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La carneficina di bocciati anche nell’esame per diventare avvocati

Dopo il disastro del concorso per entrare in magistratura, arrivano i risultati dell'esame forense
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Un recente articolo apparso su questo giornale ha ripreso, anche a seguito di una dichiarazione del Presidente della Cassazione Pietro Curzio, i dati che attestano come a fronte dei posti di magistrato messi a bando nell’ultima tornata, solo pochi, molto pochi hanno superato l’esame: la preparazione complessiva fornita ai concorrenti era stata evidentemente assai scarsa e dunque scarso è stato il risultato.

Mi sono domandato (e lo abbiamo fatto in tanti, visto che due giorni dopo un altro intervento riprendeva proprio questo tema) se, a fronte di questa inadeguatezza degli aspiranti magistrati, gli aspiranti avvocati non soffrissero delle stesse deficienze nella preparazione.

Sono uscito proprio recentemente da una carrellata sugli esami di avvocato 2020-2021 nei quali ho svolto la funzione di Ispettore Ministeriale: dunque ho dovuto seguire decine e decine di esami di candidati in due esami orali svoltisi in due tranches, ben diverse l’una dall’altra.

La prima, che andava a sostituire per motivi di pandemia i vecchi esami scritti con un esame orale, riguardava i candidati appartenenti a una corte d’appello diversa da quella degli esaminatori, era incentrata su un caso concreto.

La seconda, che riguardava i candidati della corte d’appello di appartenenza della commissione ammessi a questo secondo step, era un esame orale vecchia maniera: 5 materie con domande molto simili a quelle che si pongono all’università. L’ammissione a questo secondo orale è stata raggiunta da circa il 50% dei candidati: percentuale costante in pressocché tutti i distretti. Il secondo orale, davanti alla mia commissione, lo ha superato il 76%: esito più che logico visto che i candidati al secondo orale erano già stati “scremati” dall’esito del primo.

Io ho assistito a decine e decine di esami nella prima fase, più critica e più nuova, un po’ meno, ma comunque sempre molti, agli esami della seconda.E’ molto difficile generalizzare, ma una qualche conclusione mi sembra doveroso trarla. E’ parso a me che la stragrande maggioranza dei candidati avesse una preparazione molto mediocre. Non tanto nella conoscenza delle istituzioni coinvolte (ma talora persino lì), quanto nella capacità di “calare” le nozioni teoriche che più o meno possedevano nel caso che gli veniva sottoposto.

A questo punto in genere i candidati si arenavano e si ingarbugliavano: non tutti certo, c’era anche chi ha brillato, ma sono stati veramente pochissimi. Non a caso gli esami nozionistici (gli orali della seconda fase) sono andati meglio, e non solo per il motivo già detto.

Allora anche da questa valutazione “sul campo” si evince come la preparazione degli avvocati sia carente, almeno quanto quella dei magistrati e più o meno per le stesse ragioni: credo che pochissimi fra i più di duemila scrutinati dalla commissione che io ho osservato avrebbero passato l’esame di magistratura. Le carenze, come accennato, sono soprattutto in quelle capacità, anche teoriche, che si acquisiscono solo nella pratica, svolgendo funzioni concrete, rispondendo a quesiti che ti pongono i clienti (magari solo potenziali), districandosi fra i vari rami del diritto, facendo una consapevole scommessa, dopo aver ben bene studiato il caso, se esso possa avere un esito in tutto o in parte positivo oppur no. E non sto qui a scomodare gli altri aspetti ed elementi: il problema delle prove, l’esame anche psicologico di chi si rivolge a te e tanti altri ancora, pur importantissimi per un avvocato di vaglia. Si dice: oggi non c’è più il capostudio che ti guidava e ti indirizzava durante la pratica.

E’ vero, e si sente. Ma non è solo questo. Anche la preparazione universitaria è carente: quanti mai casi concreti si esaminano all’università? Negli USA (ma non solo) la casistica è la fonte della conoscenza (anche perché lì c’è la common law, è vero). Qui da noi, l’unico scritto che si stende in quattro anni è la tesi: anch’essa uno studio teorico. E le cose non vanno meglio una volta ammessi alla professione: sono stato spesso coinvolto nei corsi per diventare difensori d’ufficio organizzati dalle Camere Penali, e negli esami finali, che pure vengono sostenuti da chi ha già fatto un po’ di avvocatura e qualche difesa, gli esiti non sono entusiasmanti.

Un successivo intervento, sempre su questo giornale, ha individuato la carenza maggiore nel fatto che non siano stati organizzati i corsi preparatori, rimandando la loro attuazione al 2023. I corsi potrebbero essere un buon ausilio per sopperire alle manchevolezze dell’università, evidentemente ormai strutturalmente incapace di preparare un giurista che non sia un accademico; ed anche per avere una funzione vicaria rispetto ad una pratica ormai spesso svolta senza un capostudio più anziano ed esperto e smembrata in semestri presso questa o quella amministrazione che nulla hanno da offrire al giurista. Ma giacché siamo a parlare di tali corsi, impegnativi e complessi, fortemente angolati sui casi pratici e le discipline ad essi connesse, proviamo a recuperare una esperienza come quella ben collaudata in Germania: un corso post laurea di 3-4 anni comune a tutti i giuristi, che aspirino a diventare avvocati, magistrati o con altre funzioni; al termine di tale corso un severo esame che fatalmente collocherà ciascun candidato in una determinata posizione. Così i primi potranno scegliere se fare il magistrato oppure l’avvocato oppure altro. E si noti che fino a qualche anno fa i migliori optavano per la magistratura, mentre oggi più spesso optano per l’avvocatura. In questo modo si acquisirebbe una conoscenza ed un’esperienza comune a tutti gli operatori del diritto che poi, naturalmente, nel corso degli anni si specializzeranno ulteriormente.

Altro che la solenne sciocchezza della cultura della giurisdizione appannaggio dei soli magistrati!

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