi Perina per la decisione che segnò in qualche modo l’inizio del dramma di Cloe.

Noi non abbiamo nessuna intenzione di processare i singoli o di stigmatizzare singole decisioni. E non è una posizione formale, perché tutti noi giudici prendiamo delle decisioni difficili, in tempi molto rapidi, su questioni spesso nuove. È importante sottolineare un dato, ovvero che la decisione risale ad ottobre 2016: il diritto dell’Unione era molto più avanti rispetto a quello nazionale sulla nozione oggettiva di divieto di discriminazione. Per cui non è necessario accertare la volontà di discriminare, quello che è vietato è l’effetto discriminatorio. Questa affermazione, che è centrale, nell’ordinamento interno è stata fatta propria dalla Cassazione in maniera precisa proprio pochi mesi prima rispetto a quella decisione (Sezioni Unite civili 7951/2016, ndr).

Qual è il senso del documento di Md?

Richiamare tutti noi operatori del diritto a questa cultura della diversità – che allora era meno diffusa di adesso e che invece dovrebbe esserlo sempre di più – come nostro dovere professionale, non come opzione ideologica. Nella nostra nota facciamo riferimento a norme giuridiche, che devono far parte del nostro comune sapere.

Le pronunce citate sono quella della Corte di Giustizia del 1996 e quella della Corte costituzionale del 2017, sulla cui base definite quella di Perina una decisione «giuridicamente sbagliata». Cosa ci dicono queste decisioni? Il Giornale, ad esempio, critica il vostro documento sostenendo che secondo quella stessa decisione della Consulta non basta «il solo elemento volontaristico» per cambiare sesso.

Md ha preso una posizione rispetto ad un fatto specifico: la professoressa Bianco era stata sanzionata disciplinarmente perché si era presentata a lezione con abiti femminili, in quanto aveva inteso manifestare la sua identità di genere. Il giudice non ha messo in discussione la scelta identitaria della persona che realizzava un suo sentire. L’elemento volontaristico non c’entra niente, tant’è che il giudice non ne parla: qui stiamo discutendo del fatto che una manifestazione di identità profonda di sé possa costituire un inadempimento contrattuale. Cosa diversa è quella delle condizioni per cui una persona trasgender possa ottenere, per esempio, la rettificazione del sesso nei documenti d’identità. In quel caso le scelte degli ordinamenti sono molto diverse: in Francia, ad esempio, è sufficiente l’autodeterminazione della persona, nel nostro ordinamento sono invece necessari, attualmente, una serie di cambiamenti fisici che sia per la Consulta sia per la Cedu non devono consistere necessariamente in operazioni che determinano una lesione permanente dell’integrità fisica. Quello che la sentenza della Corte di Giustizia protegge – sin dall’inizio – è il diritto della persona trasgender a non essere discriminata sin dall’inizio del suo percorso, che nella fase iniziale è un modo di rappresentarsi all’esterno per come si è all’interno. Altro discorso è se poi questa identità viene registrata formalmente dall’ordinamento.

Il giudice ha sostenuto che esiste un interesse contrapposto e tutelabile della comunità ad interferire sulle manifestazioni di questa identità.

È questa l’affermazione che contrastiamo: secondo noi questo interesse non c’è. Infatti, non si dice su cosa si fondi. In questo modo si attribuisce alle persone che appartengono ad una minoranza una tutela sostanzialmente apparente, perché mi si dice che il mio diritto all’identità va esercitato in modi “adeguati” alla comunità. Sono curiosa di sapere in che modo sarebbe stato adeguato, per la comunità, rappresentarsi. La Corte costituzionale dice che i doveri di solidarietà non sono della persona diversa rispetto alla comunità, ma della comunità rispetto alla persona diversa. E trovo che sia una bellissima pronuncia.

Nel vostro documento lei indica tra i “responsabili” anche il sistema giudiziario. Come può adeguarsi ad un sistema di valori in continua evoluzione? Stabilire il principio a volte non basta.

A volte la società è molto più veloce di quanto noi registriamo nelle aule di giustizia. Gli operatori del diritto fanno parte a loro volta della comunità discriminante: quanto più un certo stereotipo è radicato, tanto più è diffuso. I giudici non ne sono estranei per principio, quindi dobbiamo fare uno sforzo su noi stessi. La nostra posizione, da questo punto di vista, è difficile, e va rivista ogni giorno, per questo ripeto che non c’è una critica alla persona, ma un’autocritica: dobbiamo essere vigili rispetto a questo, sempre. D’altra parte, il diritto contribuisce a rendere visibile quello che per l’ordinamento è accettabile e a rappresentare quello che non è accettabile. In questo senso ha un grosso ruolo, dovrebbe forse più spesso rappresentare cambiamenti che nella società probabilmente ci sono già.

Questa presa di posizione è stata una nuova occasione per accusarvi di essere politicizzati. Come replica?

Non capisco dove stia la politicizzazione nel dire che una decisione non ha fondamento giuridico. La soluzione di cui abbiamo parlato è fondata sulle norme. Il Giornale parla, in relazione alla sentenza di Perina, di un principio di “buon senso”. Ma non mi risulta che il buon senso costituisca un criterio di decisione, normalmente. E mi interesserebbe capire quale sarebbe la regola giuridica non di parte che dovrebbe essere adottata: lì non c’è. C’è, invece, l’adesione ad una determinata scala di valori di una presunta maggioranza ed è quella la vera politicizzazione.

Cosa si potrebbe fare per spogliare le aule di giustizia dai pregiudizi?

Formarci. E parlo di una formazione anche extragiuridica, perché alcune questioni, come quelle di genere, richiedono delle conoscenze non giuridiche. Inoltre dobbiamo esercitare una critica fortissima su noi stessi: è dovuta, dato il potere che esercitiamo sulla vita delle persone.

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